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Globus et Locus newsletter n.7/8 2010

Milano, nodo di un grande network glocale


A 5 anni dalla ricerca "Milano, nodo della rete globale"(Bruno Mondadori, 2005), realizzata e promossa dalla Camera di Commercio di Milano e Globus et Locus, il tema delle trasformazioni in atto nel sistema metropolitano del Nord Italia, e in particolare di Milano, conferma la sua rilevanza ed è al centro di diversi dibattiti a livello istituzionale e dei media.

La domanda da porsi, oggi, è che cosa è cambiato da allora e quali altre evoluzioni sono auspicabili. Di questo tema, a 5 anni dalla pubblicazione del libro, Piero Bassetti, ha discusso con Giulio Sapelli, in vista della preparazione di un dossier di approfondimento su Milano glocal city, per la rivista Dialoghi Internazionali.

Nella ricerca, si era posto il tema del ruolo di Milano e della necessità di promuovere, con un primo lavoro di riflessione collettiva di alto profilo, nuovi modi e nuove formule per raccontare adeguatamente la città ed anche, sul piano della prassi, per rendere disponibili al sistema delle istituzioni e ai decisori un quadro analitico e progettuale aggiornato al nuovo scenario globale e glocale.
La sostanza del libro era: Milano è un plesso di un sistema di reti a lunghezza variabile, ognuna con una propria valenza, ma comunque reti con una polarità aggregante. Per una nuova organizzazione delle potenzialità e degli interessi della città e per una sua migliore “governance”, si auspicava una produzione di elaborazioni progettuali finalizzate a cementare la sua identità e la consapevolezza collettiva dei suoi attori e decisori. Se l’intuizione di partenza del libro, che allora aveva raccolto unanimi consensi, si è rivelata giusta, va detto che oggi non si è ancora compiuta una vera opera di sensibilizzazione della classe dirigente della città, affinché si faccia carico delle dinamiche nel libro evidenziate.

Dallo scambio di battute fra Piero Bassetti e Giulio Sapelli, Docente di Storia economica all'Università degli Studi di Milano, sono emersi diversi spunti utili per lo sviluppo di una discussione.

Bassetti: Milano oggi dimostra di non aver perso in vitalità, ma di essersi morfologicamente rivelata ancora troppo poco sensibile a qualsiasi ipotesi deducibile dalle riflessioni allora proposte. Dove nella città c’è stata crescita, ma sempre in modo non del tutto strutturato, “intuitivo”, è nelle correlazioni che definiscono l’identità di questo nodo globale. Lo dimostrano iniziative importanti quali il Forum Economico del Mediterraneo e la stessa Expo 2015. Proposte efficaci, che andrebbero inserite in un disegno complessivo, che colga pienamente il valore di Milano quale nodo di grandi reti globali, ma anche di reti di dimensioni medie, regionali e, nel welfare, addirittura di reti comunali. Bisogna pensare ai comuni come a mondi misti. La Grande Londra, network di piccoli comuni, ad esempio, ha dato vita a un meccanismo che funziona, dove i rapporti sono “glocal”, cioè organici e non additivi. Ricordiamoci che nel mondo glocal, “tutto il globale è in ogni glocale e tutti i locali sono nel globale.

Sapelli: Un mondo di comuni, insomma, non di regioni e province, uniti in rete. Una metafora calzante è quella della comunicazione intracellulare: tutte le cellule comunicano tra loro e ogni cellula vive grazie allo scambio di informazioni. Se pensiamo al tipo di government politico, a mio avviso difficilmente si potrà proporre un modello di tipo territoriale, ma piuttosto uno basato sull’autonomia funzionale. Altrimenti è difficile definire cosa e come governare.

