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La paura dei barbari. Oltre lo scontro di civiltà

Tzvetan Todorov, Garzanti, 2009

La paura dei barbari. Oltre lo scontro di civiltà
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Una delle grandi capacità del filosofo/sociologo franco-bulgaro Tzvetan Todorov, non così facilmente diffusa nell’élite intellettuale contemporanea, è quella di scrivere e discutere di temi complessi in maniera semplice. Non si tratta di affermare che l’approccio dell’autore sia il “semplicismo”, inteso come semplificazione, riduzionismo o peggio ancora banalizzazione. Piuttosto piace l’idea (in particolar modo a chi scrive) che si fugga dai pretesti della complessità sociale post-moderna, rea di rendere il dibattito sui temi caldi della globalizzazione, del cosmopolitismo, dei nuovi conflitti, delle crisi economiche e finanziarie, proprietà esclusiva di una schiera ristretta di intellettuali iper specializzati e conoscitori del sapere umano, di politici potenti inarrivabili e di manager globali intoccabili.

Todorov invece scrive a partire dall’assunto che il mondo appartiene all’intero genere umano che lo abita, e che quindi responsabile delle paurose conseguenze che oggi sarebbe in grado di provocare per la Terra e soprattutto per se stesso. Egli ritiene determinante rendere il suo pensiero accessibile a tutti. Ecco perché consiglierei questa lettura a tanti, o comunque almeno a coloro che necessitano di capire l’odierno spirito del tempo. Infatti la lettura appare al tempo stesso:  agevole ma profonda, critica ma sensibile, appassionata ma distaccata, autorevole ma divulgativa. Le parole e le pagine del libro in scivolano velocemente tra le mani ma al tempo stesso scuotono e pervadono le più profonde riflessioni.

Le parole chiave di tutto il testo girano attorno a quelle di: identità, cultura, civiltà e barbarie, comunicazione, globale/locale, Europa. Naturalmente lascio al lettore il compito di comprenderne meglio i significati e l’articolazione che ne da’ il pensiero di Todorov. Tuttavia non credo di sbagliarmi definendolo un neo-illuminista, fautore di un pensiero critico cosmopolita che poggia sui Lumi ma dei quali si prende atto anche delle devianze (ad es. la sacralizzazione e l’ “altarizzazione” della Ragione). Qui il solo appunto alle riflessioni riportante: perché si mettono nell’oblio gli apporti universali e immensi del Rinascimento italico e dell’urbanizzazione? Perché ci dice che l’uomo viene messo al centro del mondo solo nel XVIII secolo? Si dimentica forse il pensiero umanista da Pico della Mirandola a Machiavelli a Guicciardini, ecc…?

Lasciando gli aspetti delle criticità, il discorso parte dalle tesi del politologo americano S. Huntington, recentemente scomparso, sul tema dello “Scontro delle Civiltà”, che è stato anche titolo del suo più famoso libro (1994). Si tenta quindi di trarne una riflessione attenta e comunque ormai a distanza di tempo dove Todorov riconosce che l’argomento è centrale, tuttavia le argomentazioni sono fortemente criticabili e faziose. Il mondo di oggi è caratterizzato dalle pluriappartenenze, dal formarsi dinamico e continuo di nuove e vecchie appartenenze culturali, dalla mobilità volontaria o coatta, dalla finanza globale, da nuovi processi di aggregazione, dalle nuove tecnologie della comunicazione. In tutto questo l’intellettuale non vede di per sé motivo di conflitti violenti, anzi forse la capacità di risolverli. I conflitti piuttosto sono il risultato delle azioni di istituzioni politiche, degli Stati-Nazioni, di apparati politico-sociali se non militari, di etnocentrismi animati da bieche passioni umane, da invidie e risentimento verso il potere e la ricchezza. Attraverso esempi e casi l’autore suffraga l’idea che dietro il paravento dello scontro di civiltà o di religione si vogliono far emergere nuove dinamiche di potere.

Concludo con il paradigma della civiltà presentato e ripetuto nel testo, che tutti dovremmo riconoscere e praticare, oggi “la pluralità delle culture non impedisce affatto l’unità dell’umanità, tanto meno il giudizio che stabilisce la realtà degli atti di barbarie e dei gesti di civiltà. Nessuna cultura è di per sé barbara, nessun popolo è definitivamente civilizzato: tutti possono passare da una condizione all’altra. E’ una caratteristica della specie umana”.

Riccardo Giumelli

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