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Globus et Locus newsletter n.7 2008

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Editoriale

Apriamo questo numero della newsletter di Globus et Locus con alcune riflessioni che evidenziano l'impatto della glocalizzazione sui fragili equilibri geopolitici, messi in luce dalla crisi tra Russia e Georgia, e sulla dialettica generazionale imposta dalle nuove tecnologie tra "digital natives e immigrants". Segnaliamo inoltre l'intervista al geografo Nigel Thrift rilasciata in occasione del recente seminario del Laboratorio RISC e il prossimo convegno sulla logistica moderna in collaborazione con la Camera di Commercio di Trieste. Infine, la recensione del mese riguarda un classico della letteratura glocal di Ulrich Beck.

Crisi georgiana e ordine inter-nazionale

La crisi internazionale provocata dal violento conflitto tra Russia e Georgia, per quanto rientrata in tempi rapidi grazie all’intervento di mediazione dell’Unione europea, ha scosso profondamente gli osservatori politici e l’opinione pubblica occidentale.

La rottura dell’assetto politico diplomatico in questa parte del Caucaso, determinata dal riconoscimento da parte russa, in violazione della sovranità georgiana dell’indipendenza, delle province secessioniste Abkazia e Ossezia del sud, ha costituito un evento di rilievo emblematico globale. Con questo atto di forza viene infatti inferto un serio vulnus all’ordine stabilito nel sistema dei rapporti fra gli stati sancito dal principio che vieta qualsiasi modifica non concordata dei rispettivi confini. Le considerazioni d’altra parte circa la  precarietà della situazione venutasi a creare nell’area sono evidenti. Il conflitto ha  confermato i limiti di una sistemazione intrinsecamente transitoria, tra parti divise da una rivalità divenuta col passar del tempo inconciliabile, e rivelato la mancanza di realismo a Mosca come a Tibilisi, a Washington come a Bruxelles, nel valutare la carica di antagonismo etnico nazionale caratteristica del conflitto.

A motivare l’apparente irriducibilità della contrapposizione è un intreccio di fattori reso ancora più complesso dall’intervenuta internazionalizzazione del conflitto, che vede interagire in un rapporto di riaperta competizione Russia, Stati Uniti e Unione europea. Si tratta di fattori di natura ideologica, economica e geopolitica, riferiti al sistema di rapporti fra i diversi attori stabilitosi con la fine della guerra fredda nel contesto di un area divenuta di rilievo strategico come il Caucaso. Notiamo in particolare:

Primo: La debolezza della struttura dello stato in Georgia, confrontata storicamente alle tensioni proprie di una società multietnica, caratterizzata dalla presenza sul proprio territorio delle minoranze osseta e abkaza, opposte al governo ufficiale a maggioranza georgiana. Una nazione quest’ultima dotata di una forte consapevolezza della propria identità che l’ha portata, conseguita l’indipendenza all’inizio degli anni novanta, a voler imporre un sistema di potere centralizzato nell’ambito dei confini internazionalmente riconosciuti del paese. Da qui, a seguito di una serie di sanguinosi conflitti con le forze secessioniste sostenute dalla Russia, la nascita in Abkazia e Ossezia del Sud, consolidatisi nel tempo in due mini stati di fatto completamente indipendenti dal controllo delle autorità georgiane.

Secondo. La presenza, tradottasi a seguito dei recenti sviluppi in un coinvolgimento diretto, delle grandi potenze nell’area del Caucaso a sostegno delle parti in conflitto, in un confronto reso particolarmente aspro dall’importanza della posta in gioco. Da un lato la Russia, aspirante al ruolo di grande potenza regionale, favorita da una condizione di prossimità territoriale che le consente un ampio margine di manovra, in particolare come si è visto sul piano militare, schieratasi apertamente a sostegno delle due province secessioniste. Dall’altro gli Stati Uniti, attraverso la Nato, e, con maggiore flessibilità, l’Unione europea, impegnate nella promozione della propria influenza nell’area, in particolare in Georgia, in vista o perlomeno in prospettiva della sua inclusione, in funzione in sostanza  anti russa, nel sistema di alleanza occidentale.

