Lola: una chance sprecata

Qui di seguito è riportato un contributo inviato da Margherita Peracchino, direttore di NewsItaliaPress che, partendo dalla vittoria italica di Lola Ponce a Sanremo, sviluppa un’interessante riflessione sull’apporto culturale degli italici nel mondo e sui rapporti tra italo-esteri e italiani dello Stivale.

“Gli italo-argentini salvano San Remo” così in questi giorni hanno titolato le testate italiche, riferendosi alla vittoria di Lola Ponce, con ‘Colpo di Fulmine‘ al Festival di Sanremo. Foto News Italia Press - Agenzia Stampa -Naturalmente poche ore dopo la vittoria gli italo-argentini si sono mobilitati e molti hanno voluto intervenire per commentare la vittoria di Lola, anche i vertici politici italiani in Argentina. E proprio la politica, però, o meglio la campagna elettorale italiana, ha di fatto bruciato l’evento, il quale in un momento diverso avrebbe, crediamo, avuto un lungo strascico e sarebbe stata l’occasione -leggera- per portare alla ribalta un tema -pensante- che sta a cuore a tutti gli italici: il rapporto e il contributo che gli italo-esteri possono dare all’Italia in questo preciso frangente storico.

Sia chiaro: Lola sarebbe stato un bel pretesto e niente più, ma sui ‘pretesti’, tutti lo sappiamo, si possono costruire casi mediatici utili a sensibilizzare l’opinione pubblica. I leaders della comunità italiana in Argentina l’evento Lola lo hanno capito bene e subito, da Luis Pallaro a Giuseppe Angeli, entrambi rappresentanti della comunità italiana dell’Argentina al Parlamento italiano, non hanno perso tempo per sottolineare come “noi italiani in Argentina siamo orgogliosi delle nostre nuove generazioni, dei nostri figli. Lola è una delle persone che ha fatto sentire orgogliosi tutti noi. Noi l’abbiamo preparata, si è preparata qui in Argentina, è venuta in Italia, ha trovato gli spazi che merita, ed ha dimostrato di essere capace di vincere anche un concorso come quello di Sanremo”. Aggiungendo: “Credo che questa ragazza si senta soddisfatta delle sue origini italiane, e soddisfatta del suo essere argentina”. Ecco, questi erano appunto i temi sui quali si sarebbe avuta l’occasione per aprire un dibattito: l’apporto che gli italo-esteri possono dare all’Italia sia in termini culturali che di competenze professionali, lo scambio di esperienze, il loro inserimento in condizione di ‘diversa cittadinanza’ con diversi diritti legati alla loro pluri-identità nel tessuto sociale italiano, la costruzione del rapporto tutto da pensare tra gli italo-esteri e gli italiani nella società dello stivale. In definitiva la costruzione di un nuovo Paese -l’Italia - forte e moderno perché radicato su di una nuova statualità glocal e basata sulla pluri-appartenenza. Da mesi il Parlamento italiano sta dibattendo sulla problematica della riforma della legge sulla cittadinanza, per prevedere l’ampliamento dei termini. Sullo sfondo: centinaia di migliaia di richieste di cittadinanza da parte degli italo-esteri (in particolare proprio dell’America Latina) già depositate e  probabilmente oltre un milione di individui, il cui retaggio li fa ‘sentire’ italiani, potrebbero bussare alle porte dell’Italia per accedere al riconoscimento della cittadinanza. Quali i diritti di questi nuovi cittadini? Quale l’impatto, sia in termini socio-politici che di gestione amministrativi e costi, per lo Stato Italiano? A queste domande nessuno osa esporsi: non è, infatti, intellettualmente agevole pensare in termini di ‘diversamente cittadini’, proporre di confrontarsi con livelli diversi di diritti e doveri in base alla propria diversità di origine della cittadinanza. Tutto sarebbe più lineare, infatti, se gli italo-esteri facessero parte della nostra quotidianità, se imparassimo a conoscerli, a parlarci, ascoltarli, capire quali sono le loro ambizioni, lavorare con loro gomito a gomito. Nei prossimi mesi si terrà in Italia la Prima Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani nel Mondo. L’evento rischia di passare in secondo piano nell’agenda della cronaca ma soprattutto della politica italiana e dei Paesi italici. La Conferenza rischia di essere la seconda grande occasione sprecata di questo 2008 dopo quella di Lola. Come con Lola ci troviamo servita, noi italiani, su di un piatto d’argento la possibilità di portare in Italia, dalla porta principale, una grande chance per costruire il nostro futuro di nuovo Paese adatto alle sfide che il millennio appena iniziato ci propone. Bisogna fare di tutto perché quanto accaduto questa settimana con Lola non si ripeta.

