L'innovazione italiana? S'è desta

Intervista a Francesco Morace e Roberto Panzarani.  

Mercoledì 11 giugno, a Milano, si è tenuta la presentazione del libro di Roberto Panzarani, "L'innovazione a colori: una mappa per la globalizzazione" edito da Luiss University Press.

Abbiamo intervistato l'autore e Francesco Morace, presidente di Future Concept Lab, uno dei discussant che ha partecipato al dibattito che ha coinvolto anche Piero Bassetti, presidente di Globus et Locus e della Fondazione Bassetti, Roberto Barabino, responsabile del Club per l'innovazione di Intesa Sanpaolo e Corrado Ocone, per la casa editrice.

Francesco Morace, lei dirige Future Concept Lab, una vera e propria fucina di idee e di analisi per e dell'innovazione in Italia. Qual è, a tutt'oggi, lo stato delle cose nell'economia italiana per quel che concerne l'orizzonte innovativo? Quanta innovazione applichiamo ai nostri processi produttivi? Come e quanto siamo interconnessi col mondo che cambia e ci cambia?

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"Praticamente tutte le ricerche che abbiamo realizzato in questi anni come Future Concept Lab, l'istituto che dirigo, dimostrano che l'Italia ha un proprio modello di funzionamento. Gli imprenditori, sia quelli grandi che quelli meno grandi, sono bravissimi a individuare dei percorsi, delle visioni che portano avanti con grande passione e competenza, e anche con una notevole capacità innovativa. Insomma, non è vero che gli italiani non sono innovativi, diciamo che sono innovativi in un modo che i parametri anglosassoni non riescono a quantificare. I nostri distretti industriali e alcune storie di eccellenza che hanno messo in primo piano alcune nostre aziende sono lì a confermarlo. È un peccato, invece, che non sia mai stata creata una rete in grado di costituire una piattaforma per il nostro sistema paese. Ciò si è verificato o, meglio, non si è verificato per motivi storici, istituzionali e politici. Inoltre, da noi vi è una certa mancanza di visione all'interno della pubblica amministrazione, campo in cui sono altri ad eccellere, come ad esempio i francesi. Finora non abbiamo sviluppato adeguatamente questo tipo di cultura e di pratica e quindi questo segmento vitale per la nostra "economia innovativa" deve essere costruito quasi ex novo".

Come giudica, nell'ottica di un auspicabile deciso miglioramento delle condizioni in cui andrebbe sviluppato l'approccio innovativo dell'economia italiana, gli stimoli proposti in questo ambito dal libro di Roberto Panzarani?

"Ciò che mi sembra di grande attualità in questo momento e che viene puntualmente raccontato nel libro di Panzarani è questa incredibile domanda di italianità e cioè della qualità italiana che si percepisce all'estero. Ci viene insomma riconosciuta una qualità di vita quotidiana superiore e da condividere attraverso il gusto e l'equilibrio che si riscontano anche nei nostri prodotti. Il gusto che caratterizza in modo così naturale la nostra moda, l'abbigliamento, l'alimentazione e il design a noi risulta spesso ovvio e quindi, per certi versi, non riconoscibile. Il mondo ci desidera ma spesso e volentieri noi non ne sappiamo il perché. Ritengo, quindi, che dal punto di vista politico istituzionale non ci sia in realtà moltissimo da fare, sarà invece importante riconoscere la qualità che caratterizza i nostri prodotti, prodotti che assomigliano grandemente ai nostri valori. È giunto il momento di far interagire in modo virtuoso le competenze produttive, le competenze creative con la capacità di fare marketing, e cioè comunicazione, il segmento che fino ad ora è stato purtroppo il nostro tallone d'Achille. Urge quindi una mappatura puntuale di ciò che è qualitativo da noi anche in vista di un ricompattamento deciso - il momento di agire è quello attuale - con le componenti esterne all'Italia stessa, quelle italiche tanto per intenderci, secondo la nota classificazione del dottor Bassetti".

