Archivi per Italici

Vivere in un mondo “mobile”

Prendo spunto da alcuni problemi di grande attualità - dalla rivendicazione identitaria di Cortina d’Ampezzo a far parte del Trentino, al controllo della criminalità tra i cittadini stranieri fino al tragico perpetuarsi dei naufragi di clandestini sulle coste del Mediterraneo – per una breve riflessione.

Le analisi di questi fenomeni si sprecano, sia da parte dei media sia in ambito politico. Purtroppo, queste analisi ben raramente colgono l’essenza del problema proponendo rimedi sbagliati e del tutto inadatti alla realtà dei fatti. Fatti che, è opportuno sottolinearlo, non sono per nulla casuali o eccezionali ma che fanno parte della logica di un mondo basato sulla mobilità.
Se fino al recente passato la nostra civiltà era fondamentalmente stanziale e legata alla dimensione del territorio, e cioè di un territorio limitato e perciò più facilmente controllabile, oggi la mobilità è diventata una dimensione imprescindibile della nostra epoca.
Infatti, le nuove sfide che la politica deve recepire sono quelle legate sia alla mobilità delle istituzioni (comuni che cercano un’appartenenza nuova in seno a Regioni più vicine dal punto di vista identitario) sia all’edificazione di sistemi sopranazionali (Schengen) che prediligono la dimensione della mobilità e della facilità degli scambi a quella del controllo su un territorio delimitato e definito.
Affrontare le contraddizioni dell’epoca glocale, legata a doppio filo alla mobilità, è inevitabile e necessario. Naturalmente, sarebbe utile farlo a partire dalla consapevolezza che proprio la dimensione della mobilità e quella della migrazione si trovano al centro delle nostre vite e che una riorganizzazione delle istituzioni e finanche delle psicologie a cui fanno capo i cittadini è improrogabile ma non ancora realizzata.

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Frase riportata nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

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Ducati, un trionfo italico

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Una volta di “rossa italiana” nel mondo ce n’era una sola. In questi giorni però, a suon di trionfi (MotoGP e Superbike), l’altra “rossa”, la Ducati di Borgo Panigale, sta mietendo i frutti di un successo squisitamente italico.

Italico, perché la Ducati è senza dubbio la moto degli “italici” e non dei soli italiani (non a caso vince con Stoner).  I “Ducatisti” sono infatti una community globale di appassionati delle due ruote artigianali e dell’estetica elegante del made in Italy, un popolo ingegnoso di meccanici amatoriali (un Ducatista lo sa che per la delicata manutenzione della sua bizzosa due ruote un po’ meccanici bisogna esserlo).

L’azienda è consapevole dell’enorme potenziale costituito dalla “sua community”, con cui mantiene un filo diretto attraverso il “Desmoblog” uno degli esempi più riusciti di CEO blog nel panorama web, naturalmente bilingue (non tutti i ducatisti italici infatti parlano italiano) e altamente partecipativo.

La Ducati insomma ha vinto su tutti i fronti e non solo con Stoner, mentre Rossi ha perso con la Yamaha. Dobbiamo gioire della vittoria della macchina Ducati o soffrire della sconfitta del talento italico di Valentino? La risposta sarebbe facile, se la Ducati fosse semplicemente una macchina come la Yamaha, ma non lo è. Così,  anche se gli italiani sono in larga parte schierati con Rossi, noi da italici esultiamo insieme ai ducatisti nel mondo!

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Comunità Italofona e “sentire italico”

Il 26 settembre la Comunità Radiotelevisiva Italofona ha tenuto la sua assemblea generale all’interno dei lavori del Prix Italia, nella splendida cornice del Palazzo della Gran Guardia di Verona.

In quell’occasione è stata presentata la nuova Carta Programmatica della Comunità radiotelevisiva italofona, positivamente salutata anche dal membro del C.d.A. della Rai, Carlo Rognoni, intervenuto ai lavori. La Comunità si pone infatti  l’obiettivo “di creare opportunità e proposte di valorizzazione del prodotto multimediale di lingua italiana nel contesto della dimensione culturale e linguistica dell’italicità nel mondo”.

La Comunità dei soci fondatori (Rai, Capodistria, RTSI, San Marino e Vaticano) si propone inoltre di allargare, nel 2008, il cerchio del proprio ambito di interesse ad un secondo livello, quello mediterraneo-europeo, non nascondendo l’obiettivo ambizioso di raggiungere in un prossimo futuro la “dimensione del sentire italico” nella nuova realtà della globalizzazione.

