-
Pietro Avoscani - Un patriota alla corte del Pascià
-
Pietro Avoscani: da Livorno il bello dell’Italia in Egitto
Idealismo e dovere militare: queste erano gli umori che si respiravano giornalmente nella famiglia Avoscani, destinata a legare il suo destino alla rinascita economica del paese dei Faraoni, in un'epoca quanto mai travagliata della storia europea. Pietro e Camillo, figli del Conte Francesco, erano due ragazzi dalle idee chiare in campo politico e si trovarono ad operare in teatro storico, il Mediterraneo che per anni avrebbe visto muovere importanti pedine strategiche da parte delle nazioni inglesi.
Camillo, aveva avuto la sua fetta di gloria negli eventi politico-militari succeduti dopo il crollo dell'impero napoleonico. Divenuto direttore dell'Arsenale militare di Alessandria d'Egitto (opera non trascurabile realizzata da un altro italiano, l'architetto Vaccarini) e comandante, con il grado di capitano della marina egiziana, egli aveva infatti partecipato nel 1827 con una nave militare alla battaglia di Navarino, coprendosi di gloria e di onori.
Più tranquillo nel temperamento militare, il fratello Pietro si stabilì invece ad Alessandria nel 1837, dopo aver parteggiato a Livorno con la "Giovine Italia". Pietro aveva dalla sua parte una particolare inclinazione verso le realizzazioni artistiche e gli impegni tecnici, e la sua passione gli procurò in tempi relativamente brevi un lasciapassare alla direzione dei lavori per la costruzione del Palazzo Khediviale di Ras el-Tin, manufatto al quale egli lavorò in prima persona eseguendo la parte decorativa. Portati a conclusione con successo i lavori del palazzo, Pietro perse improvvisamente l'affetto di Camillo, e decise di allontanarsi dall'Egitto per iniziare un lungo viaggio di studio e di apprendimento. Incaricato dal viceré Mohammed Ali, egli si mise in cammino con le credenziali dell'incarico diplomatico e iniziò le sue tappe in Grecia, Turchia, Germania e Italia, non prima di aver organizzato nel 1841 al Cairo, una sottoscrizione per l'innalzamento di una statua equestre dello stesso Ali, in segno fraterno di gratitudine per l'introduzione della libertà di commercio.
Per cinque anni, il livornese (nella città toscana egli era nato nel 1816) visitò le più grande opere architettoniche e artistiche presenti nei paesi del Mediterraneo, assimilando stili e sfumature e portandole nel suo bagaglio professionale di ritorno ad Alessandria.
Ripreso il lavoro egli si dedico con grandissima dedizione alla decorazione del Palazzo Gabari, nel 1846. Nella grandissima sala l'italiano eseguì un magnifico bassorilievo rappresentante il tributo all'indimenticato Alessandro Magno. Pietro Avoscani fu chiamato anche ad assolvere incarichi di addobbo cittadino. In occasione del matrimonio di Kiamil Pascià e del ritorno di Pascià da Napoli e di Mohammed Ali da Costantinopoli, l'italiano offrì il suo gusto estetico all'organizzazione artistica di piazze, vie ed edifici pubblici, nonché come direttore e gran cerimoniere di corte. I successi, i riconoscimenti pubblici e gli encomi ufficiali non riuscirono comunque ad influire sulla natura genuinamente patriottica della sua personalità. Pietro Avoscani, insieme ad altri connazionali, fondò nel fatidico 1848 uno stabilimento librario italiano inviando nel contempo generosi soccorsi monetari ai patrioti italiani in difficoltà. Tornato brevemente in Toscana per eseguire a Carrara alcuni lavori in marmo commissionatigli dal Viceré d'Egitto, il livornese venne seguito con apprensione nei suoi spostamenti verso l'Italia. Il console sardo di Alessandria estese infatti una significativa nota sul suo carattere politico: " Col vapore francese del 20 è partito di qui un tal sig. Avoscani, suddito toscano, disegnatore e pittore decoratore; egli si è fatto qui rimarcare pei suoi principi politici e pei rapporti con i settari in Italia; è conosciuto come uno dei capi del comitato della "Giovine Italia" esistente in questa città. In tale sua qualità prese ultimamente il lutto per la morte dei fratelli Bandiera ed aprì una sottoscrizione per un servizio funebre in loro memoria". Rientrato con successo in Egitto, Pietro Avoscani assistette alla successione di Mohammed Ali da parte di Abbas Pascià e anche da questo nuovo funzionario reale ottenne lusinghiere commesse di lavoro. Incaricato di decorare il Palazzo dell'Abbassieh e dello di Helmieh, il toscano realizzò altri due capolavori nel campo degli interventi artistici, richiamando l'attenzione del conte Zizinia. Nel 1862 quest'ultimo gli affidò la costruzione dell'omonimo teatro, massima espressione del suo genere in Alessandria, opera che Avoscani realizzò su ispirazione del Teatro Lirico "La Scala" di Milano. Il direttore italiano affidò la facciata del teatro alla ditta milanese Andrea Boni, la quale diede vita a una splendida ornatura in terra cotta. Tutto il teatro raccolse comunque gli apprezzamenti della cittadinanza nilota, pur essendo costruito con fondazioni precarie, problema che avrebbe portato nel 1916 alla totale demolizione dell'opera d'architettura. Con l'avvento di Ismail Pascià, Avoscani ottenne la progettazione del mercato internazionale di Minet el-Basal, area che ancora oggi viene chiamata "Borsa del Cotone". Nel 1869, nell'imminenza dell'inaugurazione solenne del Canale di Suez, Ismail Pascià affidò all'italiano invece la costruzione del Teatro dell'Opera del Cairo, offrendogli soltanto sei mesi di tempo per la progettazione e la realizzazione. Il livornese riuscì nell'impresa quasi impossibile e utilizzò soprattutto il legno per eseguire in tempo i numerosi interventi progettuali. Anche questo teatro venne ristrutturato in seguito da un altro architetto italiano, Salomon, il quale ricostruì la parte posteriore in legno. Terminato appena in tempo per l'inaugurazione, il Teatro dell'Opera divenne il fulcro per la rappresentazione di un'opera di Verdi, che non poté però presentare la sua Aida commissionatagli dal Khedive Ismail. Il Teatro accolse quindi il Rigoletto, il 1° novembre del 1869, alla presenza dell'imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III e dello stesso Khedive Ismail Pascià. Amato da allora con grande calore da tutti gli egiziani, il manufatto artistico non restò per sempre nella storia dell'Egitto. Il Teatro infatti venne divorato dalla fiamme di un probabile incendio doloso, in una notte del 1971, disperdendo nel fumo il grandissimo patrimonio artistico profuso dalle maestranze italiane. Non finì nell'oblio invece Pietro Avoscani, cui fu chiesto di progettare il grande e maestoso lungomare che unisce Ras el-Tin a Ramleh e che ancora oggi viene chiamato la "Corniche" dagli egiziani. La sua realizzazione fu opera di un altro italiano fermatosi in Egitto, ovvero da quell'impresa Almagià che intraprese il cantiere nel 1899. Pochi anni prima il toscano aveva salutato il mondo, morendo nell'ormai sua "Alessandria d'Egitto" il primo marzo 1891. In quello che sarebbe divenuto la giornata del Lavoratore, un instancabile artista e progettista lasciò la sua firma per i posteri, regalando all'Egitto tri importanti frammenti della secolare cultura italiana per il "bello".
Generoso D'Agnese,
News ITALIA PRESS