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Globus et Locus newsletter n.4 2008

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Expo 2015 e Nord Ovest

La questione settentrionale è tornata prepotentemente a occupare l’agenda economica, politica e sociale a seguito del netto risultato elettorale e certamente non può più essere liquidata come un tema secondario o come semplice malessere. Il 23 aprile scorso Globus et Locus ha partecipato a Torino al convegno Expo 2015 e il Nord Ovestche ha segnato la nascita della Fondazione delle Province del Nord-Ovest.

La Fondazione intende connettere solidamente in rete le Province del Nord-Ovest - tra cui Milano, Torino, Genova - per affrontare in modo sinergico le problematiche del Nord,  avviando progetti comuni. Un segnale importante anche in vista della grande sfida “glocal” che ci attende, Expo 2015.

Globus et Locus ha visto nella costituzione della Fondazione, con la quale collabora, un’ulteriore conferma dell’importanza della riflessione sui temi del Nord e sui modelli di governo che li sottendono, promuovendo la necessità di superare il vecchio paradigma territoriale per rispondere alle sfide che la globalizzazione ha posto, adottando una prospettiva glocal. Sono infatti le funzioni e le loro reti (delle istituzioni, delle imprese, della finanza, della scienza, delle professioni) che intersecano i “luoghi”, dunque il territorio, con il “globo”, producendo quei processi di glocalizzazione che ridisegnano le geometrie degli spazi. Nel nuovo scenario diventa dunque essenziale mettere in rete questi soggetti affinché collaborino in modo sinergico verso obiettivi comuni, superando il localismo, senza tuttavia perdere il valore inestimabile del radicamento territoriale.

Le Province, così come le Camere di Commercio, le Fondazioni di origine bancaria e le Università sono basilari proprio per il loro carattere aperto, per la loro naturale tendenza alla gestione della mobilità e dello spazio interterritoriale, per la capacità di superare i confini tradizionali e “murati” tipici dei Comuni, e per la loro maggiore capacità di integrare la dimensione territoriale con la dimensione funzionale delle politiche.

A tutto questo si aggiunge la sfida che noi tutti vogliamo raccogliere: quella di Expo 2015, una sfida non soltanto per Milano, ma per l’intera area settentrionale. Non si può dimenticare che il tema proposto - “nutrire il Pianeta” – evoca la tradizione agricola del nostro territorio, la Pianura Padana. Milano, se vuole vincere la sfida, nel parlare di alimentazione deve impostare il rapporto tra la sua dimensione locale e quella globale e, per farlo, dovrà necessariamente collegarsi con le eccellenze presenti sul territorio in questo campo.
 

Perché la Svizzera italiana?

Dal 25 al 27 aprile si è tenuto a Philadelphia, presso la Pennsylvania University, un interessante convegno che ha avuto per tema “Why Italian Switzerland? Swiss Identity, Italian Identity”.

Significativi i temi delle sessioni della “tre giorni” americana: l’identità storica della Svizzera italiana, quella linguistica, quella politica ed economica, quella letteraria e architettonica. Numerosi e importanti i relatori presenti, come Mario Botta, Remigio Ratti, Patrizia Pesenti, che hanno mostrato una grande attenzione alla dimensione italica, e quindi transfrontaliera, della Svizzera italiana. 

La Svizzera italiana è stata definita con le seguenti parole: “Its territory lies south of the Alps. Its intellectual capital is Milan. Its residents feel ‘at home’ in Northern Italy and many live across the border. They could easily have fused their identity with that of Como, Varese, or the Valtellina”.

Ma questo territorio, benché situato a Sud delle Alpi e a lungo parte del Ducato di Milano, rimane ed è rimasto svizzero nei secoli, per ragioni nient’affatto casuali. La scelta di essere svizzero affonda le sue radici nel riconoscimento della superiorità delle categorie politiche svizzere rispetto a quelle che caratterizzavano la situazione politica italiana confinante.

