Identità e integrazione in Ticino

Riporto qui di seguito il testo di un interessante articolo di Sergio Roic, pubblicato sul Corriere del Ticino del 5 dicembre 2007.

Identità e integrazione in Ticino: la sfida dell’”italicità”

di S. Roic

Quando si parla di identità, e se ne parla molto di questi tempi, spesso si finisce per andare incontro a numerosi equivoci che, per lo più, sono luoghi comuni. Tutt’ora, chi sottolinea la ricchezza culturale se non psicologica di chi ha la fortuna di possedere un’identità forte, viene definito da alcuni “nostalgico” o “autoreferente”.

Perbacco, esclama la mente aperta al vasto mondo, evviva il cosmopolitismo che tutto pialla e annulla! Perché chiudersi e confinarsi in un fazzoletto di terra? Perché non partecipare allo “spirito del tutto”? Già, perché no? In vacanza, magari, o leggendo un bel libro. Il quotidiano, però, lo viviamo proprio qui e proprio ora, in Ticino.

Chi arriva in Ticino – l’immigrato, il forestiero, il global traveller – si ritrova dinanzi un territorio unico per bellezza e significato, per cultura (i castelli di Bellinzona dipinti da Turner, la Montagnola di Hesse) e per lingua, la lingua italiana, quella cantabile in cui il dolce sì risuona. Il nuovo venuto ha la ventura di partecipare a usi e costumi confederali, quelli elvetici, che proteggono una democrazia diretta introvabile ad altre latitudini. Può usufruire di media pluralisti e puntuali nell’informare, di un’attività artistica autoctona o presentata in loco particolarmente ricca e variegata.

Ma allora, verrebbe da dire, il nostro Ticino è forse l’agognato paradiso? L’altra faccia della medaglia è la supposta poca generosità dei ticinesi – e qui si intende un certo atteggiamento restio nell’accogliere pienamente chi arriva da fuori e nel comprenderne difficoltà di affiatamento nei confronti di un sistema di vita sottoposto a una continua verifica di riuscita sociale. Insomma, è inutile negare che, per la forte pressione imposta da una società globalizzata fondata sull’immagine e sull’abbondanza delle cose, qui e ora colui che perde la corsa di fronte al suo “rivale mimetico” (il termine è di René Girard e connota il primo e più vicino competitore sociale) si sente escluso, emarginato, quando non addirittura rifiutato e messo da parte. E allora perché stupirsi se il disagio profondo si avverte soprattutto fra le seconde generazioni di immigrati, in coloro cioè che sono nati e cresciuti in Ticino ma che non si sentono accettati in toto come ticinesi.

In definitiva, voci di disagio si levano da comunità che, a torto o a ragione, si sentono emarginate e respinte. La Comunità africana ticinese ha più volte preso posizione, recentemente, sul basso livello di integrazione della gente africana in Ticino. Si è parlato, e non a sproposito, di coinvolgere media e operatori culturali in modo da fornire un’immagine diversa di chi arriva in Ticino per lavorare e non certo per delinquere. In questo campo si può fare molto e il progetto di integrazione reciproca tra Italia e Romania promosso da un’università milanese è un buon esempio di comunicazione riuscita.

È chiaro che per un’integrazione davvero riuscita ci vuole un terreno di incontro comune e condiviso, una dimensione culturale che appartenga a tutti e che sia a disposizione di ognuno. Questa dimensione culturale ed esistenziale comincia a profilarsi anche in Ticino e agli occhi dei ticinesi. Si tratta, naturalmente, dell’“italicità”, ovvero di un modo di “pensare con sentimento” secondo la migliore tradizione di un pensiero e di usi e costumi nati e cresciuti attorno a una lingua e a un patrmonio artistico e culturale.

Chi arriva da noi con la forte determinazione di integrarsi e di vivere in sintonia con i ticinesi necessita di un terreno di incontro culturale e relazionale solido e riconosciuto, fatto di iniziative non effimere di promozione della lingua e cultura che ci caratterizza e di esempi di integrazione riusciti. Ciò permetterebbe, a chi arriva, di riconoscersi come un italico, “cittadino” e partecipatore a pieno titolo della cultura e della sensibilità del luogo dove vive.

