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Globus et Locus newsletter n.3 2008

Expo 2015: Milano si scopre glocal

L’assegnazione dell’Expo alla città di Milano è l’ennesimo episodio che ci costringe a prendere atto che siamo irreversibilmente entrati nell’era del glocal. Se Milano è un locus, e il contesto è la globalità, l’Expo chiede a Milano di definire i suoi rapporti direttamente con il mondo. È la prima volta che succede ed è la sfida, e l’occasione, delle grandi aree urbane di questi tempi, in cui sono le dimensioni locali, con poca mediazione, ad andare nel mondo. Per questo, l’Expo è un’occasione per Milano di  definire una strategia efficace per la propria presenza nel mondo.

L’interrogativo che immediatamente ne consegue investe l’identità della città: chi ha vinto l’Expo? All’indomani della vittoria milanese, sui diversi media è stato giustamente sottolineato che il risultato è stato frutto di un lavoro di squadra tra le istituzioni coinvolte su più livelli: Comune, Provincia, Regione e governo nazionale. Sarà ora importante che tutta la macro area del Nord Italia venga coinvolta in una logica di rete nel processo di sviluppo che si apre da qui al 2015

Oggi più che mai è necessario aggiornare il nostro modo di pensare quest’area, se vogliamo realizzare politiche e pensare istituzioni in grado di affrontare efficacemente le sfide che abbiamo di fronte. Istituzioni in grado di agire non secondo la logica chiusa dei confini, ma secondo la logica aperta dei flussi e delle reti. La nuova realtà richiede una crescente “immaginazione geometrica” tanto nel pensare le competenze e il ruolo delle istituzioni, quanto nel pensare e progettare le politiche che queste istituzioni realizzano.

Pensare di gestire l’Expo esclusivamente secondo la vecchia logica internazionale sarebbe dunque un errore. Milano ha la possibilità di superarla, collocandosi direttamente nelle nuove reti mondiali e confermandosi una delle dieci principali “glocal city” nel mondo. La Milano universale dell’Expo non dovrà essere solo un episodio, ma un processo, primo passo di una vera rivoluzione culturale intrinsecamente glocal.
 

Dossier: voto all'estero 2008

Partendo da una riflessione di Globus et Locus, Adriano Faranoda Parigi, Renzo Moroda Melbourne, Massimo Pettoello-Mantovanida New York, Horacio Guillenda Buenos Aires, si confrontano sulle implicazioni del voto idegli italiani all’estero.

Voto all’estero in ‘salsa glocal’, ancora lontano dall’essere italico

Buenos Aires - Melbourne - New York - Parigi- Dallo scorso 27 marzo, gli italiani all’estero iscritti all’AIRE, stanno esercitando il loro diritto di voto, secondo le modalità fissate dalla Legge 459 del 27 dicembre 2001, ovvero, votando per corrispondenza su liste, e dunque per candidati, della Circoscrizione Estero.

Questo voto ha aperto la porta della politica italiana a coloro che risiedono all’estero e, nonostante le modalità quanto meno ‘confuse’ con cui è stato organizzato ed effettuato, ha contribuito, in un certo senso, a rendere meno ‘nazionale’ e più ‘globale’ e ‘glocale’ la politica italiana”. Il fenomeno può essere letto da due diversi punti di vista. Il primo è quello tradizionalmente ‘nazionale’, che vede il voto essenzialmente all'interno del dibattito politico in corso in Italia, nella logica delle posizioni e degli interessi espressi dagli attori nazionali, cioè i partiti e le loro coalizioni. Ma secondo Piero Bassetti, presidente di Globus et Locus, esiste "un’altra chiave di lettura che interpreta il voto alla luce dei mutamenti strutturali che i processi di globalizzazione e glocalizzazione hanno determinato e determinano nella vita sociale, nella politica e nelle istituzioni”, Il voto, in questa prospettiva, ha un significato globale, prima ancora che locale. “Con la glocalizzazione sono entrati in crisi i tradizionali rapporti fra rappresentanza e territorio. A causa della crescente mobilità delle persone, i territori si sono popolati in modo sempre più differenziato e molteplice, in senso non solo multietnico e multiculturale ma anche funzionale. In questo contesto la tradizionale ideologia nazionale di ‘una rappresentanza sola’, esclusiva ed escludente, appare ormai inadeguata ed emerge la necessità di una nuova pluralità di forme e modi di rappresentanza. E’ un processo che questo voto ha contribuito in qualche modo a mettere in evidenza”.

