Archivi per Maggio 2007

Dialetti o italiano: qual è la lingua degli italici?

Un recente studio indica come ben il 54% degli italiani preferiscano il dialetto all’italiano fra le mura domestiche.
Per essere precisi, quello che comunemente viene chiamato “dialetto” non è altro se non una delle trenta lingue regionali d’Italia – come ben sappiamo la lingua italiana deriva da un “dialetto”, il toscano.
La situazione fuori dall’Italia, nelle nutrite comunità globali italiche, è ancora più complessa: in Brasile per esempio si parla il “taliano”, un dialetto di ascendenze venete. Negli Stati Uniti spesso ci si imbatte in parlate dialettali incomprensibili persino ai compaesani del luogo d’origine (ciò che oggi si parla a New York risale magari agli anni ‘30 del secolo scorso, mentre nel paese d’origine la parlata è evoluta).
Durante un recente viaggio a San Francisco, convinto di dovermi rivolgermi alla platea italica in inglese, fui invitato a parlare in italiano.
Esiste una lingua unica in cui gli italici possano comunicare fra di loro? Evidentemente no.
I numerosi modi di comunicare all’interno delle comunità italiche, verso l’esterno e fra di loro sono un arricchimento, un ostacolo o un problema?
Un dibattito su questo tema sarebbe di grande attualità nel momento in cui la comunità italica prende coscienza di sé e allaccia relazioni sempre più fitte al suo interno.
Sarò lieto di ricevere commenti e proposte e scambiare opinioni su questo blog.

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Quale ruolo per le donne italiche nel mondo?

Sulle pagine di questo blog sono stato sollecitato da una lettrice, Morganne Delauney, a riprendere un tema complesso, ma di grande interesse.

Nel marzo del 2000 su News ITALIA PRESS avevo scritto un articolo dedicato alle donne italiche nel mondo e al loro ruolo determinante nel garantire e tramandare i valori dell’italian way of life. Non so se si tratti dello stesso articolo cui Morganne fa riferimento. Ne ho recuperato qui un estratto:

“Durante tutta la vicenda delle grandi migrazioni sono state le donne di origine italiana, dotate di un forte ideale familistico, a farsi garanti e depositarie dei valori tipici dell’italianità, a tramandarli di generazione in generazione, a diffonderli in tutto il mondo.(…)La donna italiana, quando è andata a vivere altrove non ha voluto rinunciare ai valori che si era portata dietro ed ha quasi sempre saputo costruirsi un “humus” culturale a lei congeniale per continuare a praticarli, senza rinunce.”

Pur trovandomi d’accordo con quanto scritto allora, è innegabile che il ruolo femminile nel mondo globalizzato si sia evoluto. Già nel mio articolo sottolineavo come “molte delle donne italiche emigrate, pur mantenendo profonda la loro convinzione della necessità di un solido nucleo familiare o di un patrimonio di valori cui fare riferimento nella vita, abbiano scalato posizioni di indubbio prestigio nel lavoro, nel mondo delle professioni, costruendo in alcuni casi addirittura imperi economico finanziari o industriali”. Ciò è ancor più vero in una società come quella odierna, caratterizzata da una forte mobilità professionale e intellettuale che coinvolge pressoché indifferentemente sia uomini che donne. Ho quindi l’impressione che il femminismo di cui parlavo in quell’articolo si sia indirizzato oggi, non tanto verso una maggiore parità, quanto lungo la linea di una sostanziale mobilità di ruoli.

Il problema consiste dunque nel trovare una nuova sintesi tra le esigenze di una società “liquida” per dirla con Bauman, e la necessità di ancorarsi a dei valori di riferimento. Credo che la componente maggiormente dinamica e innovativa della cultura italica, figlia delle migrazioni e del multiculturalismo ma capace di evolversi senza perdere i suoi tratti riconoscibili, costituisca un punto di riferimento anche per le moderne donne italiche.

Mi rendo però conto della complessità del tema e quindi metto volentieri a disposizione questo blog come spazio di dibattito e confronto.

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