B.: Vero. Una conseguenza di questo discorso, di cui non si riconosce ancora appieno l’importanza, è anche la trasformazione della statualità nella sua essenza. Noi siamo abituati al monopolio statale della sovranità, legata al territorio, mentre le reti sono organizzate con la logica della funzionalità. Questa è una sfida politologica enorme, alla quale siamo tutti chiamati a rispondere. Per parte nostra, da anni sosteniamo il ruolo di un’istituzione moderna come la Camera di Commercio, perché, data la sua natura di espressione degli interessi organizzati nella istituzione impresa piccola e media, di sede legittimata di elaborazione e confronto di progettualità e di co-attore delle politiche del territorio, concilia un presidio del territorio con reti di lunghezza varia.

S.: Ma dove si colloca oggi il tema del “territorio”? E la nuova statualità?

B.: La convinzione che oggi si riafferma, e forse con ancor più determinazione di 5 anni fa, è che non è più possibile pensare di agire in un’ottica “territoriale”, perché la società moderna e glocale esalta le funzioni e non è più il primato del territorio a determinare l’organizzazione funzionale, bensì la logica sistemica. Questo è un tema che le otto regioni del Nord che amministrano insieme la “Padania”, in questo contesto reticolare di cui Milano è un cromosoma, devono avere ben presente. Se pensiamo alla Regione Lombardia, per esempio, è importante che essa sia in grado di collocarsi non solo in un sistema che va da Trieste a Torino, ma in uno più ampio, che va dalla Baviera a Trieste e Torino. Per questo, quando diciamo che Milano è un “gateway” dobbiamo assumere fino in fondo questo dato. Se è un gateway, significa che per sua essenza è un punto di passaggio. La logistica lo conferma, non ci sono più le stazioni di testa, ma solo quelle di passaggio. Dal punto di vista politico, si tratta di una grande sfida, ma lo è anche per la cultura. Non è forse un caso che a cogliere prima di altri le evoluzioni in atto siano stati studiosi come Castells e la Sassen.

S.: Forse il segreto di Milano sta nel suo “vitalismo spontaneo”, che ha permesso fino a oggi alla città di andare avanti. Milano non è mai riuscita a diventare Stato, neanche nel periodo visconteo, quando aveva le condizioni per diventarlo, basti pensare alla sua posizione geografica: è la Terra di Mezzo, eppure è una città che non domina il “contado” perché ne è priva.

B.: Posizione geografica e vitalismo travolgono qualsiasi tentativo di egemonia. È un aspetto su cui riflettere. In pratica, il primato del denaro al posto del primato della politica. Il rischio di Milano è che nell’epoca del mondo glocale, dominato dalla tecno-scienza, il denaro non rappresenti più il potere e al suo posto lo faccia l’innovazione.

Per approfondimenti: Giulio Sapelli, "Milano è già nel futuro globalizzato. Ma ha perso la coesione sociale", Corriere della Sera, 22 maggio 2010.


Network Milano


Nell’ambito delle iniziative progettuali e di ricerca sviluppatesi a partire da Milano, nodo della Rete Globale, segnaliamo la recente pubblicazione, per Bruno Mondadori, della ricerca multidisciplinare “Network Milano. Morfologia dei flussi logistici internazionali”, a cura di Fabrizio Dallari e Sergio Curi, con prefazione di Carlo Sangalli e introduzione di Piero Bassetti e Paolo Perulli.

Il lavoro di ricerca, promosso da Globus et Locus e Camera di Commercio di Milano, ha reso possibile la realizzazione di un’indagine che per la prima volta studia il valore su scala mondiale di una “regione logistica” molto importante, la cui estensione va ben oltre i confini della città, comprendendo il territorio tra Novara, Piacenza, Bergamo e il confine svizzero. Lo studio dei flussi logistici evidenzia così il ruolo di Milano come nodo centrale di un network in grado di competere con i grandi sistemi logistici europei.
Il volume è stato presentato il 28 giugno a un pubblico di interlocutori selezionati del settore logistico in occasione dell’Assemblea generale di Fedespedi. Per l’autunno si prevedono altri momenti di presentazione del lavoro.


