Globus et Locus è impegnata nell'ideazione di percorsi di ricerca approfondimenti, percorsi convegnistici, produzione scientifica e cultura, sul tema dell'italicità e dei suoi linguaggi. Si parla di un italiano non formale, inteso come un mosaico linguistico che non rispetta la traiettoria classica Dante-Bembo-Manzoni, ma ha a che fare con le applicazioni linguistiche in cui gli aspetti funzionali sono posti al centro, e che rendono comunque l’italiano un riferimento culturale e linguistico rilevante per recuperare attraverso di esso i nuovi confini della problematica identitaria dell’Italia e degli italiani.
Tendenzialmente i nostri obiettivi non sono quelli di produrre materiali per gli affinamenti disciplinari (questo è un tipo di ricerca che fa l’Università) o di stare all’interno delle regole operative proprie dell’accademia: tentiamo di utilizzare i saperi e gli interessi culturali, che sono stati prodotti nella nostra faculty, per agevolare alcuni temi di “pubblica utilità”, di interesse generale, in capo a soggetti economici o istituzionali, e quindi per migliorare sostanzialmente anche le policies. Da questo punto di vista, una nostra iniziativa su questo terreno punta a una ricognizione di per sé scientifica, ma ritiene anche di poter produrre elementi di lettura e di iniziativa che favoriscano futuri comportamenti dei soggetti istituzionali a cui noi ci riferiamo; insomma, pensiamo che focalizzare l’attenzione sul tema di oggi sia anche rendere un servizio alle istituzioni ed alle organizzazioni di questo territorio, data soprattutto l’importanza di questo territorio e di ciò che esso esprime nei sistemi economico, culturale e sociale di scambio tra il nostro Paese e il mondo intero.
I punti di riferimento riguardano una “parlabilità” della lingua italiana: tra virgolette, perché essa a volte non è più quasi lingua italiana o comunque si identifica con tantissime altre cose della tradizione culturale del nostro Paese, a cominciare dai dialetti; riguarda, in primo luogo, la diaspora italiana, una sorta di “lingua non più lingua”, che investe oggi milioni di persone di origine italiana (sono anni che partecipo a discussioni e non sono mai riuscito ad assicurare una cifra definitiva: ci sono cinque milioni di passaporti italiani nel mondo, cinquanta milioni di originari italiani che vengono considerati tali, duecento milioni “italo-derivati”, ecc.): si parla di terze o quarte generazioni, che probabilmente hanno perso il contatto sostanziale con la matrice italiana, ma non un richiamo a brandelli di un’identità che viene rivendicata anche soltanto in certi settori e per certe esperienze da questo grande numero di persone che hanno una radice italiana. E’ certo che per gli italiani d'origine in generale non ha più senso parlare di grammatica e vocabolari di lingua italiana; ha senso parlare della radice identitaria italiana in alcuni suoi segmenti.