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Perchè non siamo (ancora) postmoderni

Intervista al Professore Franco Farinelli, geografo e Direttore del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione all'Università di Bologna

 

Professor Farinelli, nel mondo glocale sta progressivamente riducendosi il ruolo degli stati nazionali, di fronte all’emergere di un insieme stratificato di reti e di strutture funzionali prive di centro nel quale l’agire politico, culturale e sociale tenderà in misura sempre maggiore ad essere de territorializzato. In questo scenario sta emergendo il ruolo delle città.Quale sarà, secondo lei, il ruolo delle glocal cities, intese come realtà che, come lei stesso ha avuto modo di osservare, non coincidono più con le città come dati topografici localizzabili su una mappa, ma più affini alla loro accezione originaria di spazi di elaborazione culturale?

La modernità è stata (e, nella misura in cui essa ancora esiste, è) l’epoca della “mise en forme” in senso euclideo del mondo e del suo funzionamento. In altre parole, e propriamente parlando, essa è stata (ed è) l’epoca dello spazio, della progressiva sussunzione della faccia della Terra ad un’unica misura metrica lineare standard, quella che per Kant risulterà essere, in ultima analisi, a fondamento dell’unica possibile “forma dell’esperienza”.  E’ a tale processo che va ascritta la costituzione degli stati nazionali territoriali centralizzati, il cui corpo appunto obbedisce rigidamente alle caratteristiche della geometria classica: la continuità, l’omogeneità, l’isotropismo. Chi volesse constatare quello che c’era prima non ha che da aprire un  qualsiasi atlante storico ed osservare cosa fosse, ad esempio, la Deutschland ancora nella prima metà dell’Ottocento: un mosaico composto da una miriade di stati e staterelli, ognuno dei quali a sua volta suddiviso in una miriade di frammenti discosti l’uno dall’altro, secondo il modello del regime territoriale di marca aristocratico-feudale che gli storici tedeschi hanno definito Kleinestaaterei, termine che da noi viene tradotto come “microterritorialità”. In maniera del tutto omologa al territorio statale, anche la città moderna è stata concepita secondo le tre proprietà che per Euclide definiscono la natura geometrica dell’estensione: e proprio questo è – com’è davvero il caso di dire – il punto. Già nella Geografia di Tolomeo, dunque nel secondo secolo d.C., le città vengono ridotte ad un insieme di punti su una mappa. Ma anche restando all’interno del sistema euclideo un insieme di punti non possiede nessuna intrinseca geometria. Perché quest’ultima si dia è necessario specificare una delle numerose possibili proprietà metriche: è da tale scelta che dipende la particolare geometria dell’insieme. Il problema deriva dal fatto che la globalizzazione ha però scardinato tutta la metrica moderna, e l’eco generico di tale processo si coglie ogni volta che a proposito di territorio si ricorre all’espressione “a geometria variabile”, intendendo con essa più nulla che tutto. In realtà basta la geometria ellittica, la forma più elementare di geometria sferica non euclidea, a mettere in crisi tutti i nostri modelli territoriali. Perciò  se nella Rete il tempo e lo spazio kantiani non esistono, in quale forma essi sono ancora concepibili all’interno del funzionamento del mondo, dunque in riferimento alla faccia della Terra? In altre parole: come pensare ed organizzare, in funzione della crisl della sintassi euclidea,  un mondo il cui funzionamento sia fondato sulla discontinuità, l’eterogeneità e l’anisotropismo, vale a dire sul rovescio delle caratteristiche strutturali dello spazio terrestre moderno?