Margherita Peracchino

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Italicità come accoglienza

La recente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato mi suggerisce alcune riflessioni.
La possibilità di praticare un’adeguata accoglienza per le moltissime persone “mobili” nel mondo è oggi di inestimabile valore.
I migranti devono essere aiutati a inserirsi con successo nella società d’arrivo. Tale accoglienza, soprattutto nel caso di genti spinte dal bisogno o dal desiderio di migliorare la propria condizione, si confronta con numerosi nodi da sciogliere.

Between the differences - Fonte: flickr by Stefano Corso
Altrettanto importante è l’informazione degli autoctoni sulle vere dimensioni del fenomeno e anche su eventuali problemi che creano singoli immigrati senza cadere nell’isteria della “caccia allo straniero criminale”.
Un terreno comune di incontro è assolutamente necessario perché l’integrazione abbia successo e non si verifichino devianze.
Ritengo che una delle principali caratteristiche dell’italicità sia proprio la sua tradizionale apertura verso l’altro.
Sono convinto che un comune terreno italico di iniziative culturali, di informazione puntuale sull’immigrazione e di azioni concrete a favore dell’inserimento delle genti in arrivo in Italia ma anche negli altri territori italici d’origine, ad esempio il Ticino, sia un traguardo necessario per far crescere la consapevolezza sui “processi di mobilità” che ci portano e ci porteranno in casa persone a cui è necessario dare e da cui sarà utilissimo ricevere.
Una delle prime iniziative concrete in tal senso è uno studio che sta avviando l’università milanese IULM sui rapporti fra romeni e italiani sia in Romania che in Italia. Questi rapporti, nonostante i roboanti echi della nostra stampa su singoli casi di criminalità, sono di comprensione reciproca se non addirittura di identificazione culturale.
Teniamone conto. La via dell’integrazione passa dalla comprensione e dalla comunanza culturale e non dal rifiuto di chi sceglie o è costretto a migrare.

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“Ciao Italia” e la svolta italica

Bartolo Ciccardini, il presidente di “Ciao Italia”, l’associazione che raggruppa e rappresenta la rete mondiale dei ristoratori italiani nei cinque continenti, ha rilasciato in questi giorni un’ intervista per Newsitaliapress sull’importanza della “svolta italica” di questo diffuso e articolato network globale.

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Riconoscere la valenza della rete italica in quello che è forse il segmento primario della penetrazione dell’italicità nel mondo – in questo caso si può ben dire che l’italicità ha ormai “preso il mondo per la gola” – è naturalmente di grande importanza e di buon augurio.
Auspicare una qualità dei prodotti e della realizzazione culinaria tutta italiana non basta infatti più. Oggi viene riconosciuto il valore delle varie “contaminazioni” locali del “cibo all’italiana”. Tenere conto di questa vera e propria “svolta del gusto” è di importanza fondamentale anche per dare il giusto riconoscimento a tanti italici appassionati sparsi nel mondo che hanno perpetuato i valori della nostra cucina venendo spesso e volentieri esclusi dal circuito della cosiddetta “cucina italiana genuina”. In questo ambito, a sproposito, si parlava di imitazioni e di “caduta del gusto”, mentre invece in loco veniva compiuto un naturale adattamento ai gusti locali oppure venivano mantenute tradizioni culinarie che magari si erano perse in madrepatria.
In una visione onnicomprensiva e italica che va ben al di là di una difesa corporativistica della ragion di stato italiana, ritengo che il cibo “all’italiana” sia ormai una realtà talmente variegata e complessa di intersezioni di gusto da dover seguire ormai la strada della qualità più che quella di un supposto e sempre più problematico “made in Italy”.
Non bisogna dimenticare, come ha giustamente sottolineato Ciccardini, che “la cucina italiana per la diaspora è stata una religione, questa religione ha fatto un miracolo che ancora ci stupisce e ci commuove”.
Insomma, se gli italici si sono identificati nel loro cibo nel vasto mondo, oggi è giusto che questo loro amore per il cibo venga riconosciuto e valorizzato al di là di ghettizzazioni nazionali e di pretese rivendicazioni nazionalistiche.

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Identità e integrazione in Ticino

Riporto qui di seguito il testo di un interessante articolo di Sergio Roic, pubblicato sul Corriere del Ticino del 5 dicembre 2007.

