L'io globale. Dinamiche della società contemporanea

C. Giaccardi, Magatti M., Roma-Bari, Laterza, 2003.

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Tra gli studi dedicati alla globalizzazione, Giaccardi e Magatti hanno saputo illustrare i riflessi che essa genera sulle forme dell'identità attraverso la ridefinzione di molti luoghi e saperi. Vediamo così che la globalizzazione ha una dimensione epistemologica che tocca più discipline contemporaneamente, dall'economia alla sociologia, dalla politica alla filosofia.

Si tratta di un'epistemologia in via di definizione, poiché essa è il frutto dell'incontro multidisciplinare delle scienze umane senza coincidere con nessuna di esse. Ma la globalizzazione presenta anche una dimensione narrativa, dove l'io che racconta l'avventura globale si trova in una condizioni vicina a quella dell'esploratore, più che identificarsi con le codificate categorie psicologiche e psicoanalitiche. È un io che, attraversando gli spazi che gli si aprono, ridefinisce la propria storia e la propria identità, per trovare una forma nella quale riconoscersi rispetto alle forme dell'identità che la globalizzazione sta ridisegnando, da quelle dello Stato-Nazione, dove il cittadino non è più riconoscibile secondo le tradizionali categorie, per passare alle forme sociali, dominate dalla multiappartenenza, per finire con la progressiva fine dell'epoca e del concetto di modernità.
Tuttavia, quando la posta in gioco aperta con la globalizzazione tocca le forme dell'io, siamo ancora in presenza di quella soggettività che aveva dominato e caratterizzato l'individuo negli ultimi due secoli? Concordemente alla dimensione multipla che caratterizza l'epoca globale, non siamo anche di fronte alla pluridentità del soggetto? Non si legga il passaggio dalla identità alla pluridientità come perdita di sapere o di unità soggettiva, anche perché già nella modernità l'io viveva contraddizioni e lacerazioni. Con la globalizzazione non siamo in presenza della crisi dell'identità, bensì siamo chiamati a rispondere alle identità in linea con la "ristrutturazione dell'esperienza soggettiva", che ragiona in termini di "spazialità della nostra vita sociale". Quello che sta accadendo con la globalizzazione è il configurarsi di una nuova logica del vivente e dei saperi che lo descrivono, parlano, strutturano. Globale è quell'io capace di attraversare i processi in corso, trovando per ognuno di essi la giusta chiave d'accesso, se intende leggere e comprendere l'universo-mondo nel quale lo stesso io è inglobato. Con la globalizzazione siamo in presenza di "un salto di qualità nel processo di individualizzazione", che ha il suo perno nella rispazializzazione delle forme di vita. L'io globale è, contemporaneamente, stanziale e nomade, prossimo e radicato; è, nella migliore delle metafore, il nuovo viaggiatore, nuovo perché si muove in un diverso paradigma spazio-temporale, quello nato con la globalizzazione. L'io tradizionale vede mutare i presupposti e i supporti che lo avevano strutturato, dalla sovranità al diritto, dalla politica al piacere. I mutamenti in corso, nei quali è implicato l'io stesso, sono un sapiente gioco che oscilla tra dinamiche opposte; il libro L'io globale colloca la dimensione attuale ricostruendo le tappe che l'hanno preceduta, in una sorta di genealogia dei vissuti e delle epistemologie che hanno generato questo presente. Può essere letto quindi come una ricognizione culturale e istituzionale di quello che ora noi chiamiamo globale, una lettura che mostra anche i paradossi della globalizzazione, evento che sembra aver superato i confini, quando invece li ha tracciati e definiti una volta per tutte. Da quando il mondo è diventato accessibile nella sua interezza, non si apre più un nuovo mondo o non si avviano nuove scoperte, bensì si è posti di fronte a confini ormai "invalicabili e definitivi". Rispetto a un gesto così imperioso, aver una volta per tutte deciso i confini, non si creda che all'io sia rimasto solo lo spazio della propria riproducibilità entro quei confini. Anzi, da quando essi sono stati tracciati, l'io ha il compito di reinventarsi spazi proprio là dove i confini sembrano tracciati, mostrando così che esiste una fenomenologia dell'interiorità che non viene mai decisa da confini assegnati e scritti.

Recensione a cura di Fulvio Palmieri

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