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Italici, elezioni europee e…Marchionne

Negli scorsi giorni ho avuto un interessante scambio di opinioni, in parte ripreso da NewsItaliaPress, con Bartolo Ciccardini, presidente di Ciao Italia (associazione che riunisce i ristoratori italici nel mondo). Una sua opinione sul voto degli italiani all’estero ha innescato una discussione che ritengo molto proficua.
Ecco le domande poste.
Chi sono gli italiani all’estero?
Essi possono essere equiparati agli italici?
Le loro motivazioni e la loro identità coincidono?
Che cosa si può dire a proposito della loro appartenenza?
E, infine, e questa è stata la mia ultima domanda a Bartolo: che cosa si può fare perché la comunità di coloro che hanno una matrice italiana, e sono molti nel mondo, sia unita, coesa e comunicante?
Ecco, in sintesi, la “tesi” iniziale di Ciccardini: “Gli italiani non sentono il Parlamento europeo come un loro organismo vitale. I parlamentari italiani eletti a Strasburgo non si segnalano per la loro presenza e per la loro assiduità e quelli che vi lavorano assiduamente non sono riconosciuti, né ricompensati con una stima particolare. I leader politici si candidano per accumulare più voti, per poi farsi sostituire. E se non si fanno sostituire non partecipano attivamente ai lavori del Parlamento europeo, presi come sono dalla politica nazionale che ritengono più importante. Come spesso avviene in Italia, l’evento politico europeo o mondiale è piuttosto l’occasione per registrare i contrasti della politica interna”. (http://www.newsitaliapress.it/pages/dettaglio.php?id_lnk=3_150801)
Difficile dire che abbia torto! Ma proprio perché ha ragione e le cose italiane stanno così, noi da tempo ci rivolgiamo agli italici, visto che non sempre queste due categorie, pur di matrice italiana,  coincidono. Non c’è dubbio che gli italici abbiano una “lealtà nazionale” diversa dagli italiani all’estero essendo cittadini americani, australiani, francesi o svizzeri di origine italiana. Rispondendo a Ciccardini ho scritto: “Se riusciremo a compiere questo passo in avanti di consapevolezza di chi siamo e cosa rappresentiamo in Europa, oltre a volerci bene per il nostro carattere e la nostra vivacità, il resto d’Europa potrebbe finalmente imparare ad apprezzarci per il ruolo che gli italici e l’italicità sono pronti ad assumere in Europa e nel mondo. Un ruolo di ponte fra civiltà diverse e distinte. Un ruolo che dovrà essere riconosciuto dalla politica, ma che non coinvolge direttamente temi di ‘cittadinanza’.. A quando una decisa e chiara politica italica?” (http://www.newsitaliapress.it/pages/dettaglio.php?id_lnk=3_150893) A quando, insomma, una politica transnazionale di matrice italica piuttosto che una politica italiana all’estero per comunità che non sono più legate direttamente al nostro stato nazionale?
Bartolo Ciccardini, nel ricordare “la nostra qualità di assimilare ambienti diversi mantenendo le nostre peculiarità”, ha infine citato l’esempio di “Sergio Marchionne, nato a Chieti, che sta cercando di creare un polo mondiale dell’auto acquistando aziende decotte. Quando Marchionne si è presentato a Berlino per comprare, senza versare un soldo, la Opel, gli hanno chiesto se una azienda tedesca potesse essere diretta dagli italiani. Marchionne ha giocato la sua carta da italico. Ha risposto: ‘Intanto sono anche canadese e svizzero, la mia carriera da manager è europea. In secondo luogo, faremo una azienda multinazionale che potrà stare a Torino, come a Detroit, o Berlino’”. (http://www.newsitaliapress.it/pages/dettaglio.php?id_lnk=3_150989)

Un perfetto esempio di italicità, senza alcun dubbio. Ed è su queste tematiche – italiche e non nazionali – che mi auguro si possa aprire non solo una discussione ma uno scambio di esperienze sull’aggregazione degli italici nel mondo, con l’aiuto del caro amico Bartolo.

