In nome della lingua. Antropologia di una minoranza

Intervista Valentina Porcellana, giovane ricercatrice e autrice del saggio " In nome della lingua. Antropologia di una minoranza ", Aracne 2007 cover

Nel suo libro lei assume la dicotomia globale/locale come quadro di riferimento, sostenendo che la globalizzazione non produce la distruzione delle comunità locali, ma consente a quest’ultime di ritrovare una collocazione e un senso. In che modo ciò è avvenuto o può avvenire per la minoranza francoprovenzale da lei studiata?

Già nel 1973, durante il convegno “Le Alpi e l’Europa”,  l’impostazione data al dibattito superava la dicotomia locale/nazionale a favore del rapporto - che si iniziava a intravedere - tra locale e globale.
Ciò che gli abitanti della montagna, in molti casi, non tengono in conto è che, da una parte, il loro mondo non è mai stato immune da influenze esterne e, dall’altra, che il contatto culturale ha consentito alle periferie di fruire di nuove risorse - tecnologiche, culturali, simboliche - che rimodellano e integrano il materiale locale esistente. Questo processo, invece di essere vissuto con il senso della sfida e dello slancio verso il futuro, è percepito, da molti, solo negativamente, come uno snaturamento della realtà tradizionale. Questo è uno dei motivi per cui si cerca un ancoramento al passato attraverso l’uso della lingua locale, l’apertura di musei etnografici, la riproposta di feste e di attività artigianali tradizionali e così via. Nel caso dei gruppi di lingua francoprovenzale del Piemonte, al localismo e al senso di appartenenza legato ad uno specifico luogo (il villaggio, la valle), si è rinforzato il senso di appartenenza al mondo alpino, alla montagna contrapposta alla città; la regione alpina include infatti tutte quelle realtà locali che condividono caratteri simili perché inserite in un ambiente naturale comune.

Nel suo libro lei sostiene che la rivendicazione identitaria della minoranza francoprovenzale si è coagulata a partire dal riconoscimento di una parlata comune. Quali sono gli elementi distintivi di questo processo transfrontaliero di costruzione identitaria?

L’uso strumentale dell’etnicità, dell’identità, del particolarismo linguistico può essere spiegato come un dispositivo culturale messo in atto dai gruppi di minoranza in risposta ad una deprivazione sia sul piano materiale sia su quello simbolico. Nel caso francoprovenzale la rivendicazione identitaria è pacifica, anche se i simboli scelti sono di tipo nazionalistico: la bandiera in cui dovrebbe riconoscersi l’intero “popolo francoprovenzale” delle valli alpine italiane, la carta geografica che delimita a livello internazionale i confini dell’area linguistica, l’ipotesi di un inno. La costruzione identitaria passa inoltre attraverso i corsi di lingua e cultura francoprovenzale che si sono moltiplicati a partire dal 1999 in quanto finanziati dalla legge n. 482 in materia di tutela delle minoranze linguistiche, nonché attraverso la musica, il teatro in patois, i dizionari, i testi di grammatica.

Nella realtà contemporanea, in cui la mobilità e le reti hanno intaccato la convergenza popolo--territorio, può essere corretto inserire la minoranza francoprovenzale all'interno di una più vasta appartenenza italica?

Più che di appartenenza italica nel caso francoprovenzale credo sia più corretto parlare di tre livelli di identità, che allargano o restringono i confini identitari. Il primo livello, ancora molto forte, anche se con tensioni interne più o meno esplicite, è quello di “villaggio”, unità geografica e sociale, caratterizzato dal sentirsi e dal definirsi appartenenti ad un ristretto gruppo che vive in un determinato luogo. Il secondo livello, attualmente in fase di costruzione da parte di un gruppo ristretto di intellettuali locali, è quello dell’identità “francoprovenzale”. Esso prevede, attraverso un’operazione di selezione e proposta di simboli, la formazione di una coscienza comune che superi sia i confini del villaggio, sia quelli della nazione, allo scopo di inglobare in un unico “popolo” tutti coloro che condividono gli stessi tratti linguistici e lo stesso habitat naturale, costituito dalla montagna. Il terzo livello identitario, che in parte si sovrappone al secondo, ma che è ancora più inclusivo è l’identità alpina. Essa ingloba, a livello transalpino e transnazionale, tutti coloro che vivono in montagna; la linea di confine dunque non passa a livello linguistico, distinguendo i francoprovenzali dagli occitani, dai walser o da qualsiasi altra minoranza linguistica, ma la cesura è segnata tra montagna e pianura.