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Il futuro possibile degli italici in un libro intervista

Alcuni mesi fa Paolino Accolla e Niccolò D’Aquino hanno ricavato da una lunga intervista col sottoscritto un agile libretto dal titolo “Italici. Il possibile futuro di una community globale” pubblicato dall’editore svizzero Giampiero Casagrande.

“Italici. Il possibile futuro di una community globale”, Giampiero Casagrande editore, Lugano, 2008
Mi sono prestato con grande piacere a questo colloquio perché credo che il dibattito attorno alle “italiche cose” sia ormai maturo e degno di attenzione.
Infatti, gli italici e l’italicità sono ormai visti, vissuti e, cosa da non sottovalutare, anche “agiti” nel mondo: le reti, i contatti italici e fra gli italici si organizzano, acquistano spessore e consapevolezza e l’italicità comincia a essere percepita come il “destino futuro” di una community globale importante e riconosciuta.
Certo, finora questa comunità sparsa ai quattro angoli del mondo non è stata “incontrata” dai media. Parecchi sono ancora coloro, infatti, che ragionano nei termini e con i limiti nazionali e nazionalistici che non privilegiano l’apertura mentale e la percezione di nuovi fenomeni di aggregazione e comunanza. Nuovi fenomeni che, tuttavia, hanno radici profonde: gli usi, i costumi e i valori condivisi dagli italici.
Nell’intento di colmare questa lacuna più che altro mediatica su una comunità estesa e diffusa in tutto il mondo, e molto popolare, è nato il libro intervista “Italici”. Il testo è stato ripreso da alcuni amici bloggers, che qui segnalo e ringrazio, e con i quali mi piacerebbe aprire un dialogo costante per discutere e arricchire di nuovi spunti le tesi del libro.

Piero Bassetti. Una riflessione positiva sugli italici

dal blog di Giuseppe Adamoli. Nelle vacanze si portano di solito romanzi e letture leggere, molto meno i saggi. Voglio segnalare quì un libricino di sole ottanta pagine di Piero Bassetti “ITALICI”, Giampiero Casagrande editore…

Proposta 3. nutrire la rete italica nel mondo

francescomorace.nova100.ilsole24ore.com Proposta 3 (8 agosto 2008) La terza proposta riguarda l’italian way, il made in Italy, il senso dell’Italia. Spostandoci su un terreno nuovo e poco praticato, nutrendo una rete di italici nel mondo che già esiste. L’uscita del piccolo libro Italici. Il possibile futuro di una community globale. sancisce in modo…

Italici

blog.italiaindependent.com (di Antheus) Chi legge frequentemente questo blog sa che qui ci piace fare delle riflessioni sul “made in Italy” e sull’Italianità, concetti spesso travisati, usati in modo strumentale e non sempre corretto. Le mie riflessioni si arrichiscono dopo aver letto un interessante libro intitolato Italici. Il possibile…

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Ticino e Lombardia sempre più vicini

L’italicità, in questi giorni, fiorisce in Ticino, il Cantone svizzero italiano. Nei giorni scorsi noti personaggi ticinesi si sono espressi su diversi media per un avvicinamento alla Lombardia in chiave italica. Il Corriere del Ticino ha pubblicato un interessante articolo a firma del Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini (cdt_11_0906_035.pdf), mentre l’Agenzia News ITALIAPRESS ha realizzato una serie di interviste su questo tema al Consigliere di Stato Patrizia Pesenti, al sindaco di Chiasso Moreno Colombo e alla municipale di Lugano Giovanna Masoni
L’italicità in questo caso sarebbe la dimensione comune culturale e valoriale su cui si incontrano italianità ed elveticità. In un’ottica di apertura a Sud, il borgo di confine di Chiasso, in sinergia con Lugano, potrebbe giocare le sue carte sul fronte del turismo, della finanza e della cultura italica. È stato pure sottolineato che la Regio Insubrica, un organismo transfrontaliero italo-svizzero che riunisce le province di Varese, Como, Lecco, Cusio-Val d’Ossola e Novara al cantone svizzero Ticino, potrebbe fungere da importante punto di contatto e di scambio.
L’Insubria, identificata come la “regione dei laghi”, può rappresentare un importante punto di riferimento in ambito turistico e culturale della sempre più diffusa ed estesa metropoli lombarda, Milano. La componente svizzera dell’Insubria e l’attivissima città di Lugano in particolare, il cui coinvolgimento consente un’apertura verso tutti gli italici che risiedono nella Confederazione Elvetica, potrebbero essere centrali in questo disegno.

