Milano Glocal City - Giornata di studi | 16 maggio 2012

Cosa significa parlare di Milano come città glocale?
Quali sono le criticità e gli orizzonti che tale prospettiva racchiude?

Intuizioni, stimoli e riflessioni a partire dal convegno dedicato a Milano glocal city: un dialogo sulla città, un dialogo con la città.

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Di seguito il resoconto della giornata di studi dedicata a Milano Glocal City, svoltasi il 16 maggio presso l'Università degli Studi di Milano.

 

Storia e attualità

Cosa si può e si deve fare affinché Milano prenda coscienza di poter essere una glocal city?
E’ da questo primo quesito che trae avvio il discorso di Decleva, rettore dell’Università degli Studi milanese, che riflettendo sulla natura storicamente ed ontologicamente oligarchica di Milano e sulla sua possibile aderenza ad un modello glocale, intravede, per esempio, nel rafforzamento delle istituzioni una prospettiva imprescindibile. Proprio la natura policentrica e oligarchica di Milano, è concetto chiave e topos ricorrente, non esente però da criticità e margini di migliorabilità, come suggerisce per primo De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, individuando nella contingenza milanese un problema di sintesi politica di tale pluralità, e paventando il rischio che essa, da complessità arricchente degradi invece in una sommatoria negativa. Da un punto di vista comunicativo e giornalistico, ciò che di Milano colpisce è infatti la mancanza di un discorso in grado di rappresentare e di interagire con le diverse componenti del tessuto sociale milanese (si pensi al ruolo della classe media immigrata), in un’ottica di appartenenza sì plurale ma allo stesso tempo inclusiva. Una mancanza di sintesi, di una visione che dalla polifonia della realtà milanese sappia trarre un contrappunto melodico. Ed è in questi termini che si avanza la proposta di Milano glocal city come laboratorio di incontro, anzitutto con le molteplici anime, culturali e sociali, che la innervano al suo interno.

Per Chevallard, segretario generale della Camera di Commercio milanese, Milano glocal city deve essere in grado di combinare ed integrare le aspirazioni internazionali e trans-nazionali con le sue peculiarità di eccellenza. La natura oligarchica riemerge qui come un ostacolo, nell’incapacità della classe dirigente di dare sostanza al percorso che la città sta intraprendendo e che demanda connettività, attrattività e conoscenza. In questo senso, catalizzatori di sviluppo si impongono oggi le autonomie funzionali, come il sistema camerale e le università, nel loro essere naturalmente nodi di reti funzionali (del sapere o della produttività) che intersecano la polarità milanese. Connessione e rete costituiscono, anche secondo Danilo Broggi, presidente del Centro per la cultura d’impresa, le intuizioni e le coordinate fondamentali per leggere il glocalismo nei termini di episodio urbano e amministrativo, e rispetto al quale un atteggiamento passivo e immobile, quale quello che ha caratterizzato Milano negli ultimi anni, è depressivo sul piano della competitività e dell’attrattività del sistema imprenditoriale ed economico.  La scommessa è perciò quella di una Milano non solo metropoli ma “meta-poli”, immagine che con la centralità delle connessioni reticolari (tra generazioni, tra competenze, tra patrimonio e innovazione,…) si propone un aggiornamento categoriale con cui intendere la realtà plurale di Milano, rifiutando l’obsolescenza di un concetto quale quello di oligarchia.

 

Il focus sulla progettualità e sulla visione accomuna le riflessioni di Gianni Cervetti, presidente della Fondazione Isec, secondo cui l’episodio archivistico fornisce l’occasione dalla quale riordinare frammenti eterogenei di realtà e storia, incardinandoli verso un preciso obiettivo, e di Giovanni Azzone, rettore del Politecnico di Milano, il cui intento è quello di spostare il baricentro delle riflessioni dal presente alla potenzialità del futuro. Ma allora quale ruolo Milano può ricoprire e quali condizioni ne inverano le potenzialità? La realtà glocale delle reti e dei flussi vive nella mobilità, in primo luogo delle intelligenze, che si raccordano però attorno a nodi di riferimento, cortocircuiti tra globale delle eccellenze e delle funzioni e locale delle specificità. Proprio alla luce di ciò, anche l’immagine della Milano oligarchica viene, ancora una volta, aggiornata nei termini di policentrismo, dove la spontaneità, la mobilità e la connessione si pongono come dimensioni caratterizzanti. Il riferimento è poi a Expo 2015, dove la potenzialità per divenire fattualità demanda governance, e dove l’urgenza di una Milano glocale è quanto mai importante e sfidante, poiché tale evento sarà di fatto la cartina di tornasole per Milano con il mondo.