Stabilito che l’atto di forza intrapreso dalla Russia ha portato unilateralmente alla formalizzazione dell’indipendenza di Abkazia e Ossezia del Sud, resta da valutare il suo significato profondo per quanto riguarda l’assetto degli equilibri politici, non solo nel Caucaso. L’aver violato gli accordi relativi all’intangibilità dei confini stabiliti sul continente (Helsinki 1975) introduce, come già avvenuto nel caso del riconoscimento unilaterale dell’indipendenza del Kosovo da parte occidentale, un elemento di incertezza nella regolamentazione dei rapporti fra gli stati europei. Che lo stato nazione indebolito nelle sue prerogative sovrane si trovi, soprattutto nel caso di formazioni di recente origine, a dover gestire rivendicazioni di autonomia quando non di indipendenza, da parte di entità sub nazionali, è fenomeno generalizzato. I problemi a cui da luogo sul piano della conduzione dei rapporti diplomatici, la nascita di formazioni statali di fatto non internazionalmente riconosciute sono ormai all’ordine del giorno. Si conferma a questo proposito il dilemma di natura etico-giuridica oltreché politico fra privilegiare il diritto all’autodeterminazione venendo incontro alle aspirazioni all’indipendenza di una particolare comunità etnica, e l’esigenza del rispetto dell’integrità territoriale dello stato sovrano. Ne consegue l’importanza di un’azione da parte dei dirigenti responsabili nazionali e delle organizzazioni internazionali volta a promuovere, evitando rotture drammatiche, un processo di inevitabile adattamento dell’istituzione statuale alle spinte che provengono dai settori radicati a diversi livelli locali della società. Resta da vedere se questo impegno potrà essere affrontato costruttivamente, avendo presente che un’iniziativa di mediazione fra le istanze di autodeterminazione e le esigenze di stabilità del sistema degli stati richiede ai dirigenti responsabili europei allo stesso tempo coraggio politico e senso di responsabilità. 

di Paolo Calzini, docente di Studi Europei alla Johns Hopkins University

 

La tecnologia glocale

Dalla dialettica generazionale, nuovi paradigmi per capire l’Ict

Ci sono rivoluzioni, in apparenza silenti, come quella riguardante i Digital Natives, che stanno profondamente cambiando stili di vita e di lavoro. 


          

Gli americani lo hanno capito da tempo e tengono sotto stretta osservazione i cosiddetti Digital Natives(i giovani under28, nati con la moderna informatica e che utilizzano sin da piccoli cellulari, macchine fotografiche digitali, lettori Mp3 e computer) il cui ingresso nel mondo del lavoro sta trasformando stili e abitudini professionali, facendo della collaborazione (tipica dei mondi virtuali e di molte applicazioni web) un tratto dominante dell’impresa e della società presente.

Sono proprio i Digital Natives a incarnare un nuovo paradigma di vita. Per loro l’Ict (l’Information and Communication Technology) è sempre più commodity; la si usa, senza necessariamente chiedersi come funziona e perché; semplicemente c’è, è uno strumento comodo, affidabile, pervasivo. I Digital Natives hanno istanze glocali; vivono le relazioni nel proprio ambito di vita ma sono al tempo stesso connessi col mondo, con le comunità in cui si riconoscono, legati da costumi e abitudini di vita piuttosto che da appartenenze etniche o sociali. E’ probabile che lo scenario “comunitario” che va delineandosi sia destinato ad avere un forte impatto tanto sugli stili di vita che sugli stili di lavoro.
Sarà proprio l’età dei protagonisti a fare la differenza nel prossimo futuro. Se per un giovanissimo ogni novità è motivo di entusiasmo, per un trentacinquenne la novità è prima di tutto una nuova opportunità, mentre per gli over 35 le trasformazioni sono più spesso l’ennesimo problema da affrontare. Avanza l’età e si riduce la disponibilità, innata, al cambiamento in  un mondo fluido, in cui il mutamento (per lo più repentino) è un tipico tratto della quotidianità. Coesistono così diverse fasce d’età con differenti attitudini all’uso della tecnologia; oltre ai Digital Natives ci sono i Digital Immigrants, coloro (per lo più over 40) che hanno imparato a usare gli strumenti moderni in età matura. Due generazioni diverse, con esigenze e modalità d’uso specifiche a cui si aggiunge oggi la “Generation V” (così definita da Gartner al Symposium It di Barcellona, lo scorso maggio), la generazione virtuale per cui non esiste una precisa collocazione socio-demografica, caratterizzata piuttosto dalla spiccata preferenza accordata ai media digitali e a un’intensa vita sociale tutta condotta nell’ambito delle comunità virtuali. Per gli individui della “Generation V” il senso di appartenenza alla Community scelta è intenso e la comunicazione è soprattutto “conversazione”. La tecnologia è al tempo stesso lo spazio e il mezzo con cui comunicare, in un’inedita rilettura del celebre paradigma di Marshall McLuhan.
L’orizzonte che si dischiude è dunque un orizzonte di socializzazione dell’It; socializzare relazioni e contenuti richiede strumenti sempre più economici e sempre più facili da usare, un’infrastruttura delle comunicazioni davvero pervasiva e affidabile e contenuti nuovi, prodotti rapidamente. Accanto alle trasformazioni demografiche in atto, la “socialization” dell’It potrebbe trasformare il tradizionale equilibrio delle forze tra imprese, fornitori di tecnologia, consumatori. Il risultato potrebbe essere ciò che gli analisti chiamano “la guerra civile dell’It”, uno scontro intestino tra rigide organizzazioni It e crescente libertà dell’individuo che introduce nei confini e nell’infrastruttura organizzativa le proprie abitudini. Resta l’incognita del rapporto generazionale, della dialettica tra Digital Natives e Digital Immigrants, misurata sulla capacità di vivere la tecnologia come strumento di conoscenza e di innovazione. 
Da strumento a dimensione vitale, l’Information and Communication Technology sta così rivoluzionando il tradizionale approccio lineare della conoscenza, dando voce e spazio all’approccio a rete, in cui i nodi sono attivati progressivamente in funzione dei cambiamenti del contesto e della condivisione di un progetto comune.