La Summer Academy di Altreitalie


Dal 5 al 9 luglio si è tenuta a Torino la seconda edizione della Summer Academy del Centro Altreitalie, quest’anno dedicata al tema "Migrazioni italiane nella glocalizzazione".

L’incontro si è confermato un’occasione importante per sviluppare con interlocutori del mondo accademico e giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo, lo studio del fenomeno dell’emigrazione italiana, inquadrandolo all’interno del concetto di “glocal”. Lo ha ricordato la Dott.ssa Maddalena Tirabassi, direttrice del Centro, nel suo intervento di apertura: l’interazione tra locale e globale prospetta nuovi approcci metodologici che si adattano bene ad approfondire questioni identitarie dei soggetti migranti e dei loro figli e discendenti, così come delle loro comunità.
In particolare, la seconda giornata dei lavori è stata dedicata all’italicità e all’identità glocal. Nel suo intervento di apertura, Piero Bassetti, presidente di Globus et Locus, ha stimolato a una riflessione sulla necessità di ridefinire i termini entro i quali avvengono i processi di identificazione identitaria oggi, partendo dalla considerazione che, nel passaggio da un mondo inter-nazionale a uno glocal, al fenomeno delle migrazioni si è sostituito quello delle nuove mobilità, e di conseguenza si è profondamente modificata anche l’idea di cittadinanza e di appartenenza.

Sono poi intervenuti lo storico orientalista Giuseppe Cossuto, il quale ha inserito il concetto di italicità in una prospettiva storica, parlando delle colonie e degli insediamenti in Europa orientale e sul Mar Nero, caratterizzate dalla presenza di commercianti e intellettuali provenienti dalla penisola, e Riccardo Giumelli, che ha ripreso il tema della ridefinizione dell’identità da un punto di vista sociologico. Remigio Ratti, docente dell’Università di Lugano e dell’Université de Fribourg ha proposto un tentativo di applicazione dell’italicità alla Svizzera, la cui storia, più spesso legata a vie di integrazione funzionale e reticolare che non istituzionale, la rende di fatto un laboratorio di glocalismo.

Dopo di lui hanno preso la parola due giovani ricercatrici, Francesca Romana Seganti, della John Cabot University di Roma, che ha parlato della coscienza diasporica italiana emergente dalla Rete e del caso di Italianialondra.com, uno dei primi portali degli italiani a Londra, e Maria Elena Frascaroli, la quale ha fatto una relazione sulla sua tesi di dottorato, con un intervento dal titolo “La relazione interlocale in progetti di sviluppo sostenibile: il gemellaggio tra comuni modenesi e cileni”. Un esempio di compenetrazione riuscita di global e local grazie alla cooperazione interlocale, alla dimensione dell’autosostenibilità e alla partecipazione di tutti gli attori del territorio, senza tralasciare l’interessante aspetto costituito dalla unione di tre identità (cilena, indigena-mapuche e “pavullese”).
Il concetto di glocal si è prestato a definire anche molto bene gli spazi nei quali si muovono gli italici negli Stati Uniti, come è risultato dall’intervento di Dominic Candeloro che ha presentato il documentario/libro Italians in Chicago.


Sentirsi italici: un percorso stimolante ma complicato


In seguito agli interventi, è sorto un fertile dibattito sul tema dell’italicità e alcuni dei partecipanti hanno fatto interessanti commenti e domande su come percepiscono questo concetto per loro nuovo.

Se ne sintetizzano qui di seguito alcuni:

Laura Capuzzo
L’”italicità” è un fenomeno che, pur toccando l’aspetto politico ed economico, interessa prevalentemente il piano culturale e sociale e che, per affermarsi, ha bisogno di un forte punto di riferimento. Questo può essere dato dalla lingua, intesa come espressione di una civiltà, veicolo di una cultura e mezzo di comunicazione vivo, capace di superare i confini (anche mentali) e di aprirsi alle contaminazioni. La lingua quale fattore di aggregazione degli italici, nel mondo globale. Attorno ad essa e all’italicità diventa indispensabile riunire le diverse categorie professionali, a cominciare dal mondo accademico e dai comunicatori, con i quali iniziare un percorso che potrebbe portare a una più precisa definizione di italicità. Senza dimenticare le giovani generazioni, gli studenti, da coinvolgere con iniziative mirate, tendenti in particolare a coltivare un sentimento di appartenenza oggi sempre più appannato. L’italicità ha tutti i numeri per porsi come valida alternativa al modello anglosassone imperante, al pari dell’hispanidad e della francofonia.