Per approfondimenti: www.comunitaitalofona.org

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La lirica italica di Pavarotti

modena theatre (source: Flockr by superbez) Dopo la sua scomparsa, molte cose sono state dette e scritte su Luciano Pavarotti e sulla sua musica. Big Luciano, così lo chiamavano i più, era così popolare perché ha riunito in un tutt’uno la lirica italiana, il melodramma e il pop moderno? Oppure perché è stato il continuatore di una tradizione e il contaminatore di più generi musicali, riuniti nella sua Modena in concerti che hanno fatto conoscere agli amanti del pop la lirica, e viceversa?
Vorrei, tuttavia, sottolineare come l’omaggio a un tenore certamente bravissimo, ma italiano, anzi modenese fino al midollo come tutta la sua vita ha dimostrato, sia stato un omaggio autenticamente globale. Gli sono state dedicate più di 200 prime pagine dalla stampa di tutti e cinque i continenti. Le trasmissioni tv si sono sprecate e le esequie sono state coperte in diretta dal canale di news globali CNN.
Certo, la lirica del modenese Pavarotti è un’emozione che ha radici localissime e legate a tradizioni canore specifiche. Questa emozione è poi assurta a fenomeno della cultura globale, un fenomeno che ha ben poco a che fare con l’Italia e che va molto al di là delle pur notevoli eccellenze canore del nostro Paese.
Nel caso di Luciano Pavarotti è infatti necessario prendere in considerazione la dimensione italica della sua opera e della sua fama. Pavarotti era associato anche da chi non lo conosceva particolarmente bene al nostro gusto musicale. In realtà è stato un vero e proprio maestro, morto per rinascere con la sua musica presso tutti coloro che apprezzano la bellezza del canto. La sua lirica ha raggiunto una dimensione globale, riconosciuta e riconoscibile ovunque, proprio perché italica nel mondo.
Rimarrà nel cuore di tutti noi italici.

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Il cibo: meglio globale o locale?

Il dibattito tra cibo globale (standardizzato e dal medesimo sapore in tutto il mondo) e locale (tipico e fortemente radicato nei luoghi di produzione) è di moda.

Romagna (source: Flickr, by caviera)
Il gusto peculiare conferito a un pasto dalla tradizione e dalla terra di provenienza, è impagabile. La globalizzazione, invece, ci porta in casa molti prodotti che non avremmo assaggiato mai, ma che spesso e volentieri sono privati di quel di più che offre il gustarli nel loro ambiente.A questo proposito, val la pena di segnalare un post e alcuni commenti interessanti sul blog di Stefano Bonilli che parla di cibi globali e cibi locali.
Certo, essere locali nello scegliere i cibi più genuini costa di più. Essere invece glocal nello scegliere, per esempio, cibi della tradizione italica ma prodotti secondo standard qualitativi elevati dagli italici nel mondo, probabilmente costa un po’ di meno.
Il livello qualitativo del cibo italico è garantito? Spesso lo è, anche se non sempre. Iniziative come Slow Food o Eataly stanno puntando su alcuni dei simboli forti dell’italicità per farne autentici marchi di qualità. Ma spetta ai consumatori italici del mondo l’onere e l’onore di scegliere con accuratezza, anche perché le imitazioni sono parecchie e non sempre genuine.

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Si parla di noi…

Vi segnalo questa simpatica intervista di Anna Masera su La Stampa, dove si parla del blog…

“Bassetti, ma non posso fare a meno del blog”

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La 500 ritorna, sarà l’utilitaria degli italici?

fiat 500 (source:flickr by txkun)  Il successo della promozione del nuovo modello della Fiat 500, legato al cinquantesimo dell’uscita del modello originale, va al di là, e di molto, dei confini nazionali.  Quest’auto è sicuramente stata un simbolo del made in Italy. L’auto era prodotta a Torino e venduta soprattutto agli italiani. Nell’immaginario collettivo nostrano la 500 corrispondeva infatti al prototipo dell’utilitaria, l’auto popolare italiana per eccellenza.
Oggi la 500 vive un grande rilancio e non si può non sottolineare come in questo caso una creazione tipicamente italiana, la 500, assurga al ruolo di ambasciatore non più delle sorti produttive nazionali ma di un mondo e un modo di fare italico. Infatti, la nuova 500 non viene più costruita in Italia e non necessariamente sarà guidata dagli italiani.
Un prodotto italico è fabbricato in tutto il mondo e si propone a un pubblico di consumatori più ampio. Naturalmente, i primi consumatori del made by italics sono proprio gli italici.
Affermare esplicitamente che un nostro prodotto come la 500 è oggi italico, anziché semplicemente italiano è un’operazione lungimirante. Il successo collettivo del modo di vivere e di fare nel mondo degli italici dipende in larga misura da intrecci e incroci di immaginari, in un riconoscersi di relazioni sempre più strette e significative.
Sono convinto che se la Fiat, con la nuova 500, lo facesse con e per gli italici nel mondo, raddoppierebbe come minimo l’appeal e le dimensioni del mercato del suo nuovo modello.