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Il Quotidiano - RSI

Vi segnaliamo due servizi andati in onda sulla Radiotelevisione svizzera italiana (RSI) all’interno del programma di informazione “Il Quotidiano” (LA1), rispettivamente il 3 febbraio e l’11 marzo 2009. Il primo è dedicato al “mondo degli italici” ed è stato realizzato in occasione della presentazione a Lugano del libro “Italici” (Giampiero Casagrande editore, 2008). Il secondo affronta - attraverso le interviste al sottosegretario italiano alla Infrastrutture e trasporti Roberto Castelli, all’assessore lombardo alle infrastrutture Raffaele Cattaneo e al presidente di Globus et Locus Piero Bassetti - la questione Alptransit. La trasversale alpina che batterà ogni record per quel che riguarda la lunghezza del traforo di base sotto il Gottardo e abbatterà i tempi di percorrenza per persone e merci sulla vitale tratta Zurigo-Milano, rappresenta una scelta strategica per Svizzera e Italia.

Ecco i link per rivedere i servizi:

RSI - logo

Il Quotidiano - puntata del 3 febbraio 2009: “Il mondo degli italici”
Il Quotidiano - puntata dell’11 marzo 2009: “Alp Transit Italia”

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Abstract dell’intervista di Piero Bassetti per Italics (CUNY TV)

Bassetti - intervista Italics

Dal canale di i-Italy su Youtube: http://it.youtube.com/watch?v=7jOp8cW9-io

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Nuove regole per l’editoria italiana all’estero

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Roma, 21 ottobre 2008

Politici, esperti di comunicazione, editori e giornalisti si confrontano per un riforma bipartisan della legge sull’editoria. Il seminario è promosso dal Gruppo Parlamentare PDL -Eletti sulla Circoscrizione Estero e da Think-Tank - News ITALIA PRESS  presso la Sala delle Colonne alla Camera dei Deputati, via Paoli 19.

Il seminario è anche un vero e proprio evento mediatico trasmesso in diretta web sui siti NewsITALIA PRESS, Radio Radicale e Rai International, Rai News 24.

Il Programma del seminario

La diretta di Rai International

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Il futuro possibile degli italici in un libro intervista

Alcuni mesi fa Paolino Accolla e Niccolò D’Aquino hanno ricavato da una lunga intervista col sottoscritto un agile libretto dal titolo “Italici. Il possibile futuro di una community globale” pubblicato dall’editore svizzero Giampiero Casagrande.

“Italici. Il possibile futuro di una community globale”, Giampiero Casagrande editore, Lugano, 2008
Mi sono prestato con grande piacere a questo colloquio perché credo che il dibattito attorno alle “italiche cose” sia ormai maturo e degno di attenzione.
Infatti, gli italici e l’italicità sono ormai visti, vissuti e, cosa da non sottovalutare, anche “agiti” nel mondo: le reti, i contatti italici e fra gli italici si organizzano, acquistano spessore e consapevolezza e l’italicità comincia a essere percepita come il “destino futuro” di una community globale importante e riconosciuta.
Certo, finora questa comunità sparsa ai quattro angoli del mondo non è stata “incontrata” dai media. Parecchi sono ancora coloro, infatti, che ragionano nei termini e con i limiti nazionali e nazionalistici che non privilegiano l’apertura mentale e la percezione di nuovi fenomeni di aggregazione e comunanza. Nuovi fenomeni che, tuttavia, hanno radici profonde: gli usi, i costumi e i valori condivisi dagli italici.
Nell’intento di colmare questa lacuna più che altro mediatica su una comunità estesa e diffusa in tutto il mondo, e molto popolare, è nato il libro intervista “Italici”. Il testo è stato ripreso da alcuni amici bloggers, che qui segnalo e ringrazio, e con i quali mi piacerebbe aprire un dialogo costante per discutere e arricchire di nuovi spunti le tesi del libro.

