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Liberalizzaci dal male

Benedetta Cosmi, Rubbettino Editore, 2012

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E’ quasi un pamphlet, il libro di Benedetta Cosmi, che coinvolge e provoca nella sua allocuzione diretta al lettore, visto nel suo essere cittadino, lavoratore, fruitore di spazi pubblici condivisi. In realtà quest’ultimo è soprattutto il primo soggetto, troppo spesso oggetto, di quell’economia reale che si vuole qui richiamare come dimensione prevalente rispetto alle astrazioni finanziarie, come perimetro a cui devono ricondursi e le decisioni dei governanti e il modus operandi del sindacato.

Il fil rouge che attraversa il testo è quello delle liberalizzazioni, intese dall’autrice principalmente nei termini di una pianificazione strategica negli orari di offerta dei servizi, con il doppio obiettivo di recepire e soddisfare quelle che sono le quotidiane esigenze dei cittadini, oltre che di alimentare un bacino potenziale di lavoratori che si inseriscano nelle nuove fasce orarie individuate. E’ questa una proposta quanto mai pertinente nell’epoca in cui sono venuti meno i tradizionali riferimenti spazio-temporali e dove, per dirla con Friedman, viviamo oggi in un mondo piatto.

Recuperiamo il senso delle liberalizzazioni, dell’utilità di dare lavoro, ricordiamoci che il pil cresce dove lasciamo i più capaci e dediti nella possibilità di operare, a beneficio di un’efficienza dei servizi”.

 

L’apertura fotografa, come ossimoro, la realtà di Francoforte, dove i trasporti pubblici sono fruibili anche in notturna, e quella ateniese, con il museo dell’Acropoli chiuso già alle tre del pomeriggio. In mezzo a tali polarità, e purtroppo orientata maggiormente verso la direzione greca, è la realtà italiana, rappresentata con un interessante gioco pluriprospettico, dove a raccontare ciò che non va vi sono anche studenti stranieri in Erasmus o semplici turisti, insomma chiunque, pur non essendo cittadino, è però utente del nostro sistema paese.

Un’invocazione che vuole anche essere esortazione, una sferzata all’Italia in tutte le sue componenti, a cominciare dal sindacato stesso, ormai obbligato ampliare il proprio spettro di referenze. Una presa di coscienza per rinnovarsi, per continuare ad essere ricettore e rappresentante delle domande dei lavoratori e dell’intera società civile: perché, nelle parole di Cosmi, “oggi un sindacato che funziona è quello che pensa ai lavoratori autonomi, ai precari, ai tanti contratti a progetto cui non si è esteso il ventaglio delle tutele”.

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