Luca Fanelli
Cosa si intende per”identità” italica? Secondo me non esistono identità tradizionali, le identità sono sempre multiple e create in relazione con l’altro. Nel momento in cui si parla di italicità, vorrei capire meglio perché è importante l’affermazione di questa comunità glocale nel mondo. Inoltre ho un dubbio: questa categoria, che per un verso include “più degli italiani”, per l’altro non finisce per escludere parte degli italiani stessi, dato che si collega al concetto di nuove mobilità e non tutti gli italici sono dei “mobili”?

Rodrigo Mariani
L’italicità è uno degli argomenti che ha suscitato fortemente il mio interesse alla Summer Accademy e da allora sto cominciando a chiedermi se quelli che io percepisco come italo-argentini (figli e nipoti di italiani migranti) non siano in realtà italici. Cosa sono gli italo-qualcos’altro (italo-argentini, italo-cileni, italo-statounitensi, ecc.)? Essere italici significa comprendere anche le altre identità o escluderle? Comincio a pormi molte domande e da questo dubbio stiamo partendo, nella scuola di lingua del nostro centro culturale, per fare una sorta di ricerca (umile e senza grosse pretese accademiche) tra i nostri studenti per tentare di capire cos’è che collega loro a una possibile identità italiana. 

Francesca Romana Seganti
Ogni definizione dell'identità italica rischia di essere troppo selettiva e riduttiva: si colgono certi fenomeni e se ne perdono altri che potrebbero essere molto interessanti. Ciò che si potrebbe perdere è l'apertura all'alterità che con l'identità s'intreccia e che dell'identità è sia un ingrediente indispensabile sia un prodotto. Io credo quindi che per cogliere i vari aspetti in cui l'identità italica si declina sia necessario analizzare i contesti specifici tendendo conto del background sociale e culturale che va interpretato, perché viene continuamente ricostruito e reinventato. Di conseguenza, è difficile capire quali potrebbero essere le forme di aggregazione degli Italici nel mondo globale. Questa domanda credo vada posta agli Italici stessi.

Intervento di Piero Bassetti
 

La formazione secondo Aseri


Un approccio strutturato, che integra l'iter teorico-scientifico con competenze specialistiche mirate. Ecco la formula dei master Aseri.

L’Alta Scuola in Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, propone, per l’Anno Accademico 2010/2011, i Master in International Relations, in International Cooperation and Development-entrambi in inglese - e in Economia e Politiche internazionali.
 
I master rappresentano un'opportunità formativa per neolaureati e giovani professionisti che desiderano approfondire le proprie competenze negli ambiti di loro interesse. L'obiettivo è quello di fornire ai partecipanti le competenze teoriche e gli skills manageriali utili per sviluppare una carriera in diversi contesti: dalle organizzazioni internazionali, alle strutture che operano nell’ambito del Terzo Settore, ivi comprese le ONG e gli enti pubblici, al contesto aziendale o istituzionale. 

Per maggiori informazioni sui contenuti, le modalità e i termini di iscrizione si allegano i programmi dei master.