di Chiara Battistoni

 

Intervista a Nigel Thrift

Intervista realizzata da Stefania Battistini il 18 settembre 2008

In occasione del seminario del RISC "Come reinventare le politiche urbane. Dal territorio alle funzioni", abbiamo intervistato Nigel Thrift, geografo, Vice-Canchellor dell'Università di Warwick e autore del noto saggio "Città. Ripensare la dimensione urbana", Il Mulino, 2005.

Professor Thrift, quali sono le politiche urbane più adatte, secondo la sua teoria, a rispondere ai mutamenti che sconvolgono i tradizionali paradigmi di spazio e di tempo?
Innanzitutto è bene tenere presente quanto il concetto di città si stia modificando. Entro il 2050 due terzi della popolazione vivrà in un contesto urbano. I nuovi spazi che si creano sono continuamente attraversati da flussi di vario tipo – umano, finanziario, tecnologico -, che richiedono sempre più di essere gestiti. La mobilità sta aumentando vertiginosamente e questo fa venir meno il concetto di “confine” in senso tradizionale. Per questa ragione è indispensabile creare un nuovo vocabolario che definisca esattamente le mutazioni in atto.

In vista di Expo 2015, quali sono gli elementi che Milano, intesa come glocal city, dovrebbe sviluppare?
Per qualsiasi città è fondamentale la mobilità dei talenti a livello mondiale. Oggi il concetto di manodopera e di lavoro sono molto cambiati: la creatività e l’innovazione sono diventati fattori indispensabili e aumenta la valorizzazione del talento. Solo le città – e all’interno di queste, le aziende - che saranno in grado di attirare questi cervelli riusciranno a vincere. Dovranno farlo sviluppando luoghi dove i talenti possano incontrasi e scambiarsi idee in grado di aprire nuove prospettive: cafè, bar, posti aperti ventiquattrore ore. Dovranno essere un acceleratore di innovazione favorendo l’interconnessione tra le persone che vivono nello stesso luogo. Bisognerebbe trasformare la città in un vero e proprio hub, in cui i cervelli lasciano le tracce della propria conoscenza. Non è un caso che i piani urbani di successo siano intrisi di elementi come talento, creatività e innovazione. 