Piero Bassetti. Una riflessione positiva sugli italici

dal blog di Giuseppe Adamoli. Nelle vacanze si portano di solito romanzi e letture leggere, molto meno i saggi. Voglio segnalare quì un libricino di sole ottanta pagine di Piero Bassetti “ITALICI”, Giampiero Casagrande editore…

Proposta 3. nutrire la rete italica nel mondo

francescomorace.nova100.ilsole24ore.com Proposta 3 (8 agosto 2008) La terza proposta riguarda l’italian way, il made in Italy, il senso dell’Italia. Spostandoci su un terreno nuovo e poco praticato, nutrendo una rete di italici nel mondo che già esiste. L’uscita del piccolo libro Italici. Il possibile futuro di una community globale. sancisce in modo…

Italici

blog.italiaindependent.com (di Antheus) Chi legge frequentemente questo blog sa che qui ci piace fare delle riflessioni sul “made in Italy” e sull’Italianità, concetti spesso travisati, usati in modo strumentale e non sempre corretto. Le mie riflessioni si arrichiscono dopo aver letto un interessante libro intitolato Italici. Il possibile…

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Ticino e Lombardia sempre più vicini

L’italicità, in questi giorni, fiorisce in Ticino, il Cantone svizzero italiano. Nei giorni scorsi noti personaggi ticinesi si sono espressi su diversi media per un avvicinamento alla Lombardia in chiave italica. Il Corriere del Ticino ha pubblicato un interessante articolo a firma del Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini (cdt_11_0906_035.pdf), mentre l’Agenzia News ITALIAPRESS ha realizzato una serie di interviste su questo tema al Consigliere di Stato Patrizia Pesenti, al sindaco di Chiasso Moreno Colombo e alla municipale di Lugano Giovanna Masoni
L’italicità in questo caso sarebbe la dimensione comune culturale e valoriale su cui si incontrano italianità ed elveticità. In un’ottica di apertura a Sud, il borgo di confine di Chiasso, in sinergia con Lugano, potrebbe giocare le sue carte sul fronte del turismo, della finanza e della cultura italica. È stato pure sottolineato che la Regio Insubrica, un organismo transfrontaliero italo-svizzero che riunisce le province di Varese, Como, Lecco, Cusio-Val d’Ossola e Novara al cantone svizzero Ticino, potrebbe fungere da importante punto di contatto e di scambio.
L’Insubria, identificata come la “regione dei laghi”, può rappresentare un importante punto di riferimento in ambito turistico e culturale della sempre più diffusa ed estesa metropoli lombarda, Milano. La componente svizzera dell’Insubria e l’attivissima città di Lugano in particolare, il cui coinvolgimento consente un’apertura verso tutti gli italici che risiedono nella Confederazione Elvetica, potrebbero essere centrali in questo disegno.

Lugano e il Ticino saranno in futuro un importante nodo italico all’interno del sistema sociopolitico svizzero? Me lo auguro e ne sono convinto. Se le aperture attuali saranno colte e interpretate nel modo giusto, quello glo-cale per intenderci, esse potranno accelerare, e di molto, il processo di integrazione a cavallo della frontiera italo-svizzera. Si tratterebbe di un esperimento di vicinanza e comunanza in piena regola che, fra l’altro, consentirebbe ai ticinesi di contare molto di più a livello svizzero. E non è cosa da poco.

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Verrà dal Sol Levante la soluzione alla spazzatura di Napoli?

Forse sì! O meglio, forse il blocco giapponese delle importazioni di mozzarella di bufala, per la presenza eccessiva di diossina riscontrata, potrà arrivare dove lo Stato italiano non ha potuto. Anche se a detta degli esperti la presenza di diossina nel latte di bufala non sarebbe in alcun modo legata all’emergenza rifiuti di questi mesi, l’infelice coincidenza geografica dei due fenomeni di inquinamento risulta sospetta agli occhi dello straniero.

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Di fronte al rischio di panico generalizzato nei confronti dei nostri prodotti alimentari, di cui siamo tanto orgogliosi, e a un possibile crollo dei consumi e relativo taglio di posti di lavoro, gli attori locali sentiranno una spinta in più per mettere mano con fermezza a un problema le cui conseguenze erano note da tempo. Una spinta che arriva da lontano, letteralmente dall’altra parte del mondo, e che intacca uno dei prodotti simbolo del Made in Italy e della cultura italica: il cibo di qualità.

