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Giacomo Bove - Il cuore avventuroso d'America e d'Africa
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Giacomo Bove, uno dei più grandi esploratori italiani, il lupo dei mari tempestosi
Nel suo cuore c'erano gli spazi immensi dell'Antartide, ma nell'estremo continente polare l'italiano non riuscì mai a piantare la bandiera della casa Savoia. Giacomo Bove, navigò in compenso per tutto il mondo e toccò per primo lembi dell'immenso continente americano, aggiungendo la sua firma a quella già nutrita di altri italiani impegnati tra la Patagonia e la Terra del Fuoco.
Eppure, il navigatore della Regia Marina Italiana non nacque molto vicino al mare, nel 1852. Maranzana era nella terra piemontese ma aveva lo sguardo rivolto alla costa ligure e tanto bastò al giovane per decidere di cavalcare le onde. Egli frequentò così con profitto l’accademia navale di Genova uscendone nel 1872 con il grado di guardiamarina di prima classe. Dopo appena un anno, il primo viaggio.
Bove si imbarcò sulla corvetta "Governolo", al comando del capitano Accinni, navigando verso le Indie Orientali, la Corea, il Giappone e il Borneo. La sua passione però non volgeva verso i caldi mari australi: il giovane marinaio aveva il cuore ai Poli e non si lasciò sfuggire l’occasione di imbarcarsi con una nave svedese, la Vega, agli ordini del comandante Adolf Erik Nordenskiold, per condividere il tentativo di aprire la strada al passaggio del Nordest, una strada marittima che dal Nord dell’Europa portasse al Pacifico e raggiungesse il continente americano.
Forte della grande esperienza acquisita in questa tormentata avventura, Giacomo Bove propose alla Società geografica italiana una spedizione verso le regioni antartiche, con due inverni di permanenza nel permafrost antartico. Per questa spedizione si costituirono vari comitati, con la principale sede a Genova, e forte era in molti navigatori italiani la voglia di raggiungere quelle terre estreme, naturale proseguimento delle estreme esplorazioni sudamericane. Ma tanta buona volontà non riuscì nello scopo prefisso e la somma raccolta non bastò a organizzare il costoso progetto. Ma nonostante l’abdicazione dal progetto originario, il comitato genovese decise di intraprendere comunque un viaggio esplorativo, scegliendo ancora una volta le coste sudamericane. Obiettivo scelto dal comitato organizzatore era quello di esplorare l’isola degli Stati, nonché varie altre isole ancora inesplorate dell’immenso e tormentato arcipelago della Patagonia e della Terra del Fuoco, regioni che possono essere considerate davvero in gran parte italiane.
Partita da Buenos Aires il 17 dicembre del 1881 la corvetta "Cabo de Hornos" raggiunse lo Stretto di Magellano nell’aprile dell’anno seguente e attraccò poco dopo a Ushuaia. Poi si diresse a Sloggatt Bahja dove il 31 maggio la nave subì un naufragio che trascinò sul fondo gran parte del materiale raccolto. Tornato a settembre dell’1882 nella capitale argentina, Giacomo Bove consegnò, insieme all’idrografo Giovanni Roncagli, i risultati scientifici dei rilievi costieri da Punta Arenas a Santa Cruz, materiale che una volta pubblicato, valse ai due italiani notevoli riconoscimenti da parte del governo sudamericano.
Bove approfittò di questo successo professionale per elaborare l’esplorazione del territorio argentino delle "Missioni", progetto che dovette temporaneamente accantonare. Tornato infatti in Italia, venne nominato per i suoi meriti membro d’onore della Società geografica Italiana e sottopose all’insigne meteorologo Francesco Denza una serie di sue osservazioni naturalistische.
Si fermò solo pochi mesi nella terra natale, il tempo di riorganizzare i propri progetti e di ripartire alla volta del continente americano, per il quale ormai la sua passione rasentava la venerazione.
Nel 1882 partì finalmente da Buenos Aires alla volta delle "Missioni", accompagnato da Carlo Bossetti e Adamo Lucchesi, due italiani residenti in quelle lussureggianti zone tropicali. Bove risalì il fiume Paranà sino a Ituzaingò ed esplorò il territorio tra l’Iguassù e la grande cascata del Guayra. Ai numerosi filoni acquiferi che determinano le maestose cascate, il navigatore assegnò nomi italiani, e contemporaneamente raccolse tutte le informazioni possibili per una eventuale colonizzazione italiana del territorio ancora inesplorato.
Rientrato a Buenos Aires con molti elementi di valutazione geografica e antropologica, Giacomo Bove fu subito coinvolto in una nuova spedizione in Terra del Fuoco.
Partì nel gennaio del 1884 accompagnato da sua moglie Luisa Bruzzone (che aveva sposato nel 1881), dal capitano Stone e dal guardiamarine Ngouerra, a bordo della goletta "Cilata".
La spedizione si diresse allo Stretto di Magellano per poi proseguire verso la Terra del Fuoco e durante l’itinerario raccolse numerosi reperti e informazioni marittime e geografiche.
Tornato in Italia, Giacomo Bove presentò al governo italiano una sua personale proposta di colonizzazione del territorio delle Missioni. Secondo l’esploratore, in quelle terre già segnate da una presenza gesuitica, c’erano davvero molte possibilità per i connazionali in cerca di nuove dimensioni e nuova vita. Ma la sua proposta cadde nel vuoto, chiudendo per sempre il contributo americano del navigatore sabaudo.
Bove fu apprezzato per le sue attente intuizioni ma quelli erano gli anni dell’idea africana per i paesi europei. Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda ingaggiarano una vera e propria corsa alla conquista dell’Africa, usando i loro esploratori come vere e proprie avanguardie nazionali.
Anche Giacomo Bove venne inviato in quel continente per il quale non nutriva molta affinità.
Il marinaio avvezzo alle acque tempestose e fredde della Terra del Fuoco accolse con tiepida soddisfazione l’incarico di scandagliare il bacino del Congo allo scopo di riferire sulle condizioni delle regioni circostanti.
Bove partì da Liverpool nel 1885 in compagnia di Giuseppe Fabello ed Enrico Stassano e raggiunsero le foci del Congo dopo un mese di navigazione. Da qui proseguirono verso Matadi ove rimasero durante la stagione delle piogge. In giugno la spedizione riprese il suo cammino in direzione di Leopoldville fino alle cascate di Stanley. Dopo circa un anno di permanenza in Africa, Bove ritornò in Italia escludendo, nel suo rapporto, qualsiasi convenienza nella colonizzazione del Congo (soprattutto per le proibitive condizioni climatiche). Egli stesso portò con sé le gravi conseguenze dell’esposizione al clima malsano e il suo fisico iniziò rapidamente a declinare.
Gravemente ammalato accettò di tornare un’ultima volta in Africa come direttore tecnico della società di navigazione "La Veloce". Fu l’ultima avventura del lupo dei mari tempestosi. Giacomo Bove non resse al proprio declino e si suicidò a Verona nel 1887, lasciando il suo nome impresso nelle terre estreme del continente americano. Un ghiacciaio, una montagna ed un fiume della Terra del Fuoco portano oggi il suo nome così come la punta nordoccidentale dell’isola di Dickson, nell’Arcipelago della Vega, a imperitura memoria di uno dei ù grandi esploratori italiani.
Generoso D'Agnese,
News ITALIA PRESS