Una scelta diversa, ma in fondo simile, si ripropone per questo territorio anche oggi, in un momento storico in cui, superata la logica dei rapporti inter-nazionali di stampo vestfaliano, il mondo intero è sfidato a trovare una nuova organizzazione dei rapporti fra ciò che è locale e ciò che è globale. Oggi la questione che i ticinesi devono valutare è se condividere o meno con gli italiani il loro modo di affrontare la sfida della glocalizzazione.

L’identità dei ticinesi, e della Svizzera italiana, ha caratteri propri che ben la identificano e la distinguono da quella dell’Italia; in aggiunta alle peculiarità di origine storica, oggi la Svizzera italiana può arricchirsi del discorso dell’italicità. Se l’appartenenza della Svizzera italiana alla Confederazione Elvetica non viene messa in dubbio, è proprio un puntuale discorso italico a consentire alla Svizzera italiana di continuare a mantenere un proficuo rapporto sia con le istituzioni nazionali svizzere, sia con i nuovi assetti funzionali tipici del glocal e quindi indipendenti dal confine territoriale.

Per la Svizzera italiana si prospetta un futuro roseo? Il quadro che è emerso dal Convegno di Philadelphia induce a un cauto ottimismo. Gli operatori politici, culturali ed economici dovranno in ogni caso valorizzare la nuova consapevolezza italica che fornisce alla Svizzera italiana del futuro concrete opportunità relazionali per affrontare con profitto le sfide del glocal.

Giampiero Casagrande, editore Gruppo Casagrande-Fidia-Sapiens

Sito web del Convegno:

http://ccat.sas.upenn.edu/italians/events/svizzera_conferenza.html 


Italia e stampa estera. Un’immagine da rivalutare

L’importanza della grande stampa estera per la promozione dell’immagine del nostro paese è innegabile. Ma come siamo giudicati all’estero?

E, soprattutto, i valori che ci caratterizzano – i valori italici – che nel mondo hanno una valenza positiva, sono riscontrati anche per quel che riguarda l’Italia? Sembra proprio di no. L’Italia, da qualche mese, ha visto aumentare la sua presenza nell’informazione della stampa internazionale, tanto che alcune notizie sono apparse sulle prime pagine di molti quotidiani di prestigio. Situazioni come l’accumularsi dei rifiuti urbani a Napoli e provincia e la crisi politica che ha portato a elezioni anticipate, contestualmente a una situazione di grave crisi economica e finanziaria, l’inflazione e la crisi di Alitalia, hanno fatto in modo che l’Italia fosse presentata come uno Stato incapace di risolvere i problemi dei suoi cittadini.

Già nel dicembre scorso erano apparsi sul New York Times due articoli che ritraevano un’Italia depressa, in crisi, vecchia, che ormai sta perdendo anche le ultime cose buone di cui negli ultimi anni si è fatta vanto: il saper vivere, uno stile di vita intrigante e dolce capace di ingentilire la vita stessa, magari rendendola un po’ più lieve e felice. Era l’Italia della Dolce Vita, che adesso appare amara, più che mai.Altri articoli con le stesse caratteristiche sono usciti su Le Monde e su El Pais. In questa abbondanza di critiche, emerge comunque qualche timido segnale in controtendenza. Qualcuno, come Le Figaro (20/11/07), ricorda le storie di successo all’italiana, come quella della famiglia Gucci. E lo stesso Economist, pur non risparmiando critiche verso la classe politica italiana, non ha mancato di sottolineare la straordinaria rinascita della FIAT (24/04/08), definita “The miracle of Turin”.

Tuttavia, in fin dei conti, i reporter stranieri che scrivono dell’Italia sono influenzati innanzitutto da ciò che gli stessi giornalisti italiani scrivono e dalle chiacchiere “da bar” della gente, generalmente pronta a gettare odio sulla classe politica, a torto o a ragione. I temi sono gli stessi dei giornali nazionali e simili sono anche i toni di disappunto, di malcontento, di disagio quotidiano. E questo è più vero che mai quando si legge con una certa puntualità e con una ripetizione ossessiva, in questi articoli della stampa internazionale, che per spiegare l’Italia, la sua politica, il suo humus culturale si utilizza come fonte accertata, chiara ed a volte unica “La Casta” di Gian Antonio Stella, che volente o nolente ha forse distolto lo sguardo da altri modi di guardarci e di riconoscere chi siamo veramente.