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Il patrimonio dell’italianità è l’italicità

I patrimoni dell’italianità nella competizione globale è il titolo di un convegno organizzato nei giorni scorsi dall’Aspen Institute in occasione della Fiera Campionaria di Milano. All’incontro sono intervenuti diversi nomi della politica e dell’economia: da Giulio Tremonti ad Alessandro Profumo, a Enrico Letta oltre all’ingegnere più vincente della formula uno, Jean Todt. Il tema? Quanto e come è competitivo il “sistema Italia” oggi nella costellazione globale.
Si è parlato di italiani vincenti e di Italia se non proprio perdente, quasi.
Di distretti industriali in ripresa. Di economia che cresce a corto raggio, ma che ristagna se si valuta il medio-lungo termine.
Si è parlato di Italia e di cosa l’Italia può fare nel mondo.
Si è parlato – molto – del “fenomeno Ferrari”, una realtà sportiva e imprenditoriale assolutamente unica nel mondo. Jean Todt, parlando dell’”impresa Ferrari”, ha detto che gli italiani sono fra coloro che lavorano e si adoperano con più passione per la riuscita di un’iniziativa.
Mancava, a mio avviso, una parola, una parola sola.
Italicità.

Tutto ciò di cui si è parlato aveva infatti un carattere italico più che italiano: le aspirazoni “più che nazionali”, l’”andare nel mondo” ovvero l’inserimento nelle reti lunghe della competizione globale.
A questo punto una domanda dobbiamo porcela, però: perché, quando si parla del sistema Italia, non si coglie la dimensione più vasta e reticolare di cui questo sistema può far parte, ovvero la comunità italica nel mondo?
Insomma, se il sistema Italia è l’aspirazione, giusta e condivisibile, dell’affermazione di una nazione in un contesto globale, perché non riconosciamo (alcuni già lo fanno, ma si potrebbe fare di più) che il naturale e primo bacino di “utenza” in cui il sistema Italia ha più chances di affermarsi è proprio quello italico, sia per affinità sia per interessi condivisi?

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Vivere in un mondo “mobile”

Prendo spunto da alcuni problemi di grande attualità - dalla rivendicazione identitaria di Cortina d’Ampezzo a far parte del Trentino, al controllo della criminalità tra i cittadini stranieri fino al tragico perpetuarsi dei naufragi di clandestini sulle coste del Mediterraneo – per una breve riflessione.

Le analisi di questi fenomeni si sprecano, sia da parte dei media sia in ambito politico. Purtroppo, queste analisi ben raramente colgono l’essenza del problema proponendo rimedi sbagliati e del tutto inadatti alla realtà dei fatti. Fatti che, è opportuno sottolinearlo, non sono per nulla casuali o eccezionali ma che fanno parte della logica di un mondo basato sulla mobilità.
Se fino al recente passato la nostra civiltà era fondamentalmente stanziale e legata alla dimensione del territorio, e cioè di un territorio limitato e perciò più facilmente controllabile, oggi la mobilità è diventata una dimensione imprescindibile della nostra epoca.
Infatti, le nuove sfide che la politica deve recepire sono quelle legate sia alla mobilità delle istituzioni (comuni che cercano un’appartenenza nuova in seno a Regioni più vicine dal punto di vista identitario) sia all’edificazione di sistemi sopranazionali (Schengen) che prediligono la dimensione della mobilità e della facilità degli scambi a quella del controllo su un territorio delimitato e definito.
Affrontare le contraddizioni dell’epoca glocale, legata a doppio filo alla mobilità, è inevitabile e necessario. Naturalmente, sarebbe utile farlo a partire dalla consapevolezza che proprio la dimensione della mobilità e quella della migrazione si trovano al centro delle nostre vite e che una riorganizzazione delle istituzioni e finanche delle psicologie a cui fanno capo i cittadini è improrogabile ma non ancora realizzata.

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Frase riportata nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

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Ducati, un trionfo italico

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Una volta di “rossa italiana” nel mondo ce n’era una sola. In questi giorni però, a suon di trionfi (MotoGP e Superbike), l’altra “rossa”, la Ducati di Borgo Panigale, sta mietendo i frutti di un successo squisitamente italico.

