Italicità come accoglienza
La recente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato mi suggerisce alcune riflessioni.
La possibilità di praticare un’adeguata accoglienza per le moltissime persone “mobili” nel mondo è oggi di inestimabile valore.
I migranti devono essere aiutati a inserirsi con successo nella società d’arrivo. Tale accoglienza, soprattutto nel caso di genti spinte dal bisogno o dal desiderio di migliorare la propria condizione, si confronta con numerosi nodi da sciogliere.

Altrettanto importante è l’informazione degli autoctoni sulle vere dimensioni del fenomeno e anche su eventuali problemi che creano singoli immigrati senza cadere nell’isteria della “caccia allo straniero criminale”.
Un terreno comune di incontro è assolutamente necessario perché l’integrazione abbia successo e non si verifichino devianze.
Ritengo che una delle principali caratteristiche dell’italicità sia proprio la sua tradizionale apertura verso l’altro.
Sono convinto che un comune terreno italico di iniziative culturali, di informazione puntuale sull’immigrazione e di azioni concrete a favore dell’inserimento delle genti in arrivo in Italia ma anche negli altri territori italici d’origine, ad esempio il Ticino, sia un traguardo necessario per far crescere la consapevolezza sui “processi di mobilità” che ci portano e ci porteranno in casa persone a cui è necessario dare e da cui sarà utilissimo ricevere.
Una delle prime iniziative concrete in tal senso è uno studio che sta avviando l’università milanese IULM sui rapporti fra romeni e italiani sia in Romania che in Italia. Questi rapporti, nonostante i roboanti echi della nostra stampa su singoli casi di criminalità, sono di comprensione reciproca se non addirittura di identificazione culturale.
Teniamone conto. La via dell’integrazione passa dalla comprensione e dalla comunanza culturale e non dal rifiuto di chi sceglie o è costretto a migrare.
Italicando
Luca Taddei scrive,
28 Gennaio 2008 @ 5:35 pm
Sicuramente l’apertura verso l’altro è una caratteristica fondante dell’italicità e se verrà valorizzata e comunicata in modo adeguato potrebbe aprire sicuramente nuovi scenari di comprensione e di gestione dei fenomeni migratori sia in Italia che in Europa.
L.T.
Sergio Roic scrive,
30 Gennaio 2008 @ 11:09 am
Caro Taddei,
hai perfettamente ragione, l’italicità, il modo di pensare italico aperto e spontaneo è una nostra grande risorsa. Qual è il modo migliore di comunicarlo, però? E qui mi riferisco anche al tuo interessante blog, il cui ultimo post riguarda la fallita comunicazione di “italia.it”. Come mai gli italici così aperti e comunicativi fanno così fatica a presentare efficacemente se stessi?
Luca Taddei scrive,
10 Febbraio 2008 @ 6:25 pm
Grazie per i complimenti per il mio blog, Sergio!
Qual’è il modo migliore di comunicarlo? E’ un’ottima domanda e prevede non una sola risposta, ma una serie di risposte, che siano progetti di comunicazione consapevoli ed integrati in una strategia generale!
E qui vedo già uno dei limiti degli italici: la scarsa consapevolezza nel fare progetti di lungo raggio e di ampio respiro!
Un altro grosso limite degli italici di oggi è forse troppo spesso peccare di presunzione: confrontiamo l’ormai defunto progetto di Italia.it con un progetto simile, nelle intenzioni ma non nella realizzazione, realizzato in Slovacchia, Slovakia.travel
Insomma, forse dobbiamo essere un po’ più umili e più attenti!
L.T.