Master in International Relations

Master in International Cooperation and Development

Master in Economia e Politiche internazionali
 

La recensione del mese
 

Alessandra Di Martino "Il territorio: dallo Stato-nazione alla globalizzazione. Sfide e prospettive dello Stato costituzionale aperto", Milano, Giuffrè, 2010

La ponderosa ricerca di Alessandra Di Martino, sviluppata nell’arco degli anni duemila e ora pubblicata da Giuffrè con il contributo dell’Università di Siena, fornisce a chi sia uso riflettere sulla glocalizzazione un ricco e aggiornato serbatoio di concetti giuridici, che l’autrice intreccia metodologicamente a una prospettiva storica di lungo periodo.
Nel ripercorrere le tipologie assunte dalla forma di Stato (ordinamento feudale, Stato assoluto e liberale, Stato democratico e pluralista), si esaminano le sfide del presente scegliendo un punto di osservazione - un movente - di stringente attualità: le trasformazioni attraversate dall’elemento territoriale. «Se il costituzionalismo trova il suo terreno di elezione all’interno dello Stato moderno, e quindi in un contesto che presuppone la sovranità territoriale, esso oggi non può non cimentarsi con i forti contraccolpi avvertiti da quest’ultima, specie alla luce dei processi di globalizzazione (o meglio, come efficacemente si è suggerito, di glocalizzazione)».
La messa in discussione della statualità e della sovranità territoriale – è una delle premesse – traspare nitidamente dall’importante tappa del processo di costituzionalizzazione dell’Unione europea rappresentato dal Trattato di Amsterdam, e in particolare dalla contestuale istituzione dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia (la cui centralità è assunta nel Trattato costituzionale approvato dalla Convenzione e poi dal Trattato di Lisbona). Il processo di integrazione europea – spiega l’autrice – ha incrinato il rapporto biunivoco tra Stato e diritto, emblema della sovranità statale. Concentrandosi sullo spazio, il richiamo è alla «trappola territoriale» (Agnew-Corbridge, 1995), ovvero l’impasse cognitiva in cui incorre chi assuma la sovranità dello Stato e la sua polarità interno/esterno come assioma universale; una sorta di path dependency poggiante, nota la Di Martino, sul debole convincimento che «i costi e le ricadute connesse all’elaborazione di un modello concettuale alternativo sono ancora troppo elevati».
La relativizzazione del territorio dello Stato come categoria dogmatica e il profilarsi di una «costellazione post-nazionale»passano – nella seconda parte del volume – al vaglio degli studi sulla glocalizzazione, concetto che porta allo scoperto «le interazioni e le tensioni tra spazi diversi e i rispettivi livelli di governo», ponendo l’accento sul rapporto tra spazi globali e realtà locali concrete.
Peraltro, non sfuggono all’analisi due altri elementi ricorrenti nel discorso glocal. Il primo èla riconsiderazione della sovranità che scaturisce dalla prospettiva funzionalistica, che nella riflessione giuridica ruota intorno al fulcro del mercato [p.426]: la sovranità come «fascio di competenze» da collocarsi tra vari livelli di governo (nazionale, sovranazionale, internazionale, locale)e pertanto tendenzialmente svincolata dai riferimenti territoriali [p. 306]. Ma le tesi funzionalistiche, intese in questa accezione, hanno ceduto il passo alla valorizzazione dell’assetto federalistico dell’Unione e della sua struttura multilivello (da cui il «costituzionalismo multilivello»). Da ciò consegue, però, che «il pensiero federale dà risalto al profilo territoriale, di modo che, anche se aperta all’allargamento, l’Unione europea si contraddistingue per essere un Verband a carattere territoriale e non funzionale».  
Il secondo elemento che rimanda al discorso glocal coincide con la metafora spaziale della rete,accostata all’inadeguatezza del solo Stato centrale a gestire i copiosi flussi informativi generati da società iper-frammentate.
Lo Stato costituzionale aperto e cooperativo, sostiene l’autrice, è dunque posto dinnanzi a molteplici sfide. L’esigenza di un recupero del «limite come principio istituzionale» ai fini dell’esercizio della sovranità popolare e dell’integrazione nella cittadinanza anche di cittadini stranieri  (cioè un recupero della territorialità) non può più tradursi nell’isolamento della dimensione nazionale: «relativizzata la sovranità territoriale, i concetti giuridici non convergono più come un fascio nel quadro dello Stato-nazione, rinviando invece ad orizzonti spaziali diversificati».
Ecco dunque affacciarsi- ai fini del contemperamento tra universalismo dei diritti e particolarismo della comunità politica democratica - ilprincipio di sussidiarietà, riallacciato (nella tradizione costituzionalistica tedesca) al principio federativo. La sussidiarietà è concetto sufficientemente astratto e flessibile da poter operare sia in senso ascendente sia discendente, ma soprattutto mantiene tratti comuni dei singoli diritti nazionali, quali la presunzione di competenza per il livello di governo più vicino ai cittadini e il fine – che da questa discende – di realizzare «istanze di socializzazione dei poteri pubblici e di democratizzazione della comunità politica». L’autrice quindi riconosce al costituzionalismo multilivello il merito «di aver prospettato una costituzione della pluralità» al di là della dogmatica statualistica, per mezzo dei concetti di sussidiarietà e della cooperazione tra giurisdizioni.
Partendo dalla specificità disciplinare del diritto costituzionale, intrecciata in modo non episodico all’indagine storica, il lavoro di Alessandra Di Martino fornisce insomma alla comunità intellettuale interessata ai temi del glocalismo uno strumento per vasti approfondimenti, anche in virtù di un apparato bibliografico a largo spettro, non rinchiuso in recinti o partizioni troppo anguste.    