Proprio questo è il ruolo delle glocal cities. Esse emergono con la fine delle economie-mondo, cioè dal riconoscimento che l’economia mondiale è ormai un’unica entità  che non soltanto funziona all’unisono, come un tutt’uno, ma che è sempre meno distinguibile in parti tra loro connesse da meccanismi di natura spazio-temporale, come appunto ancora la teoria delle economie-mondo di derivazione braudeliana ancora mantiene. E significativamente le glocal cities riprendono il modello della città-stato, vale a dire della formazione politica che storicamente precede, nel contesto del mediterraneo euro africano e di quello cinomalese, la costruzione delle moderne unità statali secondo lo schema spaziale che ha realizzato in ambito continentale le sue più consistenti prove. Soltanto che rispetto alle città-stato del passato le glocal cities sono chiamate oggi  ad un compito esattamente inverso: non più soltanto ad agglutinare intorno a sé un’area spazialmente connessa, ma soprattutto a costruire e far circolare un modello funzionale del mondo esattamente agli antipodi di quello moderno di marca euclidea. Nel corso della modernità, e specie tra Cinque e Seicento, il processo internazionale di selezione del rango urbano fu deciso, a farvi caso, dalla capacità delle singole città  di produrre ed immettere sul mercato immagini cartografiche, che hanno costituito il più potente veicolo della spazializzazione del mondo. Le gerarchie urbane attuali si vanno invece definendo, all’opposto, in funzione della capacità di messa a punto di nuovi modelli di organizzazione e rappresentazione di un mondo che, al di là di ogni pratica impostata sulle strategie del “multiculturalismo”, si riconosce popolato di persone non semplicemente migranti ma dotate invece di un background migratorio, e perciò un mondo dotato della capacità di includere al proprio interno tutte le diversità: compito che appunto soltanto una visione fondata sul rovesciamento della trinità euclidea è in grado di avviare. Con buona pace di tutte quelle apparenti soluzioni di marca autonomistica che basate sull’idea di identità (cioè sulla stessa ideologia dell’”etnicità fittizia” messa a punto nei secoli passati per la costruzione degli stati nazionali)  credono di poter far fronte al problema semplicemente ricostituendo tale trinità su scala minore, a livello di regione o di insieme regionale. Si tratta di una soluzione due volte sbagliata: sia perché ancora di marca spaziale, sia perché per ciò stesso incapace di fare i conti con i nuovi soggetti. Ma soltanto misurandoci con quest’ultimi saremo davvero in grado di uscire dalla modernità.

Lei ha definito “incantamento topografico” quell’operazione, tipicamente moderna, che riduce la complessità sferica della terra alla rigidità immobile della mappa, mettendo in evidenza il carattere co-costitutivo della rappresentazione cartografica e la sostanziale differenza tra map (dove sono presenti i parametri spazio-temporali) e chart (dove tali parametri sono assenti). In che modo la chart cambia la rappresentazione (e la percezione) della realtà glocale, attraversata da flussi e reti mobili?  

Sotto molti aspetti vi è un’opposizione strutturale tra map e chart. A dispetto di quel che si sarebbe portati a tutta prima a pensare la mappa presuppone un soggetto ed un oggetto ambedue immobili, come di nuovo per primo spiegava Tolomeo, al tempo del massimo splendore dell’impero romano. La Terra è una sfera, egli spiegava, ma il modello della Terra in forma di globo, che pure sarebbe il più fedele, è molto scomodo: per sapere quello che vi serve o bisogna continuamente girargli intorno, dunque spostarsi; oppure si può pure restar fermi, ma allora bisogna farlo girare con le mani. Di qui il consiglio, che all’inizio della modernità diventa autentica prescrizione: fate delle mappe, sono molto più comode,  perché stando fermi avrete subito sotto gli occhi tutto quello che vi serve – come dire: ma che ve ne fate di un modello del mondo che è troppo simile al mondo stesso, che non gli fa violenza ?  Con ciò Tolomeo detta le condizioni dell’intera epistemologia moderna: a conoscere qualcosa basta la semplice visione della sua rappresentazione, da parte di un soggetto per natura immobile, statico. E tali condizioni diventano allo stesso tempo fondamento politico, perché proprio in forza della staticità del soggetto moderno può prendere corpo secondo il dettato geometrico ( cioè come copia che incorpora le proprietà  della sua stessa rappresentazione) appunto lo Stato moderno, il Leviatano di Hobbes. Il quale, mai lo si dimentichi, proprio nel riconoscere al mostro biblico il monopolio della violenza lo chiamava “Dio mortale”, dunque prima o poi destinato a sparire. Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la previa riduzione della realtà alla sua figura cartografica, ad una mappa appunto.