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Roberto Panzarani, docente di psicologia delle organizzazioni, responsabile della formazione di grandi imprese, studioso delle problematiche relative al capitale intellettuale, è l'autore dell'interessante e attuale libro "L'innovazione a colori: una mappa della globalizzazione". Dottor Panzarani, la globalizzazione, che al giorno d'oggi arriva dappertutto e coinvolge tutti, favorisce o sfavorisce l'Italia?

"Purtroppo, a differenza di alcuni grandi paesi emergenti, come ad esempio l'India e in parte la Cina, noi non siamo in grado di fare dei grandi balzi in avanti sul versante tecnologico. In questo campo non possiamo competere naturalmente nemmeno col Mit (Massachusetts Institute of Technology) americano. In ogni caso, l'India produce 200.000 ingegneri all'anno e la Cina altri 170.000. A questi livelli ovviamente non possiamo competere. Ritengo, quindi, che sia meglio puntare sulle nostra capacità, quelle in cui siamo forti e per certi versi unici. Tutto quello che è turismo e beni culturali ci appartiene in modo quasi naturale, è anche vero perô che dobbiamo creare un sistema in grado di promuovere efficacemente queste nostre eccellenze. La parte più difficile di questa sfida? È senz'altro quella delle infrastrutture che, per di più, hanno dei costi molto alti. L'autostrada Salerno-Reggio Calabria è in costruzione da 52 anni. Non sappiamo che fine farà l'Alitalia. Le nostre ferrovie sono obsolete. Per creare un sistema efficace e raggiungibile dobbiamo concentrarci anche su questo altrimenti rischiamo di diventare "belli e impossibili", da ammirare ma anche da guardare da lontano.

La globalizzazione, secondo Roberto Panzarani, è solo un processo di omologazione o è anche un vissuto originale da comunicare ad altri da noi? Come si fa a proteggere sia il vissuto originale delle diverse comunità e l'ambiente di cui fanno parte, la cui salute e salubrità è imprescindibile per lo sviluppo delle attività umane?

"La globalizzazione da una parte omologa, ma dall'altra "invita" i paesi, le regione e le città a presentare al mondo intero le loro peculiarità e specializzazioni. Noi italiani abbiamo un vantaggio incomparabile nei confronti di altri popoli proprio a causa della ricchezza del nostro vissuto storico e sociale. Dobbiamo, quindi, creare e ricreare ricchezza proprio a partire dai nostri tesori, che sono quelli artistici e quelli paesaggistici. Il gusto dell'invenzione, insomma, e quello concreto della nostra terra. Dobbiamo proteggerli e valorizzarli entrambi seguendo gli standard attuali, che sono molto esigenti in questo campo".

Il tema del vissuto originale veicola l'altro tema, quello delle pluriappartenenze. C'è molta Italia anche fuori dall'Italia, e quindi italicità. Gli italiani all'estero e gli oriundi spesso sono molto ben integrati nel paese in cui vivono e i loro legami con l'Italia potrebbero diventare sporadici. Com'è possibile coinvolgere in una rete fitta e unita i circa 250 milioni di italici nel mondo (secondo la stima di "Globus et Locus")  sparsi nel mondo?

"L'idea - ma so che il dottor Bassetti preferirebbe chiamarla: il fatto - dell'italicità è bellissima e attualissima. Conosco bene, per averle praticate, varie comunità all'estero italiane. Chi ha successo, e oggi sono molti, fra gli italici è interessato ad agire all'interno della sua attuale società di appartenenza, non vuole più distinguersi. Credo, quindi, che con gli italici bisognerebbe dialogare in modo diverso e nuovo. L'approccio ad esempio di Rai International a queste nostre comunità distanti è stato completamente sbagliato. Anche un discorso di natura politica non è più attuale quando si prende contatto con comunità funzionali o di pratica attivissime e ben poco legate all'Italia per quel che concerne la nostra quotidianità politica. Andiamo, dunque, dagli italici, con un discorso pratico, un discorso di rete, di gusto e di valori attuali lasciando da parte la politica nazionale e certe derive ancestrali del nostro sentire comune!"

Intervista a cura di Sergio Roic (Globus et Locus) pubblicata il 12 giugno 2008 su News ITALIA PRESS