Identità e integrazione in Ticino: la sfida dell’”italicità”

di S. Roic

Quando si parla di identità, e se ne parla molto di questi tempi, spesso si finisce per andare incontro a numerosi equivoci che, per lo più, sono luoghi comuni. Tutt’ora, chi sottolinea la ricchezza culturale se non psicologica di chi ha la fortuna di possedere un’identità forte, viene definito da alcuni “nostalgico” o “autoreferente”.

Perbacco, esclama la mente aperta al vasto mondo, evviva il cosmopolitismo che tutto pialla e annulla! Perché chiudersi e confinarsi in un fazzoletto di terra? Perché non partecipare allo “spirito del tutto”? Già, perché no? In vacanza, magari, o leggendo un bel libro. Il quotidiano, però, lo viviamo proprio qui e proprio ora, in Ticino.

Chi arriva in Ticino – l’immigrato, il forestiero, il global traveller – si ritrova dinanzi un territorio unico per bellezza e significato, per cultura (i castelli di Bellinzona dipinti da Turner, la Montagnola di Hesse) e per lingua, la lingua italiana, quella cantabile in cui il dolce sì risuona. Il nuovo venuto ha la ventura di partecipare a usi e costumi confederali, quelli elvetici, che proteggono una democrazia diretta introvabile ad altre latitudini. Può usufruire di media pluralisti e puntuali nell’informare, di un’attività artistica autoctona o presentata in loco particolarmente ricca e variegata.

Ma allora, verrebbe da dire, il nostro Ticino è forse l’agognato paradiso? L’altra faccia della medaglia è la supposta poca generosità dei ticinesi – e qui si intende un certo atteggiamento restio nell’accogliere pienamente chi arriva da fuori e nel comprenderne difficoltà di affiatamento nei confronti di un sistema di vita sottoposto a una continua verifica di riuscita sociale. Insomma, è inutile negare che, per la forte pressione imposta da una società globalizzata fondata sull’immagine e sull’abbondanza delle cose, qui e ora colui che perde la corsa di fronte al suo “rivale mimetico” (il termine è di René Girard e connota il primo e più vicino competitore sociale) si sente escluso, emarginato, quando non addirittura rifiutato e messo da parte. E allora perché stupirsi se il disagio profondo si avverte soprattutto fra le seconde generazioni di immigrati, in coloro cioè che sono nati e cresciuti in Ticino ma che non si sentono accettati in toto come ticinesi.

In definitiva, voci di disagio si levano da comunità che, a torto o a ragione, si sentono emarginate e respinte. La Comunità africana ticinese ha più volte preso posizione, recentemente, sul basso livello di integrazione della gente africana in Ticino. Si è parlato, e non a sproposito, di coinvolgere media e operatori culturali in modo da fornire un’immagine diversa di chi arriva in Ticino per lavorare e non certo per delinquere. In questo campo si può fare molto e il progetto di integrazione reciproca tra Italia e Romania promosso da un’università milanese è un buon esempio di comunicazione riuscita.

È chiaro che per un’integrazione davvero riuscita ci vuole un terreno di incontro comune e condiviso, una dimensione culturale che appartenga a tutti e che sia a disposizione di ognuno. Questa dimensione culturale ed esistenziale comincia a profilarsi anche in Ticino e agli occhi dei ticinesi. Si tratta, naturalmente, dell’“italicità”, ovvero di un modo di “pensare con sentimento” secondo la migliore tradizione di un pensiero e di usi e costumi nati e cresciuti attorno a una lingua e a un patrmonio artistico e culturale.

Chi arriva da noi con la forte determinazione di integrarsi e di vivere in sintonia con i ticinesi necessita di un terreno di incontro culturale e relazionale solido e riconosciuto, fatto di iniziative non effimere di promozione della lingua e cultura che ci caratterizza e di esempi di integrazione riusciti. Ciò permetterebbe, a chi arriva, di riconoscersi come un italico, “cittadino” e partecipatore a pieno titolo della cultura e della sensibilità del luogo dove vive.

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Il patrimonio dell’italianità è l’italicità

I patrimoni dell’italianità nella competizione globale è il titolo di un convegno organizzato nei giorni scorsi dall’Aspen Institute in occasione della Fiera Campionaria di Milano. All’incontro sono intervenuti diversi nomi della politica e dell’economia: da Giulio Tremonti ad Alessandro Profumo, a Enrico Letta oltre all’ingegnere più vincente della formula uno, Jean Todt. Il tema? Quanto e come è competitivo il “sistema Italia” oggi nella costellazione globale.
Si è parlato di italiani vincenti e di Italia se non proprio perdente, quasi.
Di distretti industriali in ripresa. Di economia che cresce a corto raggio, ma che ristagna se si valuta il medio-lungo termine.
Si è parlato di Italia e di cosa l’Italia può fare nel mondo.
Si è parlato – molto – del “fenomeno Ferrari”, una realtà sportiva e imprenditoriale assolutamente unica nel mondo. Jean Todt, parlando dell’”impresa Ferrari”, ha detto che gli italiani sono fra coloro che lavorano e si adoperano con più passione per la riuscita di un’iniziativa.
Mancava, a mio avviso, una parola, una parola sola.
Italicità.