Lugano e il Ticino saranno in futuro un importante nodo italico all’interno del sistema sociopolitico svizzero? Me lo auguro e ne sono convinto. Se le aperture attuali saranno colte e interpretate nel modo giusto, quello glo-cale per intenderci, esse potranno accelerare, e di molto, il processo di integrazione a cavallo della frontiera italo-svizzera. Si tratterebbe di un esperimento di vicinanza e comunanza in piena regola che, fra l’altro, consentirebbe ai ticinesi di contare molto di più a livello svizzero. E non è cosa da poco.

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Verrà dal Sol Levante la soluzione alla spazzatura di Napoli?

Forse sì! O meglio, forse il blocco giapponese delle importazioni di mozzarella di bufala, per la presenza eccessiva di diossina riscontrata, potrà arrivare dove lo Stato italiano non ha potuto. Anche se a detta degli esperti la presenza di diossina nel latte di bufala non sarebbe in alcun modo legata all’emergenza rifiuti di questi mesi, l’infelice coincidenza geografica dei due fenomeni di inquinamento risulta sospetta agli occhi dello straniero.

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Di fronte al rischio di panico generalizzato nei confronti dei nostri prodotti alimentari, di cui siamo tanto orgogliosi, e a un possibile crollo dei consumi e relativo taglio di posti di lavoro, gli attori locali sentiranno una spinta in più per mettere mano con fermezza a un problema le cui conseguenze erano note da tempo. Una spinta che arriva da lontano, letteralmente dall’altra parte del mondo, e che intacca uno dei prodotti simbolo del Made in Italy e della cultura italica: il cibo di qualità.

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Italicità come accoglienza

La recente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato mi suggerisce alcune riflessioni.
La possibilità di praticare un’adeguata accoglienza per le moltissime persone “mobili” nel mondo è oggi di inestimabile valore.
I migranti devono essere aiutati a inserirsi con successo nella società d’arrivo. Tale accoglienza, soprattutto nel caso di genti spinte dal bisogno o dal desiderio di migliorare la propria condizione, si confronta con numerosi nodi da sciogliere.

Between the differences - Fonte: flickr by Stefano Corso
Altrettanto importante è l’informazione degli autoctoni sulle vere dimensioni del fenomeno e anche su eventuali problemi che creano singoli immigrati senza cadere nell’isteria della “caccia allo straniero criminale”.
Un terreno comune di incontro è assolutamente necessario perché l’integrazione abbia successo e non si verifichino devianze.
Ritengo che una delle principali caratteristiche dell’italicità sia proprio la sua tradizionale apertura verso l’altro.
Sono convinto che un comune terreno italico di iniziative culturali, di informazione puntuale sull’immigrazione e di azioni concrete a favore dell’inserimento delle genti in arrivo in Italia ma anche negli altri territori italici d’origine, ad esempio il Ticino, sia un traguardo necessario per far crescere la consapevolezza sui “processi di mobilità” che ci portano e ci porteranno in casa persone a cui è necessario dare e da cui sarà utilissimo ricevere.
Una delle prime iniziative concrete in tal senso è uno studio che sta avviando l’università milanese IULM sui rapporti fra romeni e italiani sia in Romania che in Italia. Questi rapporti, nonostante i roboanti echi della nostra stampa su singoli casi di criminalità, sono di comprensione reciproca se non addirittura di identificazione culturale.
Teniamone conto. La via dell’integrazione passa dalla comprensione e dalla comunanza culturale e non dal rifiuto di chi sceglie o è costretto a migrare.

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“Ciao Italia” e la svolta italica

Bartolo Ciccardini, il presidente di “Ciao Italia”, l’associazione che raggruppa e rappresenta la rete mondiale dei ristoratori italiani nei cinque continenti, ha rilasciato in questi giorni un’ intervista per Newsitaliapress sull’importanza della “svolta italica” di questo diffuso e articolato network globale.