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Italicità come accoglienza

La recente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato mi suggerisce alcune riflessioni.
La possibilità di praticare un’adeguata accoglienza per le moltissime persone “mobili” nel mondo è oggi di inestimabile valore.
I migranti devono essere aiutati a inserirsi con successo nella società d’arrivo. Tale accoglienza, soprattutto nel caso di genti spinte dal bisogno o dal desiderio di migliorare la propria condizione, si confronta con numerosi nodi da sciogliere.

Between the differences - Fonte: flickr by Stefano Corso
Altrettanto importante è l’informazione degli autoctoni sulle vere dimensioni del fenomeno e anche su eventuali problemi che creano singoli immigrati senza cadere nell’isteria della “caccia allo straniero criminale”.
Un terreno comune di incontro è assolutamente necessario perché l’integrazione abbia successo e non si verifichino devianze.
Ritengo che una delle principali caratteristiche dell’italicità sia proprio la sua tradizionale apertura verso l’altro.
Sono convinto che un comune terreno italico di iniziative culturali, di informazione puntuale sull’immigrazione e di azioni concrete a favore dell’inserimento delle genti in arrivo in Italia ma anche negli altri territori italici d’origine, ad esempio il Ticino, sia un traguardo necessario per far crescere la consapevolezza sui “processi di mobilità” che ci portano e ci porteranno in casa persone a cui è necessario dare e da cui sarà utilissimo ricevere.
Una delle prime iniziative concrete in tal senso è uno studio che sta avviando l’università milanese IULM sui rapporti fra romeni e italiani sia in Romania che in Italia. Questi rapporti, nonostante i roboanti echi della nostra stampa su singoli casi di criminalità, sono di comprensione reciproca se non addirittura di identificazione culturale.
Teniamone conto. La via dell’integrazione passa dalla comprensione e dalla comunanza culturale e non dal rifiuto di chi sceglie o è costretto a migrare.

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“Ciao Italia” e la svolta italica

Bartolo Ciccardini, il presidente di “Ciao Italia”, l’associazione che raggruppa e rappresenta la rete mondiale dei ristoratori italiani nei cinque continenti, ha rilasciato in questi giorni un’ intervista per Newsitaliapress sull’importanza della “svolta italica” di questo diffuso e articolato network globale.

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Riconoscere la valenza della rete italica in quello che è forse il segmento primario della penetrazione dell’italicità nel mondo – in questo caso si può ben dire che l’italicità ha ormai “preso il mondo per la gola” – è naturalmente di grande importanza e di buon augurio.
Auspicare una qualità dei prodotti e della realizzazione culinaria tutta italiana non basta infatti più. Oggi viene riconosciuto il valore delle varie “contaminazioni” locali del “cibo all’italiana”. Tenere conto di questa vera e propria “svolta del gusto” è di importanza fondamentale anche per dare il giusto riconoscimento a tanti italici appassionati sparsi nel mondo che hanno perpetuato i valori della nostra cucina venendo spesso e volentieri esclusi dal circuito della cosiddetta “cucina italiana genuina”. In questo ambito, a sproposito, si parlava di imitazioni e di “caduta del gusto”, mentre invece in loco veniva compiuto un naturale adattamento ai gusti locali oppure venivano mantenute tradizioni culinarie che magari si erano perse in madrepatria.
In una visione onnicomprensiva e italica che va ben al di là di una difesa corporativistica della ragion di stato italiana, ritengo che il cibo “all’italiana” sia ormai una realtà talmente variegata e complessa di intersezioni di gusto da dover seguire ormai la strada della qualità più che quella di un supposto e sempre più problematico “made in Italy”.
Non bisogna dimenticare, come ha giustamente sottolineato Ciccardini, che “la cucina italiana per la diaspora è stata una religione, questa religione ha fatto un miracolo che ancora ci stupisce e ci commuove”.
Insomma, se gli italici si sono identificati nel loro cibo nel vasto mondo, oggi è giusto che questo loro amore per il cibo venga riconosciuto e valorizzato al di là di ghettizzazioni nazionali e di pretese rivendicazioni nazionalistiche.