Tutto ciò di cui si è parlato aveva infatti un carattere italico più che italiano: le aspirazoni “più che nazionali”, l’”andare nel mondo” ovvero l’inserimento nelle reti lunghe della competizione globale.
A questo punto una domanda dobbiamo porcela, però: perché, quando si parla del sistema Italia, non si coglie la dimensione più vasta e reticolare di cui questo sistema può far parte, ovvero la comunità italica nel mondo?
Insomma, se il sistema Italia è l’aspirazione, giusta e condivisibile, dell’affermazione di una nazione in un contesto globale, perché non riconosciamo (alcuni già lo fanno, ma si potrebbe fare di più) che il naturale e primo bacino di “utenza” in cui il sistema Italia ha più chances di affermarsi è proprio quello italico, sia per affinità sia per interessi condivisi?

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Vivere in un mondo “mobile”

Prendo spunto da alcuni problemi di grande attualità - dalla rivendicazione identitaria di Cortina d’Ampezzo a far parte del Trentino, al controllo della criminalità tra i cittadini stranieri fino al tragico perpetuarsi dei naufragi di clandestini sulle coste del Mediterraneo – per una breve riflessione.

Le analisi di questi fenomeni si sprecano, sia da parte dei media sia in ambito politico. Purtroppo, queste analisi ben raramente colgono l’essenza del problema proponendo rimedi sbagliati e del tutto inadatti alla realtà dei fatti. Fatti che, è opportuno sottolinearlo, non sono per nulla casuali o eccezionali ma che fanno parte della logica di un mondo basato sulla mobilità.
Se fino al recente passato la nostra civiltà era fondamentalmente stanziale e legata alla dimensione del territorio, e cioè di un territorio limitato e perciò più facilmente controllabile, oggi la mobilità è diventata una dimensione imprescindibile della nostra epoca.
Infatti, le nuove sfide che la politica deve recepire sono quelle legate sia alla mobilità delle istituzioni (comuni che cercano un’appartenenza nuova in seno a Regioni più vicine dal punto di vista identitario) sia all’edificazione di sistemi sopranazionali (Schengen) che prediligono la dimensione della mobilità e della facilità degli scambi a quella del controllo su un territorio delimitato e definito.
Affrontare le contraddizioni dell’epoca glocale, legata a doppio filo alla mobilità, è inevitabile e necessario. Naturalmente, sarebbe utile farlo a partire dalla consapevolezza che proprio la dimensione della mobilità e quella della migrazione si trovano al centro delle nostre vite e che una riorganizzazione delle istituzioni e finanche delle psicologie a cui fanno capo i cittadini è improrogabile ma non ancora realizzata.

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Frase riportata nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

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Ducati, un trionfo italico

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Una volta di “rossa italiana” nel mondo ce n’era una sola. In questi giorni però, a suon di trionfi (MotoGP e Superbike), l’altra “rossa”, la Ducati di Borgo Panigale, sta mietendo i frutti di un successo squisitamente italico.

Italico, perché la Ducati è senza dubbio la moto degli “italici” e non dei soli italiani (non a caso vince con Stoner).  I “Ducatisti” sono infatti una community globale di appassionati delle due ruote artigianali e dell’estetica elegante del made in Italy, un popolo ingegnoso di meccanici amatoriali (un Ducatista lo sa che per la delicata manutenzione della sua bizzosa due ruote un po’ meccanici bisogna esserlo).

L’azienda è consapevole dell’enorme potenziale costituito dalla “sua community”, con cui mantiene un filo diretto attraverso il “Desmoblog” uno degli esempi più riusciti di CEO blog nel panorama web, naturalmente bilingue (non tutti i ducatisti italici infatti parlano italiano) e altamente partecipativo.

La Ducati insomma ha vinto su tutti i fronti e non solo con Stoner, mentre Rossi ha perso con la Yamaha. Dobbiamo gioire della vittoria della macchina Ducati o soffrire della sconfitta del talento italico di Valentino? La risposta sarebbe facile, se la Ducati fosse semplicemente una macchina come la Yamaha, ma non lo è. Così,  anche se gli italiani sono in larga parte schierati con Rossi, noi da italici esultiamo insieme ai ducatisti nel mondo!

