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  • Alessandra Bitelli - Da Torino a Vancouver testimoniando la bellezza

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    Alessandra Bitelli, l'emigrata degli anni di piombo


    Emigrare a vent’anni può essere, oltre che una necessità, un’avventura. Le energie della giovinezza sono totalmente impegnate a sfidare l’ignoto, a vincere con slancio le difficoltà quotidiane in vista di un futuro sognato, tutto da costruire. La sofferenza del distacco dal proprio paese e dalle cose care viene assorbita dall’entusiasmo della scoperta e dal bisogno di lavorare sodo e subito per vivere. Non c’è tempo e spazio per la nostalgia, la nostalgia è roba da vecchi, è un lusso per chi non ha niente da fare o si lascia andare ai sentimentalismi, rifugiandosi nel passato e perdendo così di vista questa-vita-qui, con legami e responsabilità assuntisi nel paese di accoglienza. Emigrare a cinquant’anni è diverso, anche se non molto diverso: ci vuole un grande coraggio, specialmente quando la scelta avviene per necessità e sottende situazioni di disagio. All’entusiasmo e allo spirito di avventura (e senz’altro alla ridotte energie: trent’anni di consumo non sono pochi!) si contrappone la tormentata consapevolezza di dover "ricostruire" la propria vita e quella della propria famiglia in un contesto pur sempre estraneo, anche se teoricamente conosciuto e magari in precedenza esplorato. In ambedue i casi non è facile. Vi sono coinvolte persone umane, degne di comprensione e rispetto. Gli "anni di piombo"La storia dell’emigrazione italiana degli "anni di piombo", fenomeno numericamente ridotto rispetto a quelli dei grandi esodi post guerre mondiali, si sta rivelando importante agli effetti della diffusione nel mondo della più moderna e aggiornata cultura italiana. Sono stati, quelli tra i settanta e gli ottanta, anni di guerra civile, di brigate armate e non solo "rosse", di vittime innocenti e di morti (valga di esemplificazione il delitto Moro, mai onestamente approfondito ed illuminato da poterne conoscere, oltre alle apparenze politiche, le vere motivazioni). Di quel periodo e di quell’esodo - di professionisti, di imprenditori, di studenti, di ricercatori, di artisti - sarebbe ormai giustificato un approfondimento che corregga giudizi sommari, spesso superficiali, e ristabilisca la verità sulle realtà umane di tanti "emigrati-esuli" sparsi per il mondo. Crediamo che l’Italia democratica e repubblicana abbia un dovere di giustizia e di riconoscenza anche verso questi suoi figli, respinti o perduti in anni difficili, tuttavia accettati e valorizzati dalle società di accoglimento, nelle quali testimoniano e sviluppano cultura, impegno e vitalità non indifferenti: lo fanno all’insegna di una italianità sofferta, ma dialogante al contatto con altre civiltà e culture, in uno scambio fecondo che significa multicultura in crescita qualitativa. Un esempio significativo Non solo perchè, da artista com’è, scorge e valorizza la luce laddove gli altri vedono banale normalità, ma anche per la sua storia personale e familiare ricca di esperienze significative, la nostra protagonista costituisce una dimostrazione esemplare di quanto appena affermato. Alessandra Bitelli, tipica figlia della sana borghesia piemontese, arrivando cinquantenne in Canada con il marito medico e i due figli universitari, dovette "ricostruire" la propria vita e quella della propria famiglia in un contesto assolutamente differente da quello di nascita e di educazione. Lo fece con stile e saggezza. Superò le inevitabili difficoltà rimanendo saldamente ancorata ai fondamentali valori che avevano illuminato fin dai primi passi il suo cammino, e insieme esplorò e accettò le possibilità offertele dal paese di accoglimento. E mai abbandonò il sogno di perseguire la bellezza attraverso l’arte pittorica, in cui e per cui era nata e cresciuta. Figlia dell’impressionista torinese Angelo Malinverni, allieva della miniaturista Elisa Tosalli, essa stessa era stata illustratrice di libri per l’infanzia. Nel 1977 suo marito, il dottor Renato, era in età pensionabile. I figli Giovanni e Alessandro rincorrevano la realizzazione del proprio futuro cercando di sottrarsi alle dispute dell’ambiente universitario fortemente politicizzato. La famiglia Bitelli decise di trasferirsi in Canada. Appare evidente che la decisione di emigrare avvenne - come per altre