            

      

Qual è il ruolo delle Università e dei centri di ricerca?
La formazione è nodale: in Gran Bretagna si mettono in atto politiche in grado di intercettare i talenti sin dalla giovane età per svilupparne le abilità al massimo. È questa la vera economia della conoscenza. Se nel Diciannovesimo secolo il motore dell’economia era la ferrovia e nel Ventesimo l’automobile, oggi, nel terzo millennio, il fulcro propulsore dovrà essere l’Università. Tutte le città britanniche stanno cercando di creare quartieri culturali o cluster di creatività e conoscenza. Da qualche tempo Birmingham e Coventry hanno messo in atto politiche per diventare comunità scientifiche di punta, denotandosi come città delle scienze. I collegamenti principali di queste città sono l’università e le aziende che producono ricerca fondamentale e applicata. Per qualsiasi Paese è vitale investire su entrambe. È la linea che del governo britannico e anche di quello cinese; gli Usa investono già il 2,6% del Pil in ricerca fondamentale e anche il Medio-Oriente si sta muovendo in questa direzione. E in questo contesto la ricerca di base si svolgerà sempre più nelle Università.

Quali sono le politiche urbane più adatte per fare da acceleratore a questi processi?
I programmi di azione sono fondamentali, ma è sempre difficile dire a priori quali siano gli elementi che determinano il successo di una città. Di certo sono basilari l’alto tasso di tecnologia, la presenza di piccole e medie imprese, di lavoratori autonomi e di una forza lavoro dotata di educazione superiore.

Come risolvere il gap che si è creato tra istituzioni radicate sul territorio – e legate per loro natura a vincoli politici e amministrativi -, ma che devono governare processi transterritoriali, che valicano i confini regionali e nazionali?
Ci stiamo gradualmente evolvendo verso istituzioni che hanno la capacità di adattarsi a questi flussi. Lo Stato moderno non si limita a osservare i luoghi, ma guarda con attenzione anche ai flussi che li attraversano, determinando dinamiche che superano decisamente i confini tradizionali. È un processo lento ma inesorabile.

Quale potrebbe essere una nuova definizione di “confine”? Com’è possibile governare spazi sempre più attraversati da flussi?
In questo nuovo mondo i confini non saranno più lungo le linee ma attraverso. Oggi tutto nel mondo è basato sulla capacità di accedere alle cose. Ci sono naturalmente diversi gradi di abilità nelle persone: la mobilità dipende dalla competenza e, per le persone molto mobili, i confini diminuiscono.
 

Convegno Trieste

Si terrà il 3 ottobre p.v. il convegno “Trieste, dalla tradizione mercuriale a nodo di logistica moderna” promosso dalla Camera di Commercio di Trieste, in collaborazione con Globus et Locus.

Tra i grandi nodi relazionali dell’Italia del Nord, Trieste si distingue per essere un nodo importante per i servizi logistici, portuali e assicurativi. Le teorie di Richard Florida sulle politiche che le città possono mettere in campo per attirare le migliori intelligenze e gli spiriti imprenditoriali più dinamici individuano in alcune caratteristiche proprie della città giuliana (tolleranza, concentrazione di sedi di ricerca e innovazione,
multietnicità) i requisiti necessari per esercitare potere d’attrazione sui talenti.
Il settore marittimo-portuale, e il più vasto campo della logistica, richiedono risorse di know how, di esperienza e di capacità di apprendimento; queste, a propria volta, devono trovare un habitat adeguato e delle istituzioni dove potersi sviluppare. A tal fine, bisognerà riscoprire l’antica tradizione mercuriale di Trieste, combinata con la capacità di assorbire e metabolizzare quanto di nuovo avviene nel mercato, in particolare nei paesi dell’est.
Il 2008 sarà l’anno in cui i volumi di merce trasportati lungo la trade lane Far East-Europa (secondo un recente studio di Lloyd’s Shipping Economist) saranno superiori a quelli trasportati sulla rotta transpacifica, e il merito di questo primato va soprattutto all’esplosione dei traffici nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. I porti di Trieste e
Capodistria – pur essendo ai margini di quest’area – segnano tassi di crescita a due cifre.
Come attrezzarsi allora a questa nuova epoca degli scambi? Quali conoscenze, quali sistemi di relazione, quali sinergie costruire sul piano dello sviluppo delle potenzialità, cioè sul piano della formazione e della ricerca?
Partendo dalle iniziative già messe in campo dalla Camera di Commercio di Trieste nella formazione a questi temi e dal lavoro di sensibilizzazione di Globus et Locus delle
classi dirigenti del Nord-Italia alle nuove sfide che il glocalismo introduce, il workshop si propone di costruire una strategia di attrazione e di sviluppo delle potenzialità logistiche della città, che possa articolarsi in maniera complessa su più fronti,
confrontandosi con altri centri, quali l’Università Bocconi che ha stretti legami con il business di diverse Regioni italiane. L’incontro sarà anche l’occasione per discutere del ruolo di Trieste nei futuri scenari logistici e infrastrutturali del Nord-Italia.