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Riconoscere la valenza della rete italica in quello che è forse il segmento primario della penetrazione dell’italicità nel mondo – in questo caso si può ben dire che l’italicità ha ormai “preso il mondo per la gola” – è naturalmente di grande importanza e di buon augurio.
Auspicare una qualità dei prodotti e della realizzazione culinaria tutta italiana non basta infatti più. Oggi viene riconosciuto il valore delle varie “contaminazioni” locali del “cibo all’italiana”. Tenere conto di questa vera e propria “svolta del gusto” è di importanza fondamentale anche per dare il giusto riconoscimento a tanti italici appassionati sparsi nel mondo che hanno perpetuato i valori della nostra cucina venendo spesso e volentieri esclusi dal circuito della cosiddetta “cucina italiana genuina”. In questo ambito, a sproposito, si parlava di imitazioni e di “caduta del gusto”, mentre invece in loco veniva compiuto un naturale adattamento ai gusti locali oppure venivano mantenute tradizioni culinarie che magari si erano perse in madrepatria.
In una visione onnicomprensiva e italica che va ben al di là di una difesa corporativistica della ragion di stato italiana, ritengo che il cibo “all’italiana” sia ormai una realtà talmente variegata e complessa di intersezioni di gusto da dover seguire ormai la strada della qualità più che quella di un supposto e sempre più problematico “made in Italy”.
Non bisogna dimenticare, come ha giustamente sottolineato Ciccardini, che “la cucina italiana per la diaspora è stata una religione, questa religione ha fatto un miracolo che ancora ci stupisce e ci commuove”.
Insomma, se gli italici si sono identificati nel loro cibo nel vasto mondo, oggi è giusto che questo loro amore per il cibo venga riconosciuto e valorizzato al di là di ghettizzazioni nazionali e di pretese rivendicazioni nazionalistiche.

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Identità e integrazione in Ticino

Riporto qui di seguito il testo di un interessante articolo di Sergio Roic, pubblicato sul Corriere del Ticino del 5 dicembre 2007.

Identità e integrazione in Ticino: la sfida dell’”italicità”

di S. Roic

Quando si parla di identità, e se ne parla molto di questi tempi, spesso si finisce per andare incontro a numerosi equivoci che, per lo più, sono luoghi comuni. Tutt’ora, chi sottolinea la ricchezza culturale se non psicologica di chi ha la fortuna di possedere un’identità forte, viene definito da alcuni “nostalgico” o “autoreferente”.

Perbacco, esclama la mente aperta al vasto mondo, evviva il cosmopolitismo che tutto pialla e annulla! Perché chiudersi e confinarsi in un fazzoletto di terra? Perché non partecipare allo “spirito del tutto”? Già, perché no? In vacanza, magari, o leggendo un bel libro. Il quotidiano, però, lo viviamo proprio qui e proprio ora, in Ticino.

Chi arriva in Ticino – l’immigrato, il forestiero, il global traveller – si ritrova dinanzi un territorio unico per bellezza e significato, per cultura (i castelli di Bellinzona dipinti da Turner, la Montagnola di Hesse) e per lingua, la lingua italiana, quella cantabile in cui il dolce sì risuona. Il nuovo venuto ha la ventura di partecipare a usi e costumi confederali, quelli elvetici, che proteggono una democrazia diretta introvabile ad altre latitudini. Può usufruire di media pluralisti e puntuali nell’informare, di un’attività artistica autoctona o presentata in loco particolarmente ricca e variegata.

Ma allora, verrebbe da dire, il nostro Ticino è forse l’agognato paradiso? L’altra faccia della medaglia è la supposta poca generosità dei ticinesi – e qui si intende un certo atteggiamento restio nell’accogliere pienamente chi arriva da fuori e nel comprenderne difficoltà di affiatamento nei confronti di un sistema di vita sottoposto a una continua verifica di riuscita sociale. Insomma, è inutile negare che, per la forte pressione imposta da una società globalizzata fondata sull’immagine e sull’abbondanza delle cose, qui e ora colui che perde la corsa di fronte al suo “rivale mimetico” (il termine è di René Girard e connota il primo e più vicino competitore sociale) si sente escluso, emarginato, quando non addirittura rifiutato e messo da parte. E allora perché stupirsi se il disagio profondo si avverte soprattutto fra le seconde generazioni di immigrati, in coloro cioè che sono nati e cresciuti in Ticino ma che non si sentono accettati in toto come ticinesi.