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Identità e integrazione in Ticino

Riporto qui di seguito il testo di un interessante articolo di Sergio Roic, pubblicato sul Corriere del Ticino del 5 dicembre 2007.

Identità e integrazione in Ticino: la sfida dell’”italicità”

di S. Roic

Quando si parla di identità, e se ne parla molto di questi tempi, spesso si finisce per andare incontro a numerosi equivoci che, per lo più, sono luoghi comuni. Tutt’ora, chi sottolinea la ricchezza culturale se non psicologica di chi ha la fortuna di possedere un’identità forte, viene definito da alcuni “nostalgico” o “autoreferente”.

Perbacco, esclama la mente aperta al vasto mondo, evviva il cosmopolitismo che tutto pialla e annulla! Perché chiudersi e confinarsi in un fazzoletto di terra? Perché non partecipare allo “spirito del tutto”? Già, perché no? In vacanza, magari, o leggendo un bel libro. Il quotidiano, però, lo viviamo proprio qui e proprio ora, in Ticino.

Chi arriva in Ticino – l’immigrato, il forestiero, il global traveller – si ritrova dinanzi un territorio unico per bellezza e significato, per cultura (i castelli di Bellinzona dipinti da Turner, la Montagnola di Hesse) e per lingua, la lingua italiana, quella cantabile in cui il dolce sì risuona. Il nuovo venuto ha la ventura di partecipare a usi e costumi confederali, quelli elvetici, che proteggono una democrazia diretta introvabile ad altre latitudini. Può usufruire di media pluralisti e puntuali nell’informare, di un’attività artistica autoctona o presentata in loco particolarmente ricca e variegata.

Ma allora, verrebbe da dire, il nostro Ticino è forse l’agognato paradiso? L’altra faccia della medaglia è la supposta poca generosità dei ticinesi – e qui si intende un certo atteggiamento restio nell’accogliere pienamente chi arriva da fuori e nel comprenderne difficoltà di affiatamento nei confronti di un sistema di vita sottoposto a una continua verifica di riuscita sociale. Insomma, è inutile negare che, per la forte pressione imposta da una società globalizzata fondata sull’immagine e sull’abbondanza delle cose, qui e ora colui che perde la corsa di fronte al suo “rivale mimetico” (il termine è di René Girard e connota il primo e più vicino competitore sociale) si sente escluso, emarginato, quando non addirittura rifiutato e messo da parte. E allora perché stupirsi se il disagio profondo si avverte soprattutto fra le seconde generazioni di immigrati, in coloro cioè che sono nati e cresciuti in Ticino ma che non si sentono accettati in toto come ticinesi.

In definitiva, voci di disagio si levano da comunità che, a torto o a ragione, si sentono emarginate e respinte. La Comunità africana ticinese ha più volte preso posizione, recentemente, sul basso livello di integrazione della gente africana in Ticino. Si è parlato, e non a sproposito, di coinvolgere media e operatori culturali in modo da fornire un’immagine diversa di chi arriva in Ticino per lavorare e non certo per delinquere. In questo campo si può fare molto e il progetto di integrazione reciproca tra Italia e Romania promosso da un’università milanese è un buon esempio di comunicazione riuscita.

È chiaro che per un’integrazione davvero riuscita ci vuole un terreno di incontro comune e condiviso, una dimensione culturale che appartenga a tutti e che sia a disposizione di ognuno. Questa dimensione culturale ed esistenziale comincia a profilarsi anche in Ticino e agli occhi dei ticinesi. Si tratta, naturalmente, dell’“italicità”, ovvero di un modo di “pensare con sentimento” secondo la migliore tradizione di un pensiero e di usi e costumi nati e cresciuti attorno a una lingua e a un patrmonio artistico e culturale.

Chi arriva da noi con la forte determinazione di integrarsi e di vivere in sintonia con i ticinesi necessita di un terreno di incontro culturale e relazionale solido e riconosciuto, fatto di iniziative non effimere di promozione della lingua e cultura che ci caratterizza e di esempi di integrazione riusciti. Ciò permetterebbe, a chi arriva, di riconoscersi come un italico, “cittadino” e partecipatore a pieno titolo della cultura e della sensibilità del luogo dove vive.

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