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  • Paul Tana - Il regista dell'emigrazione

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    Emigrato a Montréal nel 1958 da Ancona all'età di undici anni, Paul Tana è uno dei registi italocanadesi più conosciuti del Nordamerica.


    Contrariamente alla maggior parte degli emigrati italiani che a quell'epoca si fermavano nel Québec, compie gli studi nel sistema scolastico francese. Si laurea in lettere in una delle più conosciute università francofone adattandosi perfettamente alla vita nel nuovo Paese.
    Al cinema approda quasi subito: gira dei cortometraggi, raccolti in "Les contes de la rue Berri" già nel 1977. Lavora al canale francese della televisione di Stato. Poi, nel 1981 realizza il suo primo lungometraggio "Les grands enfants". Seguiranno, nel 1985 "Caffé Italia" per il quale ha vinto il premio della critica quebecchese, e ora La sarrasine. La vicenda che il film narra è ambientata nella Montréal dell'inizio del secolo e affronta direttamente l'ormai sempre più attuale e sempre più delicato tema dei rapporti etnici. "La Sarrasine" può vantare, accanto adalcuni dei più bravi attori locali, una solida partecipazione italiana (tra cui Enrica Maria Modugno, interprete de "La notte di San Lorenzo" e di "Kaos"). I suoi film parlano spesso delle sue origini italiane e dei cambiamenti radicali degli immigranti che abbandonano la propria terra per cercare fortuna altrove, in un Paese spesso sconosciuto. Ma nelle pellicole che portano la firma di Tana è spesso evidenziato quel contrasto tra le due culture che il regista conosce molto bene.
    "Il tema emigrazione è presente a partire dai miei primi lavori. Ho diretto Les contes de la rue Berri, una serie di bozzetti, nel '77. In uno di questi bozzetti, ad un certo momento appare il proprietario di un ristorante italiano che fa un monologo interamente in italiano. E aquell'epoca far parlare un personaggio non in francese ma in italiano era già un'affermazione, un gesto controcorrente. Ci trovavamo in piena vague nazionalista, e il fenomeno dell'emigrazione non era per niente presente sugli schermi canadesi o quebecchesi", dice Tana. "La comunità italiana è una comunità di cui io mi sento parte. Vive le stesse esperienze che vivo io, e viceversa le mie esperienze sono anche le esperienze di uno che appartiene a quella comunità. Allo stesso tempo però la comunità italiana per me è una specie di crogiolo, di serbatoio di soggetti di film. Il problema è come fare in modo che questi soggetti, che sono spesso di una
    ricchezza incredibile e che provengono da questo minuscolo posto che è la comunità italiana di Montréal, possano andare al di là, trascendere il loro luogo di origine per giungere ad una qualche universalità. In ambito letterario quando si parla del ruolo dell'intellettualeminoritario si finisce prima o poi per toccare il tasto dell'autobiografismo. t chiaro però che si tratta di un autobiografismo abbastanza diverso da quello che si intende usualmente con il termine. Scrivere un romanzo diventa da una parte la ricostruzione della memoria del gruppo, dall'altra il recupero della propria memoria tramite la memoria collettiva. Entra in gioco tutto un insieme di meccanismi".
    Il primo lavoro di Tana è "Les Étoiles et autres Corps" (1972). Tre anni dopo è di nuovo nelle sale cinematografiche con "Pauline" e nel 1976 con "Les gens heureux n'ont pas d'histoire". Il 1980 è l'anno de "Les Grands Enfants" e l'85 di "Caffè Italia". Nel 1988 esce "Marchand de jouets", nel 1992 "La Sarrasine" e sei anno dopo "La Déroute" con l'attore italocanadese Tony Nardi nel ruolo di Joe Aiello emigrato in Quebec negli anni Sessanta.
    La Déroute è un film intenso che appassiona grazie all'interpretazione di Nardi che è riuscito perfettamente a far capire agli spettatori le contraddizioni di un personaggio termentato dal bisogno di una propria identità e ansioso di riappropriarsi delle proprie radici. Il lavoro tiene gli spettatori con il fiato sospeso ad ogni scena caratterizzata dal forte legame tra padre e figlio,dall'ambivalenza dei sentimenti di amore e odio.
    Il racconto della vita di questo immigrante racconta tutte le angosce e le speranze di un'anima tormentata e la costruzioni di una identità che esprime i sentimenti più veri.
    Un approccio che permette di comprendere in pieno l'uomo e la sua storia, gli eccessi causati dal bisogno assoluto ed intransigente di realizzarsi e di meritare il rispetto.
    "Non ho mai pensato alla letteratura come ad un mestiere", aggiunge il regista. "Il lavoro di sceneggiatura ha sì del letterario, ma non è letteratura. Per me personalmente il cinema è sempre stato più importante. Le immagini mi hanno sempre affascinato. Dal punto di vista creativo, la letteratura non è mai riuscita a destare grandi passioni in me. Ovviamente, è stata importante per il lettore, in quanto cultura. Accedere all'immaginario collettivo è anche quindi più difficile per noi che per altri operatori culturali. Il desiderio di esprimersi su determinati argomenti, di assumere la propria identità, viene inteso quasi come un tentativo di autoghettizzarsi, un desiderio di non partecipare al destino della nazione. Trovo che in fondo in fondo c'è una corrispondenza tra le immagini veicolate dal cinema quebecchese e le istituzioni. Non è che il cinema non faccia vedere l'emigrante italiano. Al contrario, da qualche tempo in qua sugli schermi francofoni del Québec l'emigrante "buono" è l'emigrante italiano. Questa descrizione però non è priva di condiscendenza: sono "bravi" gli italiani, non danno più tanto fastidio. A livello delle istituzioni è un po' la stessa cosa. Vi diamo la possibilità di girare il film, però non rompete le scatole. C'è questa ideologia della permissività, una conscience malheureuse.
     

    Maria Peretto,
    News ITALIA PRESS

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