Archivi per Novembre 2007

Il patrimonio dell’italianità è l’italicità

I patrimoni dell’italianità nella competizione globale è il titolo di un convegno organizzato nei giorni scorsi dall’Aspen Institute in occasione della Fiera Campionaria di Milano. All’incontro sono intervenuti diversi nomi della politica e dell’economia: da Giulio Tremonti ad Alessandro Profumo, a Enrico Letta oltre all’ingegnere più vincente della formula uno, Jean Todt. Il tema? Quanto e come è competitivo il “sistema Italia” oggi nella costellazione globale.
Si è parlato di italiani vincenti e di Italia se non proprio perdente, quasi.
Di distretti industriali in ripresa. Di economia che cresce a corto raggio, ma che ristagna se si valuta il medio-lungo termine.
Si è parlato di Italia e di cosa l’Italia può fare nel mondo.
Si è parlato – molto – del “fenomeno Ferrari”, una realtà sportiva e imprenditoriale assolutamente unica nel mondo. Jean Todt, parlando dell’”impresa Ferrari”, ha detto che gli italiani sono fra coloro che lavorano e si adoperano con più passione per la riuscita di un’iniziativa.
Mancava, a mio avviso, una parola, una parola sola.
Italicità.

Tutto ciò di cui si è parlato aveva infatti un carattere italico più che italiano: le aspirazoni “più che nazionali”, l’”andare nel mondo” ovvero l’inserimento nelle reti lunghe della competizione globale.
A questo punto una domanda dobbiamo porcela, però: perché, quando si parla del sistema Italia, non si coglie la dimensione più vasta e reticolare di cui questo sistema può far parte, ovvero la comunità italica nel mondo?
Insomma, se il sistema Italia è l’aspirazione, giusta e condivisibile, dell’affermazione di una nazione in un contesto globale, perché non riconosciamo (alcuni già lo fanno, ma si potrebbe fare di più) che il naturale e primo bacino di “utenza” in cui il sistema Italia ha più chances di affermarsi è proprio quello italico, sia per affinità sia per interessi condivisi?

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Vivere in un mondo “mobile”

Prendo spunto da alcuni problemi di grande attualità - dalla rivendicazione identitaria di Cortina d’Ampezzo a far parte del Trentino, al controllo della criminalità tra i cittadini stranieri fino al tragico perpetuarsi dei naufragi di clandestini sulle coste del Mediterraneo – per una breve riflessione.

Le analisi di questi fenomeni si sprecano, sia da parte dei media sia in ambito politico. Purtroppo, queste analisi ben raramente colgono l’essenza del problema proponendo rimedi sbagliati e del tutto inadatti alla realtà dei fatti. Fatti che, è opportuno sottolinearlo, non sono per nulla casuali o eccezionali ma che fanno parte della logica di un mondo basato sulla mobilità.
Se fino al recente passato la nostra civiltà era fondamentalmente stanziale e legata alla dimensione del territorio, e cioè di un territorio limitato e perciò più facilmente controllabile, oggi la mobilità è diventata una dimensione imprescindibile della nostra epoca.
Infatti, le nuove sfide che la politica deve recepire sono quelle legate sia alla mobilità delle istituzioni (comuni che cercano un’appartenenza nuova in seno a Regioni più vicine dal punto di vista identitario) sia all’edificazione di sistemi sopranazionali (Schengen) che prediligono la dimensione della mobilità e della facilità degli scambi a quella del controllo su un territorio delimitato e definito.
Affrontare le contraddizioni dell’epoca glocale, legata a doppio filo alla mobilità, è inevitabile e necessario. Naturalmente, sarebbe utile farlo a partire dalla consapevolezza che proprio la dimensione della mobilità e quella della migrazione si trovano al centro delle nostre vite e che una riorganizzazione delle istituzioni e finanche delle psicologie a cui fanno capo i cittadini è improrogabile ma non ancora realizzata.

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Frase riportata nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island

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