Opinione pubblica e reti digitali

Intervista ad Alberto Abruzzese, Pro Rettore dell'Università IULM

Abbiamo posto alcune domande al prof. Alberto Abruzzese, Pro Rettore dell'Università IULM e massimo esperto delle problematiche legate alla comunicazione e ai new media. 

Alberto Abruzzese (source: IULM)

 Prof. Abruzzese, recentemente lei ha tenuto un seminario sul rapporto tra i valori della società contemporanea e le innovazioni della comunicazione. Modificate profondamente le categorie di tempo e spazio in cui ci muoviamo, come e chi è responsabile oggi di ciò che fino a ieri chiamavamo "opinione pubblica"?

Per ragionare su quanto e come le reti digitali stiano intervenendo sull’opinione pubblica mi pare che sia necessario ragionare prima su quello che l’opinione pubblica è diventata al punto culminante dei regimi espressivi della globalizzazione.

Per globalizzazione intendiamo in sostanza una sorta di ipermondializzazione che i new media stanno ottenendo usando le loro capacità diffusive per rafforzare invece che decostruire la mondializzazione. Questa, come suo linguaggio ideale e storico, ha avuto la sua specifica piattaforma comunicativa ed espressiva nella stampa (strumento dei governi, dei partiti e movimenti di massa, delle istituzioni, delle classi dirigenti e dei gruppi di potere economico) e nella televisione (strumento della espansione delle forme esperienziali della vita quotidiana nei regimi del benessere).
La glocalizzazione costituisce un clamoroso salto qualitativo rispetto alla natura generalista, collettiva ma accentrata della globalizzazione, configurandosi come un processo di destrutturazione in cui il globale non può fare a meno del locale e il locale del globale. E’ una destrutturazione che risulta il prodotto e insieme la causa della crisi del mondo mondializzato.

Ora, la matrice dell’opinione pubblica sta nel formarsi di classi dirigenti che hanno contribuito alla creazione degli stati nazionali. Quanto più l’opinione pubblica si è spinta nei regimi delle società di massa, tanto più si è andata confondendo con le regole della società dello spettacolo e dei linguaggi audiovisivi: l’opinione pubblica si è formata nell’ambito di comunità alfabetizzate, illuministe e borghesi; l’opinione delle masse si è formata invece nell’ambito di grandi comunità post-romantiche basate sui linguaggi istintivi ed emotivi dell’immagine e del sentire quotidiano. Non a caso i politici inventano l’opinione pubblica attraverso i quotidiani e la televisione. La repubblica dei sapienti (le classi dirigenti che fanno da corte ai partiti, alla burocrazia e alle imprese) assiste a questo conflitto tra stampa e televisione dando addosso alla televisione e alla sua presupposta trivialità. La TV generalista è il territorio in cui, senza più alcun emergervi di senso di responsabilità professionale o imprenditoriale, si agitano tuttavia le passioni della sfera pubblica, come fosse un mare in cui s’agitano piccole e grandi onde di opinioni lasciate a se stesse.
Il personal computer – tecnologia come ogni altra anfibia e che dunque dipende dal contenuto, quindi dal soggetto che lo usa, ma anche tecnologia che consente una negoziazione del suo uso da parte dell’individuo in modo più autonomo, immediato ed efficace che nel passato – si sta inserendo nella società di massa con la possibilità almeno virtuale di scardinarla, o con la possibilità al momento improbabile di ridefinirla.

La nuova configurazione glocale del mondo, che si avvale di un'estesa rete di relazioni e di contatti non necessariamente legati a centri emittenti egemoni, crea l'illusione di un contatto permanente "tutti con tutti". Ma si tratta solo di un'illusione? È più corretto parlare di democrazia dei new media o di loro egemonia?

I new media sono il campo comunicativo (dunque relazionale, attraverso cui si costruisce la realtà sociale, si costruiscono luoghi e territori, l’abitare) in cui le società civili si giocano una glocalizzazione fatta per armare in modo più sofisticato lo zoccolo duro, il cuore di pietra, del mondo mondializzato, oppure per disarticolare e rigenerare un sistema mondo altrimenti condannato a implodere sotto la sua stessa volontà di potenza. Per avviarsi davvero in questa seconda prospettiva tutte le nostre istituzioni pubbliche e private non hanno ancora elaborato i contenuti nuovi con cui usare i linguaggi digitali. Tra i maggiori vuoti di ricerca e formazione ci sono appunto i concetti e i dispositivi di democrazia e di egemonia. I new media sono e saranno l’identità delle etiche, estetiche e politiche che più sapranno servirsene con il linguaggio giusto. I new media potrebbero favorire le persone e i gruppi nel creare comunità virtuali fortemente coese per quanto a distanza, al di là dei confini degli stati e dei loro regimi politici, le quali potrebbero fare insorgere movimenti, scatenare rigurgiti anche sui territori fisici e mediali degli stati nazionali. Ma queste comunità potranno costituire una novità effettiva solo quando abbiano individuato qualcosa di diverso dai contenuti e dalle strategie con cui tanto i regimi autoritari quanto quelli democratici hanno sino ad oggi governato il mondo stando all’arte dell’egemonia.