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Globus et Locus Newsletter n. 8 2006

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Editoriale

In tempi recenti si sono svolte tre grandi manifestazioni di altrettante reti transnazionali di grande ampiezza: hispanidad, francofonia, commonwealth. I Paesi di lingua spagnola e portoghese si sono incontrati all'inizio di novembre a Montevideo in occasione del XVI vertice ispano-americano. Un mese prima si è tenuto il summit della Francofonia a Bucarest. In questo periodo si è svolto anche un summit del Commonwealth, che riunisce i membri dell'antico impero britannico.

Queste tre grandi realtà hanno una matrice comune: si servono innanzitutto della lingua – spagnolo e portoghese, inglese e francese – per sostenere interessi politici e valori comuni. In pratica "usano" una lingua di riferimento per portare avanti degli interessi nazionali.

E l’Italia? Che il Bel Paese abbia una sua “aura” di influenza globale è innegabile. Basti pensare alla svolta segnata dall’ingresso nel Parlamento italiano di rappresentanti (spesso con doppia cittadinanza) eletti in circoscrizioni estere. Tuttavia, l’italicità ha delle peculiarità diverse rispetto all'hispanidad, al commonwealth e alla francofonia visto che non necessariamente utilizza il minimo comun denominatore linguistico come fattore aggregante e si sviluppa attraverso comunità italo-locali svincolate per lo più da logiche nazionali. Gli italici nel mondo sono frutto di massicce ondate migratorie più che di politiche coloniali e post-coloniali; la lingua italiana non è stata né imposta né si è affermata come lingua d’uso, ma è stata per lo più scelta da chi oggi la parla nel mondo sia a causa di radici italiche sia spontaneamente per il suo valore culturale.

In definitiva, l'italicità, al di là di radici e legami più o meno profondi con le proprie origini, è più che altro un modo di vita o un'elezione, una scelta.

In ogni caso, fenomeni come hispanidad, francofonia, italicità ecc. dimostrano come in un sistema di potere non più internazionale ma propriamente glocale, gli Stati nazionali debbano gestire ( per quanto possibile) o convivere con processi di transnazionalizzazione della società civile (che si pluralizza, diventando complessa e multiculturale), in un’ottica opposta a quella dei processi passati di nazionalizzazione della società civile.

Pur quindi con i dovuti distinguo rispetto a fenomeni come l’hispanidad, francofonia e commonwealth, l'idea di una civilizzazione italica che raccolga ed unisca le decine di milioni di persone che nel mondo condividono medesimi valori e interessi appartiene al novero delle esperienze post-nazionali con cui rispondere alle sfide di governance globali.

Lettura consigliata: “Non solo Commonwealth. Quando l’Europa flirta con le ex colonie”,Cafè Babel; http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=8660

    

Coscienza Svizzera

Intervista a Fabrizio Fazioli, Presidente di "Coscienza Svizzera",un gruppo di riflessione che mira a tener viva la sensibilità verso le peculiarità della Svizzera, offrendo un proprio contributo alla difesa e alla promozione delle diverse identità, lingue e culture presenti nel Paese.

Presidente Fazioli, il concetto di italicità – l'idea di una rete sovranazionale di cultura, valori e interessi che riunisce gli italici in tutto il mondo - è noto presso i membri di Coscienza Svizzera?

Più che il concetto, che risulta ancora abbastanza nuovo alle nostre latitudini, anche se non è più del tutto ignoto, è la prassi, direi la prassi quotidiana di contatto con l'Italia e l'italofonia a rendere di fatto l'italicità una realtà esistente e nota. Noi svizzeri di lingua italiana siamo, naturalmente, imbevuti di cultura italofona. Ed è proprio in quest'ottica che contiamo moltissimo sul polmone italofono che, per noi, è rappresentato innanzitutto dalla vicina Italia.

Secondo lei, l'italicità può aggiungere qualcosa alla ticinesità inserendola in un sistema, innanzitutto culturale, più ampio e riconosciuto? Ciò è percepito e percepibile al livello federale svizzero?

A questa domanda sono costretto a rispondere in modo ambivalente. Da parte nostra sentiamo molto l'appartenenza italica. Ogni giorno leggiamo i giornali e guardiamo le tv italiane. In questo modo, la nostra ticinesità cessa di essere il percorso solitario di un cantone isolato inserendosi in una matrice culturale italica. Purtroppo, l'importanza della cultura di origine italiana non è sempre percepita come tale in ambito svizzero. Il Ticino e la lingua italiana, spesso e volentieri, sono visti come realtà minoritarie. Infatti, se il resto della Svizzera badasse di più alle potenzialità del bacino italofono, altre e ben diverse decisioni per quel che concerne l'italiano sarebbero prese a livello federale. Per fare un esempio che appartiene al passato ma che è emblematico, la stessa radiotv svizzera di lingua italiana (Rtsi) è nata "per non lasciare imbastardire la cultura svizzera" per mezzo di "contaminazioni" italiane. Questa forma di difesa e di isolazionismo culturale appartiene per lo più al passato, ma non è stata del tutto superata.