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Comunità Italofona e “sentire italico”

Il 26 settembre la Comunità Radiotelevisiva Italofona ha tenuto la sua assemblea generale all’interno dei lavori del Prix Italia, nella splendida cornice del Palazzo della Gran Guardia di Verona.

In quell’occasione è stata presentata la nuova Carta Programmatica della Comunità radiotelevisiva italofona, positivamente salutata anche dal membro del C.d.A. della Rai, Carlo Rognoni, intervenuto ai lavori. La Comunità si pone infatti  l’obiettivo “di creare opportunità e proposte di valorizzazione del prodotto multimediale di lingua italiana nel contesto della dimensione culturale e linguistica dell’italicità nel mondo”.

La Comunità dei soci fondatori (Rai, Capodistria, RTSI, San Marino e Vaticano) si propone inoltre di allargare, nel 2008, il cerchio del proprio ambito di interesse ad un secondo livello, quello mediterraneo-europeo, non nascondendo l’obiettivo ambizioso di raggiungere in un prossimo futuro la “dimensione del sentire italico” nella nuova realtà della globalizzazione.

Per approfondimenti: www.comunitaitalofona.org

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La lirica italica di Pavarotti

modena theatre (source: Flockr by superbez) Dopo la sua scomparsa, molte cose sono state dette e scritte su Luciano Pavarotti e sulla sua musica. Big Luciano, così lo chiamavano i più, era così popolare perché ha riunito in un tutt’uno la lirica italiana, il melodramma e il pop moderno? Oppure perché è stato il continuatore di una tradizione e il contaminatore di più generi musicali, riuniti nella sua Modena in concerti che hanno fatto conoscere agli amanti del pop la lirica, e viceversa?
Vorrei, tuttavia, sottolineare come l’omaggio a un tenore certamente bravissimo, ma italiano, anzi modenese fino al midollo come tutta la sua vita ha dimostrato, sia stato un omaggio autenticamente globale. Gli sono state dedicate più di 200 prime pagine dalla stampa di tutti e cinque i continenti. Le trasmissioni tv si sono sprecate e le esequie sono state coperte in diretta dal canale di news globali CNN.
Certo, la lirica del modenese Pavarotti è un’emozione che ha radici localissime e legate a tradizioni canore specifiche. Questa emozione è poi assurta a fenomeno della cultura globale, un fenomeno che ha ben poco a che fare con l’Italia e che va molto al di là delle pur notevoli eccellenze canore del nostro Paese.
Nel caso di Luciano Pavarotti è infatti necessario prendere in considerazione la dimensione italica della sua opera e della sua fama. Pavarotti era associato anche da chi non lo conosceva particolarmente bene al nostro gusto musicale. In realtà è stato un vero e proprio maestro, morto per rinascere con la sua musica presso tutti coloro che apprezzano la bellezza del canto. La sua lirica ha raggiunto una dimensione globale, riconosciuta e riconoscibile ovunque, proprio perché italica nel mondo.
Rimarrà nel cuore di tutti noi italici.

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Il cibo: meglio globale o locale?

Il dibattito tra cibo globale (standardizzato e dal medesimo sapore in tutto il mondo) e locale (tipico e fortemente radicato nei luoghi di produzione) è di moda.

Romagna (source: Flickr, by caviera)
Il gusto peculiare conferito a un pasto dalla tradizione e dalla terra di provenienza, è impagabile. La globalizzazione, invece, ci porta in casa molti prodotti che non avremmo assaggiato mai, ma che spesso e volentieri sono privati di quel di più che offre il gustarli nel loro ambiente.A questo proposito, val la pena di segnalare un post e alcuni commenti interessanti sul blog di Stefano Bonilli che parla di cibi globali e cibi locali.
Certo, essere locali nello scegliere i cibi più genuini costa di più. Essere invece glocal nello scegliere, per esempio, cibi della tradizione italica ma prodotti secondo standard qualitativi elevati dagli italici nel mondo, probabilmente costa un po’ di meno.
Il livello qualitativo del cibo italico è garantito? Spesso lo è, anche se non sempre. Iniziative come Slow Food o Eataly stanno puntando su alcuni dei simboli forti dell’italicità per farne autentici marchi di qualità. Ma spetta ai consumatori italici del mondo l’onere e l’onore di scegliere con accuratezza, anche perché le imitazioni sono parecchie e non sempre genuine.

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