 

Tentativo di risposta all’interrogativo incipitario è quello avanzato da Cristina Tajani, assessore alle “Politiche per il lavoro, sviluppo economico, università e ricerca” del Comune di Milano, che identifica il cuore della riflessione, proposta dal libro e dalla giornata, nella tematizzazione delle relazioni tra sapere, potere e funzioni. In una città che vuole dirsi glocal, come Milano, si è approfondita una discrasia tra la dimensione dell’esercizio del potere e quella dell’esercizio delle funzioni, della competitività e dell’innovazione, poiché questa ultima trascende il perimetro locale della competenza amministrativa e delle istituzioni. E allora ci si chiede come si possa conciliare una governance ancora legata ad una sovranità territoriale, con la realtà che deve essere oggetto di tale amministrazione e che si sviluppa in reti di funzioni scalari e trans-nazionali. Ciò che serve è un modo nuovo di guardare al territorio, non più involucro paralizzante e concluso, ma piattaforma di apertura glocale.

L’idea operativa è quella di creare un tavolo post-concertativo di alleanza territoriale e di condivisione degli obiettivi strategici, attorno al quale possano finalmente trovare posto anche i rappresentanti delle autonomie funzionali, quali il sistema camerale e quello universitario. Perché la sfida glocale è insieme quella della rappresentazione e della governance.

 

A conclusione della prima sessione di riflessioni, nelle parole di Bassetti la nitida definizione della glocal city come città post-statuale, la cui realizzazione demanda anzi il superamento dello schema unitario del 1861, trovando la Milano glocal maggiori affinità con le città anseatiche che non con l’immagine ormai inadeguata e sbiadita di capitale morale. Ciò che la sfida glocale propone, piuttosto, è un nuovo risorgimento in chiave globale: in questo senso compito di Milano è quello di gestire il locale e favorire la presa di coscienza verso il globale, oltre che di capire a quale sistema di città globali essa intenda riferirsi. Ciò a cui siamo chiamati, da questa giornata e da queste riflessioni, è sfidare Milano a prendere coscienza del fatto che essa deve candidarsi apertamente al globale.

 

Dalle idee..

 

Lo scenario glocal chiede di essere letto alla luce di coordinate e categorie nuove e adeguate.
Come dimostra Farinelli, per esempio, l’idea stessa di glocal city mette in crisi la nozione moderna di città come involucro edilizio, come dato topografico localizzabile su una mappa, proponendo, al contrario, una visione di fatto più affine alla sua accezione originaria e pre-moderna di cultura o stile, capacità specifica di manipolazione simbolica o, al massimo, di insieme di persone.

Ciò che viene definito “incantamento topografico” è proprio quell’operazione, tipicamente moderna, che riduce la complessità sferica della terra alla rigidità immobile della mappa. Una visione inconciliabile con la realtà glocale, attraversata da flussi e reti mobili, che incrinano qualsiasi identità fondata proprio sulla stanzialità (significativamente la glocal city è città post statuale), e che alimenta invece una circolarità valorizzante se è vero che, su una sfera, ciò che ciascuno fatalmente re-incontrerà ciò che si era lasciato alle proprie spalle.

 

La competitività e l’innovazione che si giocano nello scenario delle reti lunghe funzionali, possono guardare a figure come quelle di Carlo Cattaneo o di Ettore Ponti, come ad un modello di incontro proficuo tra sapere e potere; l’excursus storico di Redondi conferma, infatti, pur nelle mutate condizioni di contesto, la potenzialità vincente che l’interazione tra ricerca e potere economico racchiude, e che il glocalismo auspica, per esempio, nella valorizzazione delle autonomie funzionali, oltre che nell’ampliamento delle voci che devono trovare interlocutori istituzionali e rappresentazione.