Abbiamo discusso queste tematiche con: Adriano Faranoda Parigi, giornalista, tra i fondatori di Cafebabel; Renzo Moroda Melbourne, imprenditore e primo Presidente, negli anni ’90, della locale Italian Chamber of Commerce and Industry; Massimo Pettoello-Mantovani  da New York, docente e ricercatore, Executive President della Foundation for ScienceTechnology Education and Research(FoSTER-Science) e del World Health Policy Forum, organizzazione internazionale con sede a Losanna; Horacio Guillenda Buenos Aires, Presidente dell'Associazione Pro Civitase docente di Diritto Civile presso l'Università del Museo Social Argentino.

Da questo giro di opinioni, tre sono le tematiche fondamentali che emergono e che rendono vivo il dibattito. Prima di tutto un avvio di riflessione critica sul voto passivo: dalle modalità di espletamento alla radice del concetto stesso di voto passivo, passando attraverso le problematiche e le esigenze di lealtà nei confronti di situazioni di plurime cittadinanze. Il secondo punto sottolinea fortemente come la Legge 459 del 27 dicembre 2001 abbia costituito, nelle intenzioni del legislatore, un adeguamento, per l'Italia, alle democrazie più avanzate. Il terzo punto principale sottolinea un fattore comune alle esperienze: generalmente l'opinione pubblicadei paesi ospiti si manifesta disinteressata o disinformata al voto degli italiani ivi residenti".

Per leggere l'intervista a cura di Maria Margherita Peracchino, vai allo Speciale Voto Estero 2008: http://www.globusetlocus.org/it/italici/speciale_voto_estero_08

Il Tibet tra democrazia e media

I disordini in Tibetdi metà marzo, non ancora del tutto esauriti, hanno rivelato di fronte al mondo l’entità della crisi determinata dalle rivendicazioni di autonomia, quando non di indipendenza, da sempre presenti nella regione.

Il processo di forzata  modernizzazione, intensificatosi negli ultimi anni, non è riuscito a integrare nel sistema di potere ufficiale una minoranza decisa a difendere la propria identità etnico religiosa. Il clamore suscitato dalla protesta dei monaci tibetani è pienamente giustificato dal rilievo  delle sue conseguenze politiche. Per Pechino, impegnata in una politica volta a rafforzare l’immagine positiva del paese in vista delle Olimpiadi, si è trattato di un duro colpo al proprio prestigio nazionale. La combinazione di due elementi di rilievo: l’insieme di valori etico religiosi del buddismo di cui i monaci tibetani esuli si sono fatti portatori con notevole successo in Europa e Stati Uniti, e il ruolo di super potenza economica acquisito dalla Cina, hanno fatto della crisi tibetana un evento di grande risonanza mediatica. Impedirne la divulgazione non è inoltre stato possibile, considerato l’impatto esercitato sulla sfera dell’informazione pubblica dalla rivoluzione tecnologica delle comunicazioni degli ultimi decenni, che porta all’immediata circolazione su scala mondiale di ogni notizia. Un movimento di protesta, per quanto circoscritto a un’area particolare e sottoposto a un rigido controllo, grazie ai collegamenti telematici utilizzati dalla diaspora tibetana e dai suoi sostenitori, ha potuto in buona parte sfuggire alla vigilanza delle autorità centrali. Quella che nelle intenzioni dei dirigenti cinesi doveva configurarsi come una crisi limitata, di carattere locale, ha finito con l’assumere il risalto di un avvenimento di portata globale, che prescinde sia dalla località di origine della crisi, sia dall’attenzione o meno delle istituzioni internazionali. Le quali anzi, come testimonia la prudenza dimostrata dal segretario generale delle Nazioni Unite, considerano con distacco il tema, in omaggio al principio di non ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano, la Cina, a confronto con un non-stato, il Tibet.

Ecco allora che lo scontro fra Cina e Tibet si è tradotto in larga misura in una battaglia mediatica, come dimostra il reiterarsi di appelli e comunicati mirati a influenzare l’opinione pubblica mondiale, e attraverso questa, l’atteggiamento degli stati. Pechino, che ha individuato nella globalizzazione dell’economia il cavallo di battaglia per il progresso della società cinese, si trova ora ad affrontare, con tutti gli elementi di incertezza che questo comporta, la sfida rappresentata dallaglobalizzazione dei diritti degli individui e delle minoranze. La linea di difesa adottata si basa su una potente campagna propagandistica, tesa a manipolare la realtà della situazione enfatizzando la dimensione etnica e il carattere violento del movimento di protesta tibetano, in modo da poter suscitare la reazione delle forze del nazionalismo diffuse fra la popolazione. A questa linea il Dalai Lama, impegnato a contenere le posizioni radicali di parte dei suoi fedeli e di alcuni esponenti politici e intellettuali occidentali, ha risposto confermando le sue doti di mediatore con un atteggiamento tanto moderato nella forma quanto risoluto nella sostanza. Le prospettive di conciliare le richieste di autonomia con il principio di sovranità cinese, sostenute dal leader spirituale tibetano con l’appoggio dell’occidente, non sembrano comunque in grado di superare la condizione di stallo venutasi a creare fra le parti in causa. Esauritosi il clamore mediatico del momento pre-Olimpiadi, e salvo l’intrusione di nuovi eventi dirompenti, è prevedibile che l’emergenza Tibet venga riassorbita, così come vuole la logica di un sistema di rapporti internazionali che privilegia su ogni altro il valore della stabilità.

