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L'uomo nomade

Jacques Attali, Spirali, 2006

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Il libro di Attali, nonostante alcune contraddizioni e manchevolezze, può essere utile in un dibattito sulle differenze che ormai intercorrono fra le società a impronta nazionale (che si basano sulla territorialità) e quelle glocali, sempre più caratterizzate da fenomeni di mobilità.

La ricostruzione storica di Jacques Attali – intellettuale francese già consigliere economico del presidente Mitterrand – ripercorre, attraverso i millenni, l’antica ma in qualche misura ancora attuale dialettica fra nomadi e stanziali. “La stanzialità – osserva Attali – non è che una breve parentesi nella storia umana. Durante l’essenziale della sua avventura, l’uomo è stato plasmato dal nomadismo e sta ridiventando viaggiatore”.

Fra convivenza e, più spesso, conflitto,  i rapporti fra nomadi e stanziali hanno segnato l’intera storia umana. Attali ricostruisce il “tempo lungo” di questi processi, rintraccia i “fili” del nomadismo nelle diverse aree del mondo. Culture, forme di vita sociale, immaginari vengono delineati in un grande “affresco”, che tenta di restituire a noi, che viviamo nell’età della globalizzazione (o della mondializzazione, come preferiscono i francesi), il senso di un’esperienza per molti versi “arcaica” ma per altri, in nuove forme, ancora viva.

L’uomo, dice Attali “sta ridiventando viaggiatore…Oggi più di 500 milioni di persone possono essere considerate nomadi del lavoro o della politica: gli immigrati, i rifugiati, gli espatriati, i senza fissa dimora e i migranti di ogni sorta… Più di un miliardo di persone viaggia ogni anno per piacere o per obbligo…Ogni anno, 10 milioni di persone espatriano: questo, da qui a cinquant’anni, potrà indurre più di 1 miliardo di individui a vivere fuori del paese natale”. Poi ci sono – vale la pena ricordarlo -  i “nomadi virtuali”, quelli che navigano nell’”oceano” della rete, che disegnano viaggi senza spazio, che costruiscono reti transnazionali e nuove “communities without propinquity”.

In questo quadro, la tesi di Attali è che sia in corso un nuovo scontro fra nomadismo e sedentarietà. L’ultimo grande “impero” stanziale – gli Stati Uniti, superpotenza ma in declino – si trova di fronte gli “innumerevoli nomadi della miseria”, gli “infranomadi”, che “sono e saranno i motori principali della storia, dell’economia e della  politica”. Questa prospettiva, secondo Attali, offre un senso anche agli eventi drammatici dell’11 settembre: “Con l’11 settembre 2001 sono cominciate nuove guerre che contrappongono ribelli nomadi all’attuale impero. Queste guerre mescoleranno alle tecnologie più avanzate gli eterni principi della guerra nomade (far paura per far fuggire)”. Il futuro, secondo Attali, sarà “un terribile caos da cui nascerà una nuova civiltà”, insieme nomade e stanziale. “La mondializzazione democratica – così la chiama Attali – passerà attraverso la difficile messa in pratica delle virtù del nomade…e delle virtù dello stanziale…Verrà allora a delinearsi, al di là di immensi disordini, qualcosa come la promessa di un meticciato planetario”.

Che cosa renderà possibile questo passaggio dal disordine ad una “mondializzazione democratica” segnata dall’ibridazione e dal meticciato? Quali attori, quali istituzioni, quali sistemi di governance e di governo garantiranno il nuovo ordine, le nuove modalità di convivenza, la possibilità di una terra che kantianamente sia “ospitale per tutti i viandanti della vita”? Di questo Attali non parla. Nel suo “affresco”, scritto in un linguaggio brillante e suggestivo (che fa venire in mente la tradizione storiografica francese delle Annales), c’è forse la “poesia”, manca però la “prosa” della politica, delle istituzioni, del progetto. Alla fine si è delusi, e si aspetta, forse inutilmente, un altro libro.

Recensione a cura di Giampiero Bordino

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