In definitiva, voci di disagio si levano da comunità che, a torto o a ragione, si sentono emarginate e respinte. La Comunità africana ticinese ha più volte preso posizione, recentemente, sul basso livello di integrazione della gente africana in Ticino. Si è parlato, e non a sproposito, di coinvolgere media e operatori culturali in modo da fornire un’immagine diversa di chi arriva in Ticino per lavorare e non certo per delinquere. In questo campo si può fare molto e il progetto di integrazione reciproca tra Italia e Romania promosso da un’università milanese è un buon esempio di comunicazione riuscita.

È chiaro che per un’integrazione davvero riuscita ci vuole un terreno di incontro comune e condiviso, una dimensione culturale che appartenga a tutti e che sia a disposizione di ognuno. Questa dimensione culturale ed esistenziale comincia a profilarsi anche in Ticino e agli occhi dei ticinesi. Si tratta, naturalmente, dell’“italicità”, ovvero di un modo di “pensare con sentimento” secondo la migliore tradizione di un pensiero e di usi e costumi nati e cresciuti attorno a una lingua e a un patrmonio artistico e culturale.

Chi arriva da noi con la forte determinazione di integrarsi e di vivere in sintonia con i ticinesi necessita di un terreno di incontro culturale e relazionale solido e riconosciuto, fatto di iniziative non effimere di promozione della lingua e cultura che ci caratterizza e di esempi di integrazione riusciti. Ciò permetterebbe, a chi arriva, di riconoscersi come un italico, “cittadino” e partecipatore a pieno titolo della cultura e della sensibilità del luogo dove vive.

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Il patrimonio dell’italianità è l’italicità

I patrimoni dell’italianità nella competizione globale è il titolo di un convegno organizzato nei giorni scorsi dall’Aspen Institute in occasione della Fiera Campionaria di Milano. All’incontro sono intervenuti diversi nomi della politica e dell’economia: da Giulio Tremonti ad Alessandro Profumo, a Enrico Letta oltre all’ingegnere più vincente della formula uno, Jean Todt. Il tema? Quanto e come è competitivo il “sistema Italia” oggi nella costellazione globale.
Si è parlato di italiani vincenti e di Italia se non proprio perdente, quasi.
Di distretti industriali in ripresa. Di economia che cresce a corto raggio, ma che ristagna se si valuta il medio-lungo termine.
Si è parlato di Italia e di cosa l’Italia può fare nel mondo.
Si è parlato – molto – del “fenomeno Ferrari”, una realtà sportiva e imprenditoriale assolutamente unica nel mondo. Jean Todt, parlando dell’”impresa Ferrari”, ha detto che gli italiani sono fra coloro che lavorano e si adoperano con più passione per la riuscita di un’iniziativa.
Mancava, a mio avviso, una parola, una parola sola.
Italicità.

Tutto ciò di cui si è parlato aveva infatti un carattere italico più che italiano: le aspirazoni “più che nazionali”, l’”andare nel mondo” ovvero l’inserimento nelle reti lunghe della competizione globale.
A questo punto una domanda dobbiamo porcela, però: perché, quando si parla del sistema Italia, non si coglie la dimensione più vasta e reticolare di cui questo sistema può far parte, ovvero la comunità italica nel mondo?
Insomma, se il sistema Italia è l’aspirazione, giusta e condivisibile, dell’affermazione di una nazione in un contesto globale, perché non riconosciamo (alcuni già lo fanno, ma si potrebbe fare di più) che il naturale e primo bacino di “utenza” in cui il sistema Italia ha più chances di affermarsi è proprio quello italico, sia per affinità sia per interessi condivisi?

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Vivere in un mondo “mobile”

Prendo spunto da alcuni problemi di grande attualità - dalla rivendicazione identitaria di Cortina d’Ampezzo a far parte del Trentino, al controllo della criminalità tra i cittadini stranieri fino al tragico perpetuarsi dei naufragi di clandestini sulle coste del Mediterraneo – per una breve riflessione.