Paolo Calzini, docente di Studi Europei alla Johns Hopkins University
 

Borse di Studio Altreitalie

Anche quest’anno il Centro Altreitalie sulle Migrazioni Italiane ha istituito una borsa di studioper un giovane ricercatore e due premi per tesi di laurea e dottoratosul tema delle migrazioni italiane, rivolti a studenti italiani e stranieri.

Il Centro Altreitalie è un centro di ricerca e di documentazione dedicato alla storia, alla cultura e all’attualità delle migrazioni italiane nel mondo. Opera a Torino, incardinato nella Fondazione Giovanni Agnelli.

Sul sito del Centro Altreitalie sono disponibili i bandi di concorso. La data di presentazione ultima per le domande è il 15 maggio 2008.
 

La recensione del mese

Jean-Paul Pougala, “In fuga dalle tenebre”, Einaudi, 2007

Esistono sempre più persone, nell'epoca della globalizzazione e della mobilità transnazionale che la caratterizza, che nel corso della loro vita  - in contingenze drammatiche e per così dire coercitive -  attraversano più continenti, più società, più “mondi”, più culture. Molte, fra queste, “soccombono” lungo questi percorsi, si configurano come “vite negate”, e spesso concludono in modo tragico (il Mediterraneo, ad esempio, è sempre più un “mare di morti”) un'esistenza destinata a non lasciare alcuna memoria.
Altre, invece, anch'esse “in fuga dalle tenebre”, riescono - per capacità personali e insieme per contingenze fortunate - a riemergere, ad autodeterminarsi e a prendere in mano il loro destino. Raccontano le loro esperienze, e lasciano memoria della loro avventura diasporica.
E' il caso dell'africano Jean-Paul Pougala, figlio di un notabile camerunense, cacciato di casa dal padre (trenta figli da varie mogli) con la madre, emigrato in Europa, che giunge in Italia, come tanti altri sopravvive a stento inventandosi ogni giorno la vita, riesce a studiare e laurearsi, diventa infine un piccolo imprenditore che, per la sua attività, “va e viene” fra Europa, Africa e Cina, e frequenta così quasi quotidianamente mondi diversi e lontani. Pougala, oltre a questo, cura la sua vita privata: si sposa e ha quattro figli. Coltiva, nel contempo, anche l'impegno politico. Si batte per l'unità africana, per l'unità europea, per la promozione di una cittadinanza cosmopolitica, come membro attivo dei movimenti federalisti africano, europeo e mondiale. E' il prototipo, per così dire, dell'uomo globalizzato, diasporico, ibridato, segnato da una pluralità di identità, di appartenenze, anche di cittadinanze, consapevole della sua condizione e delle responsabilità che ne derivano.
Non deve stupire, quindi, che l'autobiografia di Pougala abbia in qualche modo i tratti di un'avventura picaresca, di un romanzo ai confini del possibile. Come è noto, spesso, la realtà riesce a superare la fantasia.
Leggendo il libro, viene in mente quanto sarebbe necessario, e utile ai nostri comuni destini (per capire davvero chi siamo e cosa stiamo diventando), raccogliere e raccontare le innumerevoli storie diasporiche che segnano i nostri tempi. Fare delle biografie e delle autobiografie delle persone “in diaspora” il genere letterario “testimone” del nuovo demos emergente del XXI secolo. Scopriremmo un mondo nuovo declinato “al plurale”, aperto alla diversità e consapevole che l'identità si costruisce nella relazione e nella rete, non nel “recinto” delle proprie origini.
Le “tenebre” - la metafora del libro di Pougala – sono nel XXI secolo  i conflitti identitari, gli scontri di civiltà, le guerre “infinite” fra un bene e un male metafisici. Per sfuggire all'ombra di queste tenebre, può essere decisivo il ruolo delle diaspore, dei nuovi popoli glocali testimoniati da personaggi come Pougala, che abitano più mondi e che legano con le loro reti più società e più culture.
E tutti, per sfuggire alle tenebre, dovremmo porci in qualche modo, almeno mentalmente, “in diaspora”, anche vivendo tutta la vita nello stesso luogo.

Giampiero Bordino 

Nella sezione
29 aprile 2011

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