famiglie arrivate a Vancouver o altrove in quel periodo - in funzione dei figli, oggi professionisti affermati. Mentre il dottor Renato si dedicava al volontariato nell’ambito della comunità italiana (i "suoi" alpini lo ricordano con affetto speciale), Alessandra - che da sempre aveva posposto la propria attività di artista all’impegno di moglie e madre - trovava tempo e spazio per realizzare compiutamente la propria vocazione pittorica. Potè quindi scoprire l’affascinante ricchezza degli acquarellisti nordamericani e si rimise a studiare. In breve quell’allieva dotata e sensibile, esigente e determinata, divenne esperta maestra. I suoi corsi, seminari e workshops sono ambiti e frequentati ovunque in British Columbia. Il suo stile pittorico è inconfondibile, tutto armonia e profondità di visione. Ogni sua mostra "personale" si rivela di grande successo. La sua presenza vale a qualificare le collettive dei colleghi. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti. Nel 1997 è stata anche nominata presidente della Federazione degli Artisti Canadesi, incarico cui ha rinunciato solo qualche mese fa.ìOggi Alessandra Bitelli è un nome riconosciuto e riverito del mondo artistico non solo canadese, ma nordamericano. Secondo la professoressa Grazia Merler, direttrice della galleria d’arte della Simon Fraser University di Burnaby e docente di francese presso la stessa università, la visione della Bitelli è contraddistinta dal canone della bellezza, oltre che prediligere l’aspetto del sacro insito nella realtà creativa. Nel catalogo dedicatole in occasione di una "personale" alla SFU, è bene illustrato questo punto. Vi è anche sottolineata - stavolta dal critico d’arte Flemming M. Larsen – l’energia impiegata dall’artista per fare di ogni opera un lavoro perfettamente compiuto. "Alessandra Bitelli explores and expands contemporary art without fear of traditional influences or practices" vi è affermato tra l’altro. Uno dei segreti è quello di bilanciare sapientemente realtà e astrazione, riuscendo a coinvolgerci emozionalmente, intellettualmente e sensualmente. Di "Tradition, Reality, Abstraction" - questo il titolo della mostra alla Simon Fraser - facevano parte alcune preziose miniature ed alcuni disegni in bianco e nero del periodo torinese, oltre che una trentina fra recenti acquarelli, acrilici e misti. Notevoli in particolare per il significato filosofico oltre che per l’accuratezza di esecuzione le "Stone Stories": da quelle grigio-azzurrine del 1991, dove la pietra con la sua luce fredda e astratta sembra ancora tutta da rivelarsi, a quelle giallo-ocra della grotta del pastore del 1996, alla brunita consistenza di una ruvida e bellissima scala dipinta nel 1997 (dove il mistero del dolore è oltre quella luce da raggiungere in salita), per concludere con i caldi colori delle pietre assemblate in apparente disordine ma bilanciate con disinvolta confidenza nella storia numero tredici, eseguita nel 1999.Viene spontaneo un riferimento alla "Lettera agli artisti" di Giovanni Paolo II - egli stesso artista perchè poeta, scrittore, attore e commediografo - diffusa nel giorno di Pasqua 1999. "Nel modellare un’opera, l’artista esprime di fatto se stesso a tal punto che la sua produzione costituisce un riflesso singolare del suo essere, di ciò che egli è e di come lo è". E ancora: "Nell’arte egli trova una dimensione nuova e uno straordinario canale d’espressione per la sua crescita spirituale. Attraverso le opere realizzate, l’artista parla e comunica con gli altri. La storia dell’arte, perciò, non è soltanto storia di opere, ma anche di uomini. Le opere parlano dei loro autori, introducono alla conoscenza del loro intimo e rivelano l’originale contributo da essi offerto alla storia della cultura". Fra il 1990 e il 1992 Alessandra Bitelli si era dedicata alla realizzazione di 26 grandi vetrate per la chiesa del Cristo Redentore (Christ the Reedemer Church) in West Vancouver, progettata dall’architetto Uberto Uberti, come lei canadese di origine piemontese. "Per due anni - ricorda il figlio Giovanni - mia madre ha lavorato in un piccolo garage, sforzandosi di unificare lÕespressione artistica con il messaggio divino. In alto, sopra i banchi dei fedeli, le sue vetrate riflettono delicate luci colorate: sono sieme arte e silenziosa preghiera".
     

    Anna Maria Zampieri
    Fonte: News ITALIA PRESS

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