E’ significativo che ancora oggi nell’uso specificamente geografico tra map e chart vi sia una sistematica differenza, una sfumatura rivelatrice. Il primo termine si è finora riferito sempre e soltanto ad una porzione della Terra emersa, dunque appunto a qualcosa che per natura si suppone immobile, mentre il secondo sempre e soltanto alla distesa d’acqua marina,  al contrario mai ferma o in riposo. Naturalmente le cose non stanno proprio così, la supposizione in questione violenta appunto di molto la realtà: tra terra e terraferma vi è una grande differenza, come qualsiasi marinaio sa, nel senso che anche la terra si muove eccome. Ma ciò adesso non importa. Quel che invece è decisivo è che una plurisecolare tradizione interna all’iconografia  occidentale connette chart e non map a tutto quel che è fluido, liquido,  mobile, e non soltanto dalla parte dell’oggetto ma anche dalla parte del soggetto, di chi entra in relazione con la rappresentazione. Map è vocabolo che deriva da una radice araba che significa un pezzo di stoffa al cui interno le cose vengono deposte per essere deportate: e soltanto tale deportazione ne permette la fruizione da fermo, in condizioni di staticità da parte del soggetto, cui ogni spostamento, e perciò ogni diretta relazione con le cose in questione, vengono risparmiati. Al contrario la chart implica la relazione diretta tra il soggetto e l’oggetto della rappresentazione, cui la figura serve da regola per l’instaurazione del rapporto. Ed è in questo senso che all’interno di una società come quella attuale, in cui si tratta di difendere e potenziare le libertà ed i diritti fondamentali in condizioni di crescente diversità, essa diventa indispensabile, soprattutto se l’oggetto della rappresentazione coincide con le diversità in questione. Il principio della map è la separazione,  la messa a distanza di ciò che viene rappresentato da colui che produce la rappresentazione,  la presa in conto dell’irriducibile intervallo tra il soggetto e l’oggetto, elementi di un mondo composto di elementi più o meno vicini o discosti tra loro: in breve,  di un mondo spazialmente organizzato. Il principio della chart è invece la messa in relazione, l’accostamento, l’inclusione attraverso la sparizione di ogni intervallo all’interno di un mondo non spazialmente ma al contrario ricorsivamente organizzato, in cui cioè le cose non stanno più l’una vicino o lontana rispetto alle altre ma invece l’una dentro l’altra. E’ proprio in tale mossa che la città glocale riconosce la propria natura e insieme la ragione della sua oltremodo problematica definizione: il luogo sta dentro il globo ma allo stesso tempo è vero anche l’inverso, il globo sta dentro il luogo, secondo quello che Matte Blanco ha chiamato il principio di simmetria, per cui oltre il mondo dotato di spazio e di tempo esiste soltanto quello per cui la relazione inversa di qualsiasi relazione viene trattata come se fosse identica alla relazione: se Paolo è padre di Pietro, Pietro è padre di Paolo. Si tratta della più formidabile deviazione dalla logica del pensiero scientifico e filosofico occidentale, imposta oggi dall’esistenza di un mondo  - il nostro – il cui funzionamento è retto dall’assenza dell’aristotelico principio di contraddizione appunto perché la sua forma non è più la Tavola, la mappa, come per tutta la modernità è stata, ma la sfera, il globo. Anche le analisi correnti sulla globalizzazione iniziano a rendersene conto, sebbene non nella maniera radicale che sarebbe necessaria. Ha scritto ad esempio Ulrick Beck che secondo la legge del mercato globale per raggiungere A bisogna fare non-A: sopprimere ad esempio posti di lavoro per garantire sul luogo altri posti di lavoro. In tale contraddizione si esprime con tutta la sua strutturale inconciliabilità il contrasto tra la ragione della Sfera e quella della Tavola, l’irriducibilità della prima ad una serie di mappe, alla sua cartografica anatomia. Cui soltanto il potenziamento della logica della chart, di una rappresentazione  in grado di inglobare il catalogo delle differenze e delle eterogeneità a scapito del moderno schematismo spazio-temporale può far sperare di porre rimedio. La fuoriuscita dalla logica della mappa, imposta dal contemporaneo funzionamento del mondo, può avvenire soltanto in due direzioni, o in direzione della logica della chart,  o della card: secondo la prima, che non va intesa nel comune senso di diagramma, la realtà appare disposta in base a funzioni di reciproca relazione tra entità in grado di conservare la propria identità , dal cui insieme essa risulta. Secondo la logica della card invece, ogni entità appare annullata, come in epoca moderna all’interno dello spazio, nel regno dell’equivalenza generale, e del sostanziale anonimato delle funzioni stesse.

Secondo lei nel mondo glocale, dove si pone in modo rilevante il ruolo del web come spazio di aggregazione e di circolazione di notizie e informazioni con modalità spesso bottom up, come si evolve il ruolo del sapere e chi sono i suoi protagonisti?

Il ruolo del sapere si evolve in direzione del riconoscimento della coincidenza tra mente e città (come dire che la città glocale è un’unica mente) e i  protagonisti del sapere saranno solidarmente l’insieme dei suoi abitanti, mentre toccherà ai politici, ai gestori della polis, assicurare la connessione tra l’urbs e la civitas, tra la struttura materiale (brain) e la capacità di manipolazione simbolica (mind) della città-mente. Esattamente come ai tempi di Sant’ Agostino. 

 

Intervista a cura di Globus et Locus  (V. Trevisan)                                                   
18 gennaio 2013

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