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Una birra italica!

Source:Flickr, by Global Jet Gli italici bevono la birra Peroni? Così ci suggerisce in questi giorni la pubblicità della nostra birra bionda. Lo spot proposto è di stampo classico: si gioca la finale dei mondiali di calcio e gli avventori di un bar vengono scambiati per francesi. Ma loro bevono Peroni e si dichiarano:“Italici!”

Il fatto che l’italicità sia comprovata dalla scelta di un prodotto tipicamente italiano come la birra Peroni la dice lunga sull’immaginario che l’italicità veicola al giorno d’oggi. Chi consuma i nostri prodotti è un italico, ragiona e sceglie come noi.

Certo, l’immaginario dell’italicità non si limita alla bontà di una birra. La bevanda, in questo caso, è un segnale di ben più complessi e importanti coinvolgimenti con l’universo italico (non dimentichiamo che la Coca Cola, per decenni, ha fatto dei suoi consumatori dei “quasi” americani). Per gli ideatori della pubblicità della birra Peroni l’italicità può costituire quindi quel ponte di gusto che ci rappresenta così bene nel mondo per i nostri prodotti e per la qualità della vita.

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Una seconda vita per la cultura italica

L’Italia è stata la prima nazione ad aprire un paio di mesi fa un istituto di cultura in Second Life, il 91°, quello virtuale, accanto ai 90 reali sparsi nel mondo. Promuovere l’arte e la cultura italiana attraverso uno spazio virtuale in cui “abitano” e interagiscono milioni di utenti è un’iniziativa avveniristica e lungimirante. Il noto spirito di curiosità e innovazione che caratterizza gli italici ha quindi segnato un altro punto a proprio favore. 

L’Italia, in una logica per certi versi ancorata tuttora all’italianità (gli istituti di cultura sono una rappresentanza nazionale), sta facendo comunque dei notevoli passi verso l’italicità. Mi spiego. L’iniziativa dell’istituto virtuale presente in Second Life coinvolge evidentemente anche tutti gli italici nel mondo (gli oriundi e gli italofili, quindi, ma anche tutti gli italofoni) e non solo gli italiani.

Anche la comunità dei media italofoni sta facendo dei passi importanti onde coinvolgere nell’ambito italico, in modo moderno e aperto, coloro (come gli italici dei Balcani) che ne sono toccati ancora marginalmente. Riconoscersi nell’italicità e propagarla con coscienza di causa porta degli indubbi benefici a livello identitario e di relazioni: vogliamo continuare a limitare il discorso alla difesa della lingua italiana o proporlo nella sua veste più aggiornata, quella di una comunità italica che si riconosce e interagisce a livello globale?

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Dialetti o italiano: qual è la lingua degli italici?

Un recente studio indica come ben il 54% degli italiani preferiscano il dialetto all’italiano fra le mura domestiche.
Per essere precisi, quello che comunemente viene chiamato “dialetto” non è altro se non una delle trenta lingue regionali d’Italia – come ben sappiamo la lingua italiana deriva da un “dialetto”, il toscano.
La situazione fuori dall’Italia, nelle nutrite comunità globali italiche, è ancora più complessa: in Brasile per esempio si parla il “taliano”, un dialetto di ascendenze venete. Negli Stati Uniti spesso ci si imbatte in parlate dialettali incomprensibili persino ai compaesani del luogo d’origine (ciò che oggi si parla a New York risale magari agli anni ‘30 del secolo scorso, mentre nel paese d’origine la parlata è evoluta).
Durante un recente viaggio a San Francisco, convinto di dovermi rivolgermi alla platea italica in inglese, fui invitato a parlare in italiano.
Esiste una lingua unica in cui gli italici possano comunicare fra di loro? Evidentemente no.
I numerosi modi di comunicare all’interno delle comunità italiche, verso l’esterno e fra di loro sono un arricchimento, un ostacolo o un problema?
Un dibattito su questo tema sarebbe di grande attualità nel momento in cui la comunità italica prende coscienza di sé e allaccia relazioni sempre più fitte al suo interno.
Sarò lieto di ricevere commenti e proposte e scambiare opinioni su questo blog.

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