Le analisi di questi fenomeni si sprecano, sia da parte dei media sia in ambito politico. Purtroppo, queste analisi ben raramente colgono l’essenza del problema proponendo rimedi sbagliati e del tutto inadatti alla realtà dei fatti. Fatti che, è opportuno sottolinearlo, non sono per nulla casuali o eccezionali ma che fanno parte della logica di un mondo basato sulla mobilità.
Se fino al recente passato la nostra civiltà era fondamentalmente stanziale e legata alla dimensione del territorio, e cioè di un territorio limitato e perciò più facilmente controllabile, oggi la mobilità è diventata una dimensione imprescindibile della nostra epoca.
Infatti, le nuove sfide che la politica deve recepire sono quelle legate sia alla mobilità delle istituzioni (comuni che cercano un’appartenenza nuova in seno a Regioni più vicine dal punto di vista identitario) sia all’edificazione di sistemi sopranazionali (Schengen) che prediligono la dimensione della mobilità e della facilità degli scambi a quella del controllo su un territorio delimitato e definito.
Affrontare le contraddizioni dell’epoca glocale, legata a doppio filo alla mobilità, è inevitabile e necessario. Naturalmente, sarebbe utile farlo a partire dalla consapevolezza che proprio la dimensione della mobilità e quella della migrazione si trovano al centro delle nostre vite e che una riorganizzazione delle istituzioni e finanche delle psicologie a cui fanno capo i cittadini è improrogabile ma non ancora realizzata.

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Frase riportata nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

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Ducati, un trionfo italico

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Una volta di “rossa italiana” nel mondo ce n’era una sola. In questi giorni però, a suon di trionfi (MotoGP e Superbike), l’altra “rossa”, la Ducati di Borgo Panigale, sta mietendo i frutti di un successo squisitamente italico.

Italico, perché la Ducati è senza dubbio la moto degli “italici” e non dei soli italiani (non a caso vince con Stoner).  I “Ducatisti” sono infatti una community globale di appassionati delle due ruote artigianali e dell’estetica elegante del made in Italy, un popolo ingegnoso di meccanici amatoriali (un Ducatista lo sa che per la delicata manutenzione della sua bizzosa due ruote un po’ meccanici bisogna esserlo).

L’azienda è consapevole dell’enorme potenziale costituito dalla “sua community”, con cui mantiene un filo diretto attraverso il “Desmoblog” uno degli esempi più riusciti di CEO blog nel panorama web, naturalmente bilingue (non tutti i ducatisti italici infatti parlano italiano) e altamente partecipativo.

La Ducati insomma ha vinto su tutti i fronti e non solo con Stoner, mentre Rossi ha perso con la Yamaha. Dobbiamo gioire della vittoria della macchina Ducati o soffrire della sconfitta del talento italico di Valentino? La risposta sarebbe facile, se la Ducati fosse semplicemente una macchina come la Yamaha, ma non lo è. Così,  anche se gli italiani sono in larga parte schierati con Rossi, noi da italici esultiamo insieme ai ducatisti nel mondo!

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Comunità Italofona e “sentire italico”

Il 26 settembre la Comunità Radiotelevisiva Italofona ha tenuto la sua assemblea generale all’interno dei lavori del Prix Italia, nella splendida cornice del Palazzo della Gran Guardia di Verona.

In quell’occasione è stata presentata la nuova Carta Programmatica della Comunità radiotelevisiva italofona, positivamente salutata anche dal membro del C.d.A. della Rai, Carlo Rognoni, intervenuto ai lavori. La Comunità si pone infatti  l’obiettivo “di creare opportunità e proposte di valorizzazione del prodotto multimediale di lingua italiana nel contesto della dimensione culturale e linguistica dell’italicità nel mondo”.

La Comunità dei soci fondatori (Rai, Capodistria, RTSI, San Marino e Vaticano) si propone inoltre di allargare, nel 2008, il cerchio del proprio ambito di interesse ad un secondo livello, quello mediterraneo-europeo, non nascondendo l’obiettivo ambizioso di raggiungere in un prossimo futuro la “dimensione del sentire italico” nella nuova realtà della globalizzazione.

Per approfondimenti: www.comunitaitalofona.org

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