Archivi per Dicembre 2007

“Ciao Italia” e la svolta italica

Bartolo Ciccardini, il presidente di “Ciao Italia”, l’associazione che raggruppa e rappresenta la rete mondiale dei ristoratori italiani nei cinque continenti, ha rilasciato in questi giorni un’ intervista per Newsitaliapress sull’importanza della “svolta italica” di questo diffuso e articolato network globale.

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Riconoscere la valenza della rete italica in quello che è forse il segmento primario della penetrazione dell’italicità nel mondo – in questo caso si può ben dire che l’italicità ha ormai “preso il mondo per la gola” – è naturalmente di grande importanza e di buon augurio.
Auspicare una qualità dei prodotti e della realizzazione culinaria tutta italiana non basta infatti più. Oggi viene riconosciuto il valore delle varie “contaminazioni” locali del “cibo all’italiana”. Tenere conto di questa vera e propria “svolta del gusto” è di importanza fondamentale anche per dare il giusto riconoscimento a tanti italici appassionati sparsi nel mondo che hanno perpetuato i valori della nostra cucina venendo spesso e volentieri esclusi dal circuito della cosiddetta “cucina italiana genuina”. In questo ambito, a sproposito, si parlava di imitazioni e di “caduta del gusto”, mentre invece in loco veniva compiuto un naturale adattamento ai gusti locali oppure venivano mantenute tradizioni culinarie che magari si erano perse in madrepatria.
In una visione onnicomprensiva e italica che va ben al di là di una difesa corporativistica della ragion di stato italiana, ritengo che il cibo “all’italiana” sia ormai una realtà talmente variegata e complessa di intersezioni di gusto da dover seguire ormai la strada della qualità più che quella di un supposto e sempre più problematico “made in Italy”.
Non bisogna dimenticare, come ha giustamente sottolineato Ciccardini, che “la cucina italiana per la diaspora è stata una religione, questa religione ha fatto un miracolo che ancora ci stupisce e ci commuove”.
Insomma, se gli italici si sono identificati nel loro cibo nel vasto mondo, oggi è giusto che questo loro amore per il cibo venga riconosciuto e valorizzato al di là di ghettizzazioni nazionali e di pretese rivendicazioni nazionalistiche.

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Identità e integrazione in Ticino

Riporto qui di seguito il testo di un interessante articolo di Sergio Roic, pubblicato sul Corriere del Ticino del 5 dicembre 2007.

Identità e integrazione in Ticino: la sfida dell’”italicità”

di S. Roic

Quando si parla di identità, e se ne parla molto di questi tempi, spesso si finisce per andare incontro a numerosi equivoci che, per lo più, sono luoghi comuni. Tutt’ora, chi sottolinea la ricchezza culturale se non psicologica di chi ha la fortuna di possedere un’identità forte, viene definito da alcuni “nostalgico” o “autoreferente”.

Perbacco, esclama la mente aperta al vasto mondo, evviva il cosmopolitismo che tutto pialla e annulla! Perché chiudersi e confinarsi in un fazzoletto di terra? Perché non partecipare allo “spirito del tutto”? Già, perché no? In vacanza, magari, o leggendo un bel libro. Il quotidiano, però, lo viviamo proprio qui e proprio ora, in Ticino.

Chi arriva in Ticino – l’immigrato, il forestiero, il global traveller – si ritrova dinanzi un territorio unico per bellezza e significato, per cultura (i castelli di Bellinzona dipinti da Turner, la Montagnola di Hesse) e per lingua, la lingua italiana, quella cantabile in cui il dolce sì risuona. Il nuovo venuto ha la ventura di partecipare a usi e costumi confederali, quelli elvetici, che proteggono una democrazia diretta introvabile ad altre latitudini. Può usufruire di media pluralisti e puntuali nell’informare, di un’attività artistica autoctona o presentata in loco particolarmente ricca e variegata.

Ma allora, verrebbe da dire, il nostro Ticino è forse l’agognato paradiso? L’altra faccia della medaglia è la supposta poca generosità dei ticinesi – e qui si intende un certo atteggiamento restio nell’accogliere pienamente chi arriva da fuori e nel comprenderne difficoltà di affiatamento nei confronti di un sistema di vita sottoposto a una continua verifica di riuscita sociale. Insomma, è inutile negare che, per la forte pressione imposta da una società globalizzata fondata sull’immagine e sull’abbondanza delle cose, qui e ora colui che perde la corsa di fronte al suo “rivale mimetico” (il termine è di René Girard e connota il primo e più vicino competitore sociale) si sente escluso, emarginato, quando non addirittura rifiutato e messo da parte. E allora perché stupirsi se il disagio profondo si avverte soprattutto fra le seconde generazioni di immigrati, in coloro cioè che sono nati e cresciuti in Ticino ma che non si sentono accettati in toto come ticinesi.

In definitiva, voci di disagio si levano da comunità che, a torto o a ragione, si sentono emarginate e respinte. La Comunità africana ticinese ha più volte preso posizione, recentemente, sul basso livello di integrazione della gente africana in Ticino. Si è parlato, e non a sproposito, di coinvolgere media e operatori culturali in modo da fornire un’immagine diversa di chi arriva in Ticino per lavorare e non certo per delinquere. In questo campo si può fare molto e il progetto di integrazione reciproca tra Italia e Romania promosso da un’università milanese è un buon esempio di comunicazione riuscita.

È chiaro che per un’integrazione davvero riuscita ci vuole un terreno di incontro comune e condiviso, una dimensione culturale che appartenga a tutti e che sia a disposizione di ognuno. Questa dimensione culturale ed esistenziale comincia a profilarsi anche in Ticino e agli occhi dei ticinesi. Si tratta, naturalmente, dell’“italicità”, ovvero di un modo di “pensare con sentimento” secondo la migliore tradizione di un pensiero e di usi e costumi nati e cresciuti attorno a una lingua e a un patrmonio artistico e culturale.

Chi arriva da noi con la forte determinazione di integrarsi e di vivere in sintonia con i ticinesi necessita di un terreno di incontro culturale e relazionale solido e riconosciuto, fatto di iniziative non effimere di promozione della lingua e cultura che ci caratterizza e di esempi di integrazione riusciti. Ciò permetterebbe, a chi arriva, di riconoscersi come un italico, “cittadino” e partecipatore a pieno titolo della cultura e della sensibilità del luogo dove vive.

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