Italico, perché la Ducati è senza dubbio la moto degli “italici” e non dei soli italiani (non a caso vince con Stoner).  I “Ducatisti” sono infatti una community globale di appassionati delle due ruote artigianali e dell’estetica elegante del made in Italy, un popolo ingegnoso di meccanici amatoriali (un Ducatista lo sa che per la delicata manutenzione della sua bizzosa due ruote un po’ meccanici bisogna esserlo).

L’azienda è consapevole dell’enorme potenziale costituito dalla “sua community”, con cui mantiene un filo diretto attraverso il “Desmoblog” uno degli esempi più riusciti di CEO blog nel panorama web, naturalmente bilingue (non tutti i ducatisti italici infatti parlano italiano) e altamente partecipativo.

La Ducati insomma ha vinto su tutti i fronti e non solo con Stoner, mentre Rossi ha perso con la Yamaha. Dobbiamo gioire della vittoria della macchina Ducati o soffrire della sconfitta del talento italico di Valentino? La risposta sarebbe facile, se la Ducati fosse semplicemente una macchina come la Yamaha, ma non lo è. Così,  anche se gli italiani sono in larga parte schierati con Rossi, noi da italici esultiamo insieme ai ducatisti nel mondo!

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Comunità Italofona e “sentire italico”

Il 26 settembre la Comunità Radiotelevisiva Italofona ha tenuto la sua assemblea generale all’interno dei lavori del Prix Italia, nella splendida cornice del Palazzo della Gran Guardia di Verona.

In quell’occasione è stata presentata la nuova Carta Programmatica della Comunità radiotelevisiva italofona, positivamente salutata anche dal membro del C.d.A. della Rai, Carlo Rognoni, intervenuto ai lavori. La Comunità si pone infatti  l’obiettivo “di creare opportunità e proposte di valorizzazione del prodotto multimediale di lingua italiana nel contesto della dimensione culturale e linguistica dell’italicità nel mondo”.

La Comunità dei soci fondatori (Rai, Capodistria, RTSI, San Marino e Vaticano) si propone inoltre di allargare, nel 2008, il cerchio del proprio ambito di interesse ad un secondo livello, quello mediterraneo-europeo, non nascondendo l’obiettivo ambizioso di raggiungere in un prossimo futuro la “dimensione del sentire italico” nella nuova realtà della globalizzazione.

Per approfondimenti: www.comunitaitalofona.org

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La lirica italica di Pavarotti

modena theatre (source: Flockr by superbez) Dopo la sua scomparsa, molte cose sono state dette e scritte su Luciano Pavarotti e sulla sua musica. Big Luciano, così lo chiamavano i più, era così popolare perché ha riunito in un tutt’uno la lirica italiana, il melodramma e il pop moderno? Oppure perché è stato il continuatore di una tradizione e il contaminatore di più generi musicali, riuniti nella sua Modena in concerti che hanno fatto conoscere agli amanti del pop la lirica, e viceversa?
Vorrei, tuttavia, sottolineare come l’omaggio a un tenore certamente bravissimo, ma italiano, anzi modenese fino al midollo come tutta la sua vita ha dimostrato, sia stato un omaggio autenticamente globale. Gli sono state dedicate più di 200 prime pagine dalla stampa di tutti e cinque i continenti. Le trasmissioni tv si sono sprecate e le esequie sono state coperte in diretta dal canale di news globali CNN.
Certo, la lirica del modenese Pavarotti è un’emozione che ha radici localissime e legate a tradizioni canore specifiche. Questa emozione è poi assurta a fenomeno della cultura globale, un fenomeno che ha ben poco a che fare con l’Italia e che va molto al di là delle pur notevoli eccellenze canore del nostro Paese.
Nel caso di Luciano Pavarotti è infatti necessario prendere in considerazione la dimensione italica della sua opera e della sua fama. Pavarotti era associato anche da chi non lo conosceva particolarmente bene al nostro gusto musicale. In realtà è stato un vero e proprio maestro, morto per rinascere con la sua musica presso tutti coloro che apprezzano la bellezza del canto. La sua lirica ha raggiunto una dimensione globale, riconosciuta e riconoscibile ovunque, proprio perché italica nel mondo.
Rimarrà nel cuore di tutti noi italici.

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Il cibo: meglio globale o locale?

