La lingua italiana? E’ un arricchimento italico
Com’è noto, gli italici (per esempio gli oriundi di seconda e terza generazione) non sempre parlano italiano. A volte comunicano nel dialetto della regione natia, ma più spesso adoperano la lingua del paese in cui sono radicati. Eppure, il loro immaginario italico rimane intatto mentre l’italiano viene comunque coltivato a livello di comprensione o di arricchimento culturale.
L’italiano non è al primo posto come lingua d’uso nel mondo, è tuttavia molto richiesto (prospera infatti in tutto il mondo come la lingua della cultura, dell’arte, della musica ed è la quinta se non la quarta lingua più insegnata).e proprio per ciò non va visto in un’ottica di necessità o difesa. In altre parole, la lingua italiana non è solo e semplicemente un bene da difendere ma, soprattutto, è un arricchimento a cui attingere e un prezioso valore da conservare.
Proporre agli italici di fare ogni sforzo per parlare l’italiano mi sembra quindi anacronistico. Ritengo che sia meglio accettare lo status quo: la lingua di lavoro e contatto della comunità italica rimarrà comunque quella del paese di residenza, mentre l’italiano (insieme ai dialetti) continuerà ad essere la lingua del cuore.
L’italiano, la lingua delle “radici”, contraddistingue infatti la nostra matrice culturale sia che venga inteso come una lingua da “udire” sia come un’offerta di italicità a tutti coloro che si avvicinano ai valori, ai costumi, alle persone della nostra comunità.
Italicando