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Economia dell'identità

 

G.A. Akerlof e R.E. Kranton, Laterza, 2012

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G.A. Akerlof è un premio Nobel per l’economia, R.E. Kranton, anche lei economista, insegna alla Duke University. Insieme danno vita ad un testo particolare e per certi versi sorprendente. Il libro, di agile lettura – evidentemente gli autori si rivolgono ad un audience varia ed ampia –, nasce nel momento in cui la Kranton scrive al ben più famoso e illustre professor Akerlof per comunicargli che le conclusioni del suo ultimo lavoro non sono, a suo avviso, del tutto corrette. In quel testo manca il riferimento ai concetti di identità e di contesto sociale; temi centrali e, come sarà poi ripetuto spesso nel libro, non sufficientemente analizzati nella scienza economica. Fu così che, accogliendo lo stimolo di Kranton, Akerlof decise di affrontare il tema delle scelte dell’homo oeconomicus in rapporto alla propria identità: se povero o ricco, maschio o femmina, nativo o immigrato, ecc..

L’homo eligens, l’uomo che sceglie, come già constatava qualche tempo fa’ il sociologo Zygmunt Bauman, non può prescindere dal suo percorso di socializzazione, dal chi è e dalla semplice esistenza di gusti individuali differenti e distaccati da ogni determinazione sociale. Si tratta di comprendere che esiste un’utilità marginale di natura anche  identitaria e questo è il tema centrale del libro di Akerlof e Kranton.

Ma perché si sostiene che questo testo è sorprendente? Per due ragioni opposte: una positiva ed una negativa. La prima è che si tratta di un forte passo in avanti dal punto di vista dell’analisi economica, anche se da quella sociologica può sembrare strano che certe conclusioni non siano emerse in tempi meno recenti. Ci pare infatti logico che l’identità influenzi i nostri comportamenti al di là del valore puramente economico di alcune nostre scelte. L’identità di gruppo, il senso dell’appartenenza, determinano l’azione sociale e le sue conseguenze. Per spiegare più a fondo questo modello di pensiero i due autori fanno riferimento a molti casi reali o creati in laboratorio. E’ il caso, ad esempio, del rapporto che alcuni studenti liceali hanno con lo studio. Gli autori hanno constatato che non è tanto l’aspettativa di una professione appagante e che procura un reddito elevato a creare motivazione a studiare, ma piuttosto dinamiche di natura relazionale.

Il punto di partenza della tesi esposta nel libro è che all’identità si affiancano norme sociali interiorizzate e assunte come “normali” e a queste comportamenti connaturati al proprio ruolo sociale e identitario. Dando per scontata la condivisione di questa tesi, quello che deduttivamente ci viene da aggiungere è che anche le nostre scelte e comportamenti di consumo sono, anche se in molti casi inconsapevolmente, dettate dai nostri processi identitari.

E’ per questo che affrontando il tema, a noi caro, dell’identità italica, ci chiediamo se esista un’economia dell’identità italica. Cioè se essa possa dettare, e come, scelte e comportamenti. Lo straniero italofilo che ama la cucina italiana, la letteratura italiana, la lingua italiana, l’arte italiana, il design italiano, il senso estetico italiano e, perché no, un'idea mitica dell’Italian dream è italico, seppur non italiano, proprio perché sente di essere un insider dell’italicità. Cioè è mosso da un senso di appartenenza alla quale riconosce senso perché sceglie a partire dalla propria identità e la rafforza con i suoi comportamenti, in un contesto di pluriappartenenze.

E’ per tutto questo e per molto altro che potremmo e dovremmo pensare a come cogliere gli incroci del tema identitario dell’italicità non solo in ambito culturale, sociologico, antropologico ma soprattutto economico. Qui ci aspettano risvolti di natura pragmatica che certamente non possono rimanere inosservati.     

Recensione a cura di Riccardo Giumelli, sociologo e docente Università degli studi di Firenze

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