Il dibattito tra cibo globale (standardizzato e dal medesimo sapore in tutto il mondo) e locale (tipico e fortemente radicato nei luoghi di produzione) è di moda.

Romagna (source: Flickr, by caviera)
Il gusto peculiare conferito a un pasto dalla tradizione e dalla terra di provenienza, è impagabile. La globalizzazione, invece, ci porta in casa molti prodotti che non avremmo assaggiato mai, ma che spesso e volentieri sono privati di quel di più che offre il gustarli nel loro ambiente.A questo proposito, val la pena di segnalare un post e alcuni commenti interessanti sul blog di Stefano Bonilli che parla di cibi globali e cibi locali.
Certo, essere locali nello scegliere i cibi più genuini costa di più. Essere invece glocal nello scegliere, per esempio, cibi della tradizione italica ma prodotti secondo standard qualitativi elevati dagli italici nel mondo, probabilmente costa un po’ di meno.
Il livello qualitativo del cibo italico è garantito? Spesso lo è, anche se non sempre. Iniziative come Slow Food o Eataly stanno puntando su alcuni dei simboli forti dell’italicità per farne autentici marchi di qualità. Ma spetta ai consumatori italici del mondo l’onere e l’onore di scegliere con accuratezza, anche perché le imitazioni sono parecchie e non sempre genuine.

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Si parla di noi…

Vi segnalo questa simpatica intervista di Anna Masera su La Stampa, dove si parla del blog…

“Bassetti, ma non posso fare a meno del blog”

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La 500 ritorna, sarà l’utilitaria degli italici?

fiat 500 (source:flickr by txkun)  Il successo della promozione del nuovo modello della Fiat 500, legato al cinquantesimo dell’uscita del modello originale, va al di là, e di molto, dei confini nazionali.  Quest’auto è sicuramente stata un simbolo del made in Italy. L’auto era prodotta a Torino e venduta soprattutto agli italiani. Nell’immaginario collettivo nostrano la 500 corrispondeva infatti al prototipo dell’utilitaria, l’auto popolare italiana per eccellenza.
Oggi la 500 vive un grande rilancio e non si può non sottolineare come in questo caso una creazione tipicamente italiana, la 500, assurga al ruolo di ambasciatore non più delle sorti produttive nazionali ma di un mondo e un modo di fare italico. Infatti, la nuova 500 non viene più costruita in Italia e non necessariamente sarà guidata dagli italiani.
Un prodotto italico è fabbricato in tutto il mondo e si propone a un pubblico di consumatori più ampio. Naturalmente, i primi consumatori del made by italics sono proprio gli italici.
Affermare esplicitamente che un nostro prodotto come la 500 è oggi italico, anziché semplicemente italiano è un’operazione lungimirante. Il successo collettivo del modo di vivere e di fare nel mondo degli italici dipende in larga misura da intrecci e incroci di immaginari, in un riconoscersi di relazioni sempre più strette e significative.
Sono convinto che se la Fiat, con la nuova 500, lo facesse con e per gli italici nel mondo, raddoppierebbe come minimo l’appeal e le dimensioni del mercato del suo nuovo modello.

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Una birra italica!

Source:Flickr, by Global Jet Gli italici bevono la birra Peroni? Così ci suggerisce in questi giorni la pubblicità della nostra birra bionda. Lo spot proposto è di stampo classico: si gioca la finale dei mondiali di calcio e gli avventori di un bar vengono scambiati per francesi. Ma loro bevono Peroni e si dichiarano:“Italici!”

Il fatto che l’italicità sia comprovata dalla scelta di un prodotto tipicamente italiano come la birra Peroni la dice lunga sull’immaginario che l’italicità veicola al giorno d’oggi. Chi consuma i nostri prodotti è un italico, ragiona e sceglie come noi.

Certo, l’immaginario dell’italicità non si limita alla bontà di una birra. La bevanda, in questo caso, è un segnale di ben più complessi e importanti coinvolgimenti con l’universo italico (non dimentichiamo che la Coca Cola, per decenni, ha fatto dei suoi consumatori dei “quasi” americani). Per gli ideatori della pubblicità della birra Peroni l’italicità può costituire quindi quel ponte di gusto che ci rappresenta così bene nel mondo per i nostri prodotti e per la qualità della vita.

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