La fine dello Stato e Imperialismi

Eric J. Hobsbawm, Rizzoli 2007

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La fine dello Stato e Imperialismi

Due interessanti saggi, in realtà raccolte di testi riadattati e ampliati di conferenze e articoli dello storico inglese Eric Hobsbawm, trattano l’attuale problematica del progressivo tramonto dell’idea di Stato che ha caratterizzato gran parte delle società umane negli ultmi secoli.
Nel consueto stile conciso e chiaro, l’autore, in “La fine dello stato” e “Imperialismi”, propone la sua interpretazione della globalizzazione. In “Imperialismi” pone l’accento sulla fondamentale divergenza fra il piano politico-militare e quello economico-sociale al tempo della globalizzazione dovendo, ancora oggi, far fronte a una totale assenza di un’autorità mondiale in grado di gestire o appianare le controversie internazionali. La globalizzazione è avanzata sotto ogni aspetto (economico, tecnologico, culturale, perfino linguistico) tranne sul piano politico e militare, dove gli Stati sovrani rimangono le uniche autorità effettive. “Ufficialmente esistono circa duecento Stati” scrive Hobsbawm “ma in pratica a contare sono solo un pugno di Paesi, fra i quali gli USA sono di gran lunga il più potente. Tuttavia, nessuno Stato o impero ha mai potuto essere abbastanza grande, ricco o potente da mantenere un’egemonia politica globale, per non parlare di stabilire una supremazia politica e militare sull’intero pianeta”. Hobsbawm postula quindi una fondamentale impossibilità di stabilre un’egemonia unilaterale a livello planetario.
Ne “La fine dello stato”, invece, viene proposta un’originale visione glocal che imputa il tramonto dell’organizzazione statuale a fattori quali l’istruzione, l’informazione, il funzionalismo e il bisogno di riunirsi in comunità identitarie definite. La crisi delle identità nazionali, attuatasi più che altro su un piano culturale, si è prodotta negli Stati-nazione nel momento in cui è stato realizzato l’universale accesso all’istruzione e ai media. Secondo l'autore, le politiche dell’identità collettiva basate sull’esclusione – che siano etniche, religiose o di sesso e stile di vita  - sembrano andare verso una degenerazione della Gemeinschaft in una sempre più remota Gesellschaft. Hobsbawm scrive che “il processo che ha trasformato i contadini in cittadini francesi e gli immigrati in cittadini americani si sta invertendo, e viene a sbriciolare le identità più grandi, quelle degli Stati-nazione, in gruppi di identità autoreferenziali più circoscritte, o anche nelle identità private a-nazionali dell’ubi bene ibi patria. E ciò, a sua volta, riflette, non da ultimo, la sempre più debole legittimità dello Stato-nazione agli occhi di coloro che abitano nel suo territorio, e le sempre minori richieste che esso può permettersi di fare ai suoi cittadini”.
In definitiva, si tratta di due piccoli e stimolanti trattati sull’intreccio tra i bisogni e le rivendicazioni locali in un contesto fortemente globalizzato qual è quello odierno.

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