Di recente Coscienza Svizzera ha organizzato un convegno sulla trasversale ferroviaria Alptransit. In un'epoca caratterizzata da una forte mobilità, come quella attuale, l'assetto infrastrutturale contribuisce ad aumentare il valore del territorio nella rete globale. Pensa che il Ticino saprà sfruttare alcuni suoi vantaggi indubbi presentandosi come un nodo di reti, tale da richiamare su di sé attenzione e risorse?

Più che pensarlo, noi tutti lo speriamo. Abbiamo constatato che finora l'interesse per questa grande opera si è limitato a ricadute di tipo economico e finanziario. Forse non è stata ancora avvertita appieno la portata della ricaduta culturale che la realizzazione di Alptransit comporta. L'avvicinamento di Milano e Zurigo al Ticino, che sarà possibile se la nuova linea veloce potrà contare su due "fermate" ticinesi, Lugano e Bellinzona, permetterebbe di promuovere adeguatamente il patrimonio culturale degli storici castelli di Bellinzona, oltre che delle bellezze paesaggistiche di città come Lugano e Locarno. Per quel che concerne le reti in arrivo, il discorso non e stato ancora recepito da tutti. Gli esperti hanno capito che Alptransit di fatto inserisce il Ticino in una rete di comunicazioni a livello europeo oltre che svizzero. Si tratta, ora, di rendere nota questa verità anche a livello mediatico e popolare.

Sito ufficiale: www.coscienzasvizzera.ch

    

La recensione del mese

Joseph Stiglitz, "La globalizzazione che funziona", Einaudi, 2006

L'ultimo libro del Nobel per l'economia Joseph Stiglitz s’intitola "Making Globalization Work" (la cui traduzione in italiano, "La globalizzazione che funziona" è imperfetta, dato che il senso dell'opera e quindi il suo titolo dovrebbero essere in realtà: "Far funzionare la globalizzazione"). Ed è proprio di ciò – far funzionare la globalizzazione – che ci parla l'autore ritenendo che la globalizzazione non sia un destino inevitabile ma un'opportunità per tutti, a debite condizioni, però.

Stiglitz ci avverte che una parte del mondo globalizzato potrebbe anche fare diversi passi indietro rinunciando a interagire e ad aprirsi al contesto globale (cosa già accaduta durante le "piccole globalizzazioni" del passato) se i processi globali saranno ancora affrontati e governati come lo sono stati finora, ovvero, secondo l'autore, in modo poco democratico.

"L'atteggiamento nei confronti della globalizzazione – scrive Stiglitz – è profondamente cambiato negli ultimi dieci anni. In linea di massima, il dibattito non è più 'pro' o 'contro' la globalizzazione. Ci siamo resi conto di quali enormi potenzialità positive siano racchiuse in questo processo: quasi metà del genere umano si sta integrando nell'economia globale. (…) Alcuni ritengono che la globalizzazione sia inevitabile e che la si debba semplicemente accettare così com'è, con tutte le sue pecche. Ma poiché il mondo, per la maggior parte, vive in democrazia, se la globalizzazione non andrà a vantaggio di tutti la gente si ribellerà. Si possono ingannare le persone, sì, ma non all'infinito. Per un po' possono anche credere che si soffre oggi per stare meglio domani, ma dopo un quarto di secolo o anche più, queste storie perdono di credibilità".

Stiglitz ritiene, insomma, che la globalizzazione sia una grande opportunità per l'umanità, ma che finora sia stata governata in modo "geloso" (a proprio vantaggio) da chi deteneva le leve del potere e cioè il mondo industrializzato, le grandi corporations e gli Stati Uniti in particolare.

Oggi, in alcuni consessi di altissimo livello, si va stabilendo un'agenda che ha identificato alcune problematiche che andrebbero affrontate coi fatti e non a parole per consentire uno sviluppo più omogeneo: la diffusione della povertà, gli aiuti internazionali e la cancellazione del debito, l'aspirazione a un commercio equo, i limiti della liberalizzazione economica, la tutela dell'ambiente, un sistema di governo globale.

Stiglitz, noto esponente "liberal" e già consigliere del governo Clinton e chief economist della Banca mondiale, è convinto che i problemi del mondo globalizzato vanno curati risparmiando sugli enormi costi provocati dalla conflittualità sociale limitando d'altro canto la logica dei profitti dei mercati e di una finanza deregolamentata e a corto termine.

Il suo messaggio intrinsecamente glocal è che bisogna superare gli egoismi delle dimensioni locali (nazionali) per valutare le opportunità in un contesto onnicomprensivo. In parole povere, tutti quanti devono cominciare a pensare in modo globale. Naturalmente, "un mondo migliore è possibile" (è il sottotitolo del libro) solo in presenza di tangibili politiche di sviluppo per tutti.

Tuttavia, la profonda convinzione dell'autore che "si può tornare indietro", rinunciando almeno in parte alle connessioni globali, rischia di apparire utopica se non ideologica. Come nel caso dell'industrializzazione dell'Ottocento, la glocalizzazione, più che un processo volontaristico, è il risultato di una profonda trasformazione delle società umane e come tale, se pure non è esente da rallentamenti, si tratta di un processo per certi versi ineluttabile. Certo, riuscire a governarlo in modo adeguato è uno dei problemi à la carte del futuro prossimo

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