Già Guglielmo Marconi in un discorso al Senato del Regno, il 4 luglio 1916, affermava: “L'Italia è mal conosciuta all'estero. Il giudizio che in generale si forma all'estero sui servizi resi dall'Italia alla grande causa comune e sulle energie che essa possiede non è ancora del tutto in accordo con la realtà, e ciò perché molti fattori in favore dell'Italia sono ignorati”. Il problema, come scrive Richard Owen in un suo articolo antecedente a quello apparso su “The Times” il 22 dicembre, è che “Gli italiani sono un po’ troppo sensibili a quello che gli stranieri dicono del loro paese. Sembra quasi che, per essere prese sul serio, le osservazioni dell’informazione italiana sulla società italiana debbano prima trovare un’eco nella stampa estera…”.

In effetti quello che, a mio parere, risulta da tutto ciò è l’ambiguità italiana, un’identità mutevole che assume sembianze diverse, positive o negative a seconda del punto di vista. L’Italia è soggetta pregiudizialmente a tutta una serie di stereotipi, paradossalmente, proprio quando le cose ci appaiono molto complesse. Ogni tanto ci si dovrebbe ricordare delle parole di Luigi Barzini e dei suoi tentativi di spiegare l’Italia agli americani. Egli diceva emblematicamente: “Le virtù necessarie per divenire il capo di qualsiasi cosa in Italia, capo di un convento, di un canile municipale, di una cosca mafiosa, di un mercatino di frutta e verdura, di una stazione ferroviaria, o il sindaco di un villaggio di montagna, sono tali che, in quasi ogni altro paese, potrebbero fare facilmente di un uomo un ministro degli Esteri, il favorito nell’alcova della regina, il capo di stato maggiore o il presidente della repubblica”.

Come appare chiaro, sono proprio le parole dei corrispondenti esteri a destarci dai nostri vizi pubblici, di cui a volte non sembriamo nemmeno accorgerci. Per rilanciare l’immagine un po’ sbiadita dell’Italianità sarebbe quindi probabilmente più utile, piuttosto che ingaggiare una difficile lotta in difesa dei mali nazionali, richiamare l’attenzione sui valori positivi dell’italicità e sui milioni di persone che ne sono portatori nel mondo.

Riccardo Giumelli
 

Water & Cultures in Dialogue

Dal 20 al 25 maggio, si terrà a Torino il WATER& CULTURES IN DIALOGUEForum dei giovani sull’acqua, promosso dall’Istituto PARALLELIe dalla Fondazione Anna Lindh di Alessandria d’Egitto. 74 giovani dei 37 paesi del partenariato Euro-Mediterraneo, aggregati in 3 workshop tematici, si confronteranno per offrire alla città proposte concrete sul tema.

Il Forum si propone di sensibilizzare i giovani della regione euro-mediterranea sul tema dell’acqua, evidenziandone i risvolti ambientali, socio-politici e culturali, e di creare opportunità di incontri e scambi tra i giovani, quale contributo al dialogo interculturale nella regione Euro-Mediterranea.

La governance delle risorse naturali, a partire dall’acqua, si rivela sempre più un tema di rilevanza globale, che necessita di una pluralità di protagonisti, forme di riflessione e iniziative che prescindano dall’architettura istituzionale consolidata e sappiano delineare nuovi percorsi di governance globale. Il Forum dei giovani sull’acqua rappresenta un contributo alla formazione di un cantiere aperto di riflessione e dibattito di tali nuovi percorsi di governance.

