Italicità come accoglienza
La recente Giornata mondiale del migrante e del rifugiato mi suggerisce alcune riflessioni.
La possibilità di praticare un’adeguata accoglienza per le moltissime persone “mobili” nel mondo è oggi di inestimabile valore.
I migranti devono essere aiutati a inserirsi con successo nella società d’arrivo. Tale accoglienza, soprattutto nel caso di genti spinte dal bisogno o dal desiderio di migliorare la propria condizione, si confronta con numerosi nodi da sciogliere.

Altrettanto importante è l’informazione degli autoctoni sulle vere dimensioni del fenomeno e anche su eventuali problemi che creano singoli immigrati senza cadere nell’isteria della “caccia allo straniero criminale”.
Un terreno comune di incontro è assolutamente necessario perché l’integrazione abbia successo e non si verifichino devianze.
Ritengo che una delle principali caratteristiche dell’italicità sia proprio la sua tradizionale apertura verso l’altro.
Sono convinto che un comune terreno italico di iniziative culturali, di informazione puntuale sull’immigrazione e di azioni concrete a favore dell’inserimento delle genti in arrivo in Italia ma anche negli altri territori italici d’origine, ad esempio il Ticino, sia un traguardo necessario per far crescere la consapevolezza sui “processi di mobilità” che ci portano e ci porteranno in casa persone a cui è necessario dare e da cui sarà utilissimo ricevere.
Una delle prime iniziative concrete in tal senso è uno studio che sta avviando l’università milanese IULM sui rapporti fra romeni e italiani sia in Romania che in Italia. Questi rapporti, nonostante i roboanti echi della nostra stampa su singoli casi di criminalità, sono di comprensione reciproca se non addirittura di identificazione culturale.
Teniamone conto. La via dell’integrazione passa dalla comprensione e dalla comunanza culturale e non dal rifiuto di chi sceglie o è costretto a migrare.
Italicando