Programma del Convegno "Trieste, dalla tradizione mercuriale alla logistica moderna"- 3 ottobre 2008

La recensione del mese

 Ulrich Beck. Costruire la propria vita. Quanto costa la realizzazione di sé nella società del rischio, 1997, 2008 Il Mulino

Nel leggere libri, come questo di Ulrich Beck, che affrontano il tema dell’identità individuale, che in generale e in particolare riguarda ogni essere umano nel suo agire e pensare quotidianamente, spesso anche l’occhio più esperto e consapevole dello studioso può confondersi con il proprio vissuto, facendo venir meno il giusto distacco. Tuttavia le riflessioni di Beck appaiono come sempre lucide e in grado di aiutare riflessivamente il lettore nella disamina dei comportamenti degli individui nelle società occidentali contemporanee, e allo stesso tempo di farle proprie, di accostarle al proprio essere. Il libro pubblicato dieci anni fa in lingua tedesca e di recente pubblicato nell’edizione italiana, è comunque un lavoro attualissimo e questo rende ancor più merito all’autore.
 
Teorizzatore del concetto di società del rischio, Beck sostiene che oggi, nelle società occidentali, costruire riflessivamente una propria identità individuale è diventato un imperativo categorico. Lo stato nazionale ha nel corso del tempo abdicato alla sua funzione di welfare state, lasciando all’individuo l’obbligo e la responsabilità di decidere cosa fare della propria vita. L’individuo si è illuso che la più grande conquista che potesse raggiungere, quella per la sua libertà, fosse la migliore di tutte le condizioni possibili. Tuttavia non si è fatto i conti con la fatica, il crescente senso di smarrimento, le paure e le angosce che accompagnano il percorso, tanto che all’orizzonte appaiono “nostalgie per l’assoluto” (George Steiner). Le grandi certezze della vita e delle morte (credenza sull’aldilà, la famiglia, le ideologie politiche) sono via via divenute macerie sulle quali si è innalzato il nuovo individualismo, la cui biografia diviene un work in progress all'interno del quale le relazioni sociali sono sempre rapporti just in time, legati quindi alla contingenza e agli obiettivi – sia professionali che sentimentali - che il singolo si prefissa. “La socializzazione – scrive il sociologo tedesco – ormai è ancora possibile solo come autosocializzazione. L’individualismo, che procede dall’interno verso l’esterno ha soppiantato l’ autorità paterna e quella materna, o è subentrato al posto dei governanti, degli insegnanti, dei poliziotti e dei politici”
Quello che emerge chiaramente è un insieme di paradossi che configurano continuamente la realtà, la cosiddetta società degli individui. Proprio nel momento in cui l’individuo sembra assurgere a mito incontrastato alcune crepe si insinuano nel suo essere, tanto da apparire più fragile che mai. C’è chi crede che oggi la vera unica ideologia di cui si possa parlare e scrivere sia quella della paura: dello straniero, del vicino ma anche di noi stessi. Paura che plasma un futuro così indefinito tanto da pensare di vivere “giorno per giorno”.
Beck allora ci presenta questo individuo post-moderno sotto molti punti di vista. Già nel primo capitolo offre un panorama di quello che verrà approfondito successivamente, attraverso una indicazione di quindici tesi per cercare di definire cosa significhi costruire la propria vita. I capitoli successivi si muovono attorno a queste tesi, addentrandosi in vari altri argomenti, proprio con l’intenzione di suffragare gli spunti del primo capitolo. Beck quindi scrive di globalizzazione e conseguenze sull’individuo, su nuove povertà e ricchezze, su matrimoni e relazioni sentimentali, su emancipazione femminile e giovani, su educazione e formazione, su valori morali e morte.
Insomma, Beck ci offre un vademecum del nuovo essere umano nel quale prevale la sua difficoltà esistenziale, ma l’unica onerosa speranza è che con tutto ciò “il confronto quotidiano con l’insicurezza va inteso come un’opportunità”. Ma anche qui qualcuno riuscirà a cogliere le opportunità e qualcuno purtroppo no.

Recensione a cura di Riccardo Giumelli 

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