Sito ufficiale dell’iniziativa: www.torinoyouthforum.org
 

La recensione del mese

"Il nuovo individualismo. I costi emozionali della globalizzazione"di A. Elliott, C. Lemert, Einaudi 2007

Recentemente, durante un viaggio in treno, ho trovato pubblicizzata una nota marca di cellulari con uno slogan impresso nei sedili dei viaggiatori che enunciava: “Immagina di affacciarti sul tuo mondo ogni volta che vuoi”. Poiché in quel periodo stavo proprio leggendo il libro in oggetto per questa recensione, come non mai mi sono apparse evidenti alcune questioni trattate dagli autori, due sociologi di fama mondiale (uno americano che insegna all’University of Wesleyan, Connecticut, Usa; l’altro nato in Australia ma attualmente docente all’University of Kent, Canterbury, Inghilterra). In effetti, come già chiaramente il titolo esprime, i due studiosi hanno voluto descrivere, a partire da alcune delle tesi più diffuse sull’individualismo e di cui tanto è stato detto e scritto, cosa sta cambiando e cosa ancor più cambierà in futuro nell’identità individuale, nella costruzione di se stessi in un mondo che ormai è sempre più globale/glocale.

Lo slogan citato sopra mi è sembrato una buona sintesi di ciò che sta accadendo a ognuno di noi, essendo consapevoli o meno dei mutamenti. Ci affacciamo, attraverso le nuove tecnologie informatiche e comunicative globali, su un mondo (il proprio) quando vogliamo e nei modi che vogliamo. E’ quindi un nuovo individuo quello che appare sulla scena della globalizzazione, libero – se ne ha le risorse – di poter consumare senza impedimenti, avere a disposizione tutto ciò che desidera per mettere insieme i “pezzetti” del sé e farne, se non proprio l’oggetto/soggetto del proprio culto, almeno la realizzazione del sé immaginato, appagato nella sua totalità.

Gli autori tuttavia aggiungono molto altro. Se siamo giunti nell’era dell’individualismo solo nella metà del XIX secolo, con la prima denominazione (quella d’individualismo) da parte di Alexis de Tocqueville, dobbiamo ricordare che le classi agiate avevano già una consapevolezza piuttosto chiara dell’identità individuale. Si parla tuttavia di era dell’individualismo in quanto il concetto, almeno negli Stati Uniti e nei paesi di cultura occidentale, si diffuse largamente con lo sviluppo della media borghesia e dell’industrializzazione massiccia.

E’ per questo che Elliot e Lemert pensano che fino ad oggi nel mondo occidentale abbiano prevalso due individualismi: uno di matrice più europeista – individualismo manipolato – che pensa all’individuo come soggetto costretto a muoversi in situazioni e contesti sociali molto più forti di lui, che tendono a crearlo e modificarlo (sono le tesi della Scuola di Francoforte deluse dalle derive totalitarie europee). Esiste anche un individualismo isolato, quello teorizzato soprattutto negli Stati Uniti da Daniel Bell, Allan Bloom, Richard Sennet, Robert Bellah, i quali puntano il dito su un individuo separato dagli altri, isolato, privo di legami, anonimo e ossessionato quasi esclusivamente dal guadagno e dal successo. Le nuove teorie, con tutto ciò, fanno riferimento all’individualismo riflessivo, a partire dalle idee postmoderne e contemporanee di Zygmunt Bauman, Anthony Giddens e Ulrich Beck. Un individuo quest’ultimo obbligato, ma anche motivato, a monitorare continuamente se stesso ed il mondo che lo circonda, in un processo infinito nella definizione di sé, degli altri e di tutta la realtà sociale attraverso uno scambio dialogico e dinamico. Questi stessi concetti sono espressi anche nel Manifesto dei Glocalistidi Piero Bassetti. Il nuovo individuo agirà globalmente e localmente, due dimensioni delle quali riconosce le conseguenze reali nella sfera sociale. Per Lemert e Elliot questo individuo modificherà anche i propri aspetti emotivi, dove, tra le altre cose, violenza e aggressività sono atteggiamenti possibili e realizzabili.

  

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