 

La città è al centro della riflessione proposta da Dente, che chiarisce la nozione di capitale funzionale, rifiutando un accostamento a quella di capitale morale, e definendola come snodo di funzioni a livelli scalari (locale, nazionale, globale). Il focus sul tema della governance, e, nello specifico, sulle difficoltà che incontra il governo di una glocal city, da un lato conferma, ancora una volta, come, a fronte della natura tradizionalmente policentrica, nella difficile collaborazione tra i diversi soggetti risieda una delle debolezze della storia milanese; dall’altro lato ciò consente di aprire invece, anche provocatoriamente, a possibili scenari di governance, il cui presupposto si ritrova in una logica multi-level e di integrazione territoriale in un sistema metropolitano.. 

 

“Milano è città dove la bellezza ha sede”: le suggestioni di Lanzone introducono un nuovo modo di intendere la moda e il design, pilastri della cosiddetta “economia della bellezza”, ovvero quella modalità peculiarmente made in Italy e milanese di infondere un contenuto artigianale ed estetico ad ogni prodotto, in modo scalare; tale approccio, storicamente, ha rappresentato la più importante alternativa produttiva al fordismo, sia nella sua produzione legata ad un savoir faire di matrice artigianale, sia nella sua proposta di scissione tra qualità e lusso, infondendo stilemi estetici ad oggetti quotidiani e democratici; nell’attualità del mondo glocale esso definisce, di fatto, una delle principali, se non la più importante rete trans-nazionale in cui è immerso il nodo milanese: l’unicità e l’eccellenza di Milano glocal city trovano qui, infatti, una delle proprie dimensioni fondanti.

 

 

 

…Alla prassi

 

Ciò che il discorso di Galliano, direttore del settore “Innovazione economica e università” del Comune di Milano, si propone di fare, è una prima traduzione delle suggestioni intellettuali e progettuali in percorsi di governance praticabili. Un approccio che riconosce la necessità di un percorso multi-level ed allargato a baricentri di interesse e di funzioni plurimi (ancora una volta, nella Camera di Commercio e nelle università si individuano interlocutori imprescindibili), e che si inserisce in una visione volta a combinare politiche di radicamento con possibili leve di attrattività (quali, ad esempio, la formazione, l’innovazione e l’offerta lavorativa), inserite in modalità di coinvolgimento reticolari e bottom up. A questo proposito, anche l’assessore Tajani accoglie e propone di rilanciare la sfida, riconoscendo come il ruolo della “Consulta per Milano città glocale” presieduta da Bassetti, così come è emerso anche dalla giornata medesima, sia quello di fare ordine, di “settare” le problematicità, mentre l’inveramento delle progettualità in policy richieda un approccio alla governance necessariamente multi livello; in questo senso le istituzioni devono porsi come facilitatori di relazioni globali nelle reti lunghe funzionali.; tra queste, proprio l’economia della bellezza merita un dossier specifico, costituendo un luogo chiave di sfida alla Milano glocale.

 

Volutamente sospese sono le conclusioni che tratteggia Bassetti, presidente di Globus et Locus e responsabile della “Consulta per Milano città glocale” del Comune di Milano, poiché l’intento è proprio quello di stimolare la costruzione di un seguito all’episodio archivistico che ha originato la giornata di studi.

In questo senso ciò che emerge chiaramente, dalla struttura e dagli esiti della giornata stessa, anche richiamando la centralità simbolica dell’archivio, è il bisogno per la città di Milano, come locale che vuole sviluppare la problematica del suo rapporto con il globale, del rifornimento adeguato di sapere. Con la consapevolezza del fatto che, per aprirsi al globale, Milano debba trascendere l’orizzonte dello stato nazionale westfaliano. La giornata ha svolto un ruolo importantissimo di problem setting e di concettualizzazione, introducendo il ruolo nuovo di un’università che vuole essere al servizio dello sviluppo della società civile. Senza sapere e senza consapevolezza non si può intraprendere lo sviluppo che una città glocale richiede. Icastica è in questo senso l’immagine, intuita già da Ciborra nel volume “Milano nodo della rete globale”, e qui richiamata, ovvero quella di una Milano come "piattaforma posta su un giacimento alimentato da reti, che alimenta a sua volta reti di orizzonti non solo regionali o nazionali, né solo europee ma globali.”

 

Report a cura di Globus et Locus.

 

 

La registrazione video dell'evento è disponibile al seguente indirizzo: http://www.ctu.unimi.it/eventiVideo.asp

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