Recensione a cura di Francesco Samorè
 

Letture per l'estate


Alla vigilia della pausa estiva, segnaliamo alcuni libri per chi è alla ricerca di spunti e riflessioni interessanti.
 

Silvana Patriarca, L’Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Laterza, 2010

Il carattere nazionale è stato un elemento centrale delle riflessioni di una parte importante del mondo intellettuale e politico dal Risorgimento alla Repubblica. Nel corso del tempo, le analisi dell'italianità hanno contribuito a richiamare l'attenzione sulla vita pubblica e la qualità della cittadinanza, ma sono anche servite da alibi per nascondere responsabilità precise, di soggetti diversi. Può esserci davvero una speranza di cambiamento se il carattere di un popolo si percepisce in questo modo e se il passato ha lasciato su di esso un'impronta quasi 'genetica' ? La tesi di Silvana Patriarca è che la creazione di una società più inclusiva e più aperta sarà possibile solo dopo una riconsiderazione critica di vecchi miti nazionali e abitudini discorsive.
 

Riccardo Giumelli, Lo Sguardo Italico, Liguori editore, 2010

Lo Sguardo Italico affronta il tema dell’identità italiana con un approccio nuovo, al di fuori delle tesi tradizionali, e talvolta denigratorie, sugli italiani e degli italiani stessi. Non si tratta tuttavia di una visione ottimistica di maniera, ma di una riflessione che parte da l’air du temps: la globalizzazione, il glocalismo e la costruzione della nuova Europa. In tempi di globalizzazione e cosmopolitismo, saranno le civiltà, intese come unioni di stili di vita, appartenenze a culture, modi di vedere e di concepire il mondo, a ridefinire i processi di trasformazione umani.
 

Carlo Petrini, Terra Madre, Slow Food Editore, novembre 2009

In questo libro, Carlo Petrini, Presidente di Slow Food, indaga sulle ragioni dell’attuale crisi mondiale e richiama l’attenzione sull’alimentazione, proponendo un’alleanza fra chi produce il cibo e chi ne fa uso. Terra Madre si configura dunque, oltre che come libro, come un nuovo progetto finalizzato a stimolare la nascita di un rapporto positivo e vitale fra la Terra e coloro che la abitano. Le comunità del cibo possono contribuire a realizzare questa aspirazione, trasformando l’atto del consumo in una scelta innovatrice, grazie alla quale il consumatore si prodiga per un sistema in cui ogni comunità locale ha diritto alla propria sovranità